Carlo Vanzina: il cantore dell’Italia “da bere” degli anni ’80

scritto da: Ludovica Ottaviani

E anche un altro artigiano del nostro cinema se ne va. È scomparso a Roma, dopo una breve quanto dolorosa malattia, il regista Carlo Vanzina che, insieme al fratello Enrico, ha costituito una delle coppie più inossidabili del nostro cinema italiano.

Prima dei fratelli Coen, erano loro per i cinefili la coppia di registi più celebri del mondo di celluloide della settima arte, celebri anche solo per la fama che aleggiava intorno ai loro film: chi di noi spettatori più o meno critici, più o meno vittime della “dittatura della politica degli autori”, non ha affermato almeno una volta: “I Vanzina? Quelli dei Cinepanettoni? Ma chi li guarda… !”

carlo vanzina

Eppure, nonostante tutto, siamo incappati in molti in questa ricca serie di lungometraggi – oltre 60 – girati da Vanzina a partire dalla metà degli anni ’60 fino a oggi; 40 anni per fotografare, lucidamente, l’Italia del cambiamento, quella che scivola nello snodo cruciale tra Prima Repubblica ed Era Berlusconiana, immortalando con poche ed efficaci pennellate il prototipo dell’Homo Berlusconiano, figlio del rinnovato ottimismo post-ascesa di Forza Italia al potere; un uomo influenzato dall’opulenza ridondante ed aggressiva degli yuppies rampanti e della comicità fast food della prima serata Fininvest targata Drive In.

Quando, nella metà degli anni ’70, nascono le prime tv private, sono proprio i Vanzina insieme a qualche altro cineasta esule – Neri Parenti, ad esempio – a capire che è possibile cavalcare l’onda del cambiamento, adattandosi pur di permettere alla commedia all’italiana di sopravvivere. I modelli tradizionali non avrebbero più trovato la loro ragion d’essere se Carlo ed Enrico Vanzina non avessero permesso loro di cambiar pelle, fino a farli diventare “cinepanettoni”, film concepiti per il solo interesse video-ludico del pubblico delle grandi occasioni vacanziere, alla ricerca del disimpegno perduto.

carlo vanzina

Ma Carlo Vanzina, dietro quell’espressione costantemente malinconica, conosceva fin troppo bene i segreti del mestiere di cineasta, trucchi ereditati dall’esperienza sul campo insieme al padre Steno (Stefano Vanzina), al regista Mario Monicelli e al “caporale” della risata Alberto Sordi: la prima palestra di vita, che gli permise di esordire nel 1976 con il suo lungometraggio di debutto Luna di Miele in Tre.

Da quell’anno di svolta in poi la carriera dei fratelli Vanzina non si è più fermata, arrivando fino ad oggi, attraversando enormi alti e bassi produttivi ma soprattutto critici, finendo per restare loro stessi vittime di una macchina/sistema d’intrattenimento praticamente perfetta. Quello che noi volgarmente abbiamo ribattezzato “cinepanettone” rappresenta l’evoluzione diretta, l’osservazione silenziosa dell’Italia di ieri con i suoi tic, le proprie macchiette e le enormi, inconciliabili, differenze.

I personaggi che popolano i film dei Vanzina sono inguaribili ottimisti figli dell’era dei paninari – fenomeno socio-antropologico quasi esclusivamente italiano – della migliore gioventù rampante stordita dalle sirene del successo di una società consumista che cambia velocemente, convinta che il benessere degli anni ’80 possa essere infinito e intoccabile.

Carlo Vanzina: il cantore dell’Italia “da bere” degli anni ’80

Ridefinendo i contorni di un immaginario collettivo post-boom degli anni ’60, figlio dei postumi del ’68, post austerity ed erede della new wave reaganiana che soffiava da Occidente, Carlo Vanzina ha saputo fotografare un’intera generazione regalandone ad un’altra – o forse a due – nuovi modelli e nuovi volti di riferimento: le maschere comico-grottesche incarnate dai vari Massimo Boldi, Christian De Sica, Diego Abatantuono, Ezio Greggio e Jerry Calà (solo per citarne alcuni) influenzano la percezione delle generazioni più giovani nei confronti dell’Italia contemporanea.

Il merito della coppia costituita da Carlo ed Enrico Vanzina è stato quello di aver creato un genere nuovo – forse rielaborando modelli preesistenti – incentrato sulla malinconia spensierata, giovane e nostalgica delle vacanze: quel filone iniziato con Sapore di Mare (1983) che ha poi incontrato, la propria naturale evoluzione, cambiando pelle e adattandosi al cinema a episodi commerciale, a partire da quel Vacanze di Natale che ha debuttato nello stesso anno.

La formula del film a episodi si rivelerà uno dei marchi di fabbrica dei “Vanzinas’ ”, come ha dimostrato il successo di lungometraggi come Yuppies – I giovani di successo (1986), Sognando la California (1992), S.P.Q.R – 2000 e ½ anni fa (1994) e i vari cinepanettoni che hanno segnato le vacanze per un intero decennio – ’90-2000 – mostrando vari prototipi di italiani alle prese con le trasferte o con l’estero, altro tema ricorrente nella filmografia vanziniana, presente in film come Selvaggi (1995), Io No Spik Inglish (1995), il sequel Banzai (1997) e South Kensington (2001).

I Vanzina – e in particolar modo Carlo – hanno affrontato nel corso di 40 anni di carriera tutti i generi, dal noir (Sotto il Vestito Niente, 1985) all’avventura in costume (La Partita, 1988) passando per il poliziesco (Tre Colonne in Cronaca, 1990) fino alla commedia meno farsesca (come non ricordare Piccolo Grande Amore, 1993, con Raul Bova?) senza mai disdegnare sequel, reboot o remake anche dei loro stessi film (come nel caso de Sotto il Vestito Niente/L’Ultima Sfilata, 2011, o del cult firmato dal padre Febbre da Cavallo/La Mandrakata, 2002).

Carlo Vanzina, nel corso della propria carriera da regista, ha lasciato un solco profondo nel cinema popolare: popolare perché pop, di tutti, ad appannaggio delle masse, tanto da ridefinirne l’immaginario stesso. Spesso osteggiato dalla critica o da correnti cinefile più radical chic, in realtà il cineasta è rimasto vittima di quel controsenso, purtroppo comune, che tende a vincolare in modo indissolubile qualcuno alla propria creatura meglio riuscita, quella che lo ha consacrato al successo commerciale, perché il pubblico finisce poi per identificarlo con quest’ultima.

Un controsenso, un vizio di forma, che spesso forza lo sguardo e lo rende cieco, incapace di scrutare aldilà del cono d’ombra, tra le pieghe di spazi creativi decisamente più interessanti.

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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