Christopher Nolan e la magia primordiale della settima arte

scritto da: Luca Buricchi

Mentre scriviamo, Dunkirk sta ancora emozionando – dopo oltre due settimane dall’uscita nelle nostre sale – spettatori di tutte le età. Non c’è da stupirsi: Christopher Nolan, il regista, è probabilmente uno dei più innovativi del nuovo millennio, capace come pochi altri di trovare quell’equilibrio tra sperimentazione e spettacolo, tra la voglia di esprimere i propri vezzi autoriali tipici del cinema indipendente e il blockbuster d’autore.

Le sue opere sono capaci di amalgamarsi perfettamente alle esigenze del sistema produttivo hollywoodiano – che alla fine dei giochi pensa soprattutto a contare i soldi dell’incasso -, pur mantenendo quella cifra stilistica e quel gusto personalissimo a cui il regista britannico ci ha ormai abituati. Probabilmente il regista europeo più amato ad Hollywood.

Il fatto di essere sceneggiatore di se stesso (spesso coadiuvato dal geniale fratello Jonathan Nolan, a cui si deve la bellissima serie tv Westworld) e spesso anche produttore assieme alla moglie Emma Thomas, rende l’idea della libertà che Nolan riesce ad avere quando decide di lavorare ad un progetto: una libertà a fronte di budget consistenti che pochi altri nel settore possono vantare al momento (se si escludono alcuni della vecchia scuola come James Cameron, probabilmente re indiscusso al botteghino).

L’uscita di ogni nuovo film di Christopher Nolan è un evento imperdibile capace di parlare a diverse tipologie di pubblico e di far discutere critici ed appassionati per mesi, tra chi lo odia (pochi a dire il vero) e chi lo ama. Folgorato dal genio di Stanley Kubrick a soli sette anni quando il padre decise di portarlo al cinema per vedere 2001 Odissea nello Spazio, Chris capì che avrebbe voluto restituire al pubblico quella stessa eccitazione, quel senso di magia e di grandezza che solo il grande schermo può regalare.

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Sappiamo tutti com’è andata: il piccolo Christopher ormai diventato uomo, ha mantenuto la promessa fatta. Ogni suo film è sinonimo di grande cinema, di ricerca maniacale per l’inquadratura più giusta e per la musica perfetta; tutto allo scopo di racchiudere nel tempo di un film emozioni e stupore. Si direbbe una missione oltre che una passione per il regista, data la proverbiale propensione, dal punto di vista tecnico, ad essere prima di tutto un conservatore oltre che un innovatore.

A differenza di molti colleghi che preferiscono supporti digitali, Christopher Nolan resta infatti fedele alla pellicola. Una scelta che si traduce per ovvi motivi in una mastodontica mole di lavoro in fase pre e post produttiva: ogni scena, ogni inquadratura, ogni location devono essere scelte con la massima cura allo scopo di non sprecare pellicola.

Non è un caso infatti che abbia deciso di girare Dunkirk, la sua ultima fatica, completamente in pellicola 70mm (in prevalenza in formato IMAX) optando anche per un uso sorprendente del sonoro, diegetico ed extradiegetico, necessario a calare lo spettatore al centro dell’azione. Una scelta stilistica e tecnica che è una vera e propria dichiarazione d’intenti: la necessità di riappropriarsi dell’importanza dell’immagine e di un sonoro che ne esalti la visione per ricordarci, come fu per The Hateful Eight di Quentin Tarantino, che il cinema va celebrato in un solo posto: al buio di una sala.

Ogni film di Nolan è sinonimo di grande cinema, di ricerca maniacale per l’inquadratura più giusta e per la musica perfetta; tutto allo scopo di racchiudere nel tempo di un film emozioni e stupore

Per Dunkirk poi l’uso del formato IMAX (che ha un rapporto d’aspetto 1.90:1) ha permesso un differente approccio a livello narrativo (in sostanza una maggiore apertura ai lati dell’inquadratura) che si sposasse perfettamente con le esigenze di un film bellico ambientato tra le spiagge di Dunkerque, il mare e il cielo: le riprese, infatti, mostrano i soldati, in attesa di essere recuperati, come migliaia di piccole formichine, o ne esaltano gli scontri in cielo.

Nolan è un conservatore che non ama nemmeno troppo l’uso, o meglio l’abuso, della CGI, presente nei suoi film ma sempre perfettamente mascherata all’interno della scena, dando così la sensazione che non stiamo guardando qualcosa di finto. Quando possibile però Nolan, come ha sempre affermato, preferisce i trucchi da vecchia scuola.

Per girare la memorabile scena di Inception del corridoio rotante (quella in cui Joseph Gordon-Levitt si cimenta in una scazzottata a gravità zero), Nolan ha fatto costruire un enorme macchinario cilindrico capace di ruotare grazie a dei motori; secondo il regista, la difficoltà è stata quella di creare una struttura che potesse reggere la torsione della rotazione una volta creato il corridoio dell’albergo (lungo 30 metri) all’interno dello scheletro cilindrico.

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Christopher Nolan e la magia primordiale della settima arte

Ma gli sforzi, l’ingegno degli effettisti (Chris Corbould ha vinto l’Oscar per i migliori effetti speciali nel 2011 proprio per questo film) e la caparbietà di Gordon-Levitt (che ha deciso di girare le scene senza controfigura) hanno restituito una delle sequenze più sensazionali e spettacolari degli ultimi anni, dove tutto, di fronte ai nostri occhi, risulta incredibilmente reale. Non solo Inception ma anche le astronavi viste in Interstellar o gli interni e la Batmobile nella trilogia de Il Cavaliere Oscuro, sono stati ricreati per l’occasione. Un lavoro maniacale quello di Christopher Nolan, quasi artigianale verrebbe da dire, come molti mestieranti della settima arte appartenuti al passato.

Già da Memento (2000), prima dell’esplosione al vasto pubblico avvenuta solo dopo Insomnia (2002) e Batman Begins (2005), le capacità tecniche di Nolan erano innegabili e sotto gli occhi di tutti. Nel trasporre il racconto del fratello Jonathan (“Memento Mori”), in cui il protagonista Leonard (Guy Pearce), affetto da un disturbo della memoria a lungo termine, è costretto a tatuarsi tutto quello che non ricorda, Nolan decide di girare e montare tutto il film al contrario, partendo dalla fine della vicenda per poi proseguire verso l’inizio.

La grandezza del cinema di Nolan non è accomunata solo dalle scelte stilistiche da vecchia scuola o da una padronanza della tecnica e della regia: una delle maggiori costanti di tutte le sue opere filmiche è il tempo

Per fare questo divide il film in varie sequenze a colori ognuna delle quali inframezzate da altre in bianco e nero: le prime (che sono la visione soggettiva del protagonista) terminano con una scena che è poi l’inizio della sequenza a colori successiva: le seconde (la visione oggettiva tra una sequenza a colori e l’altra) aggiungono dettagli e indizi necessari per risolvere il puzzle. Questo meccanismo permette al regista di far provare a noi spettatori la stessa sensazione di smarrimento provata dal protagonista. Vedere compiere una determinata azione prima di scoprire cosa l’abbia provocata ci fa sentire proprio come Leonard, incapaci di ricordare.

Ma la grandezza del cinema di Nolan non è accomunata solo dalle scelte stilistiche da vecchia scuola o da una padronanza della tecnica e della regia (oltre che di una sodale collaborazione con Hans Zimmer per le meravigliose musiche): una delle maggiori costanti di tutte le sue opere filmiche è il tempo, vera ossessione per il regista. Ne è la prova come detto la scelta in Memento di raccontarlo all’indietro cambiando la percezione di quello che stiamo vedendo, o le diverse gravità che cambiano il tempo in Interstellar, o ancora Inception, in cui gli eventi nei vari strati di sogno accadono contemporaneamente ma a velocità diverse.

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Ma il tempo che interessa a Christopher Nolan non è solo quello dei fatti narrati, è anche quello del racconto stesso. Tutto il cinema del regista si fonda proprio su questa differenza: quella tra la durata del film (il tempo del racconto) e quella degli eventi narrati.

Un esercizio di stile che nel suo ultimo Dunkirk, più che in ogni altro suo film, ci mostra quanto siano diversi tra loro i tempi cinematografici da quelli del fatto che si vuole raccontare, qui rimarcati proprio dalla durata dei tre atti del film (terra, mare, cielo) molto diversa nella realtà (una settimana, un giorno e un’ora) ma raccontati tutti in poco più di un’ora e mezza all’interno dell’opera filmica.

Chissà quanto ancora avrà da regalarci questo regista che sin dal suo esordio con Following (1998) ha mostrato di saper padroneggiare il mezzo cinematografico, confermando poi le sue capacità con il successivo Memento, capolavoro di narrazione, o con le ipnotiche visioni di Insomnia, o ancora con la storia intricata di The Prestige, e con la personalissima visione dell’eroe/antieroe mascherato nella trilogia dedicata a Batman, con il sogno e il subconscio di Inception, o con i viaggi nello spazio e nel tempo di Interstellar, fino ad arrivare a Dunkirk, forse uno dei più importanti film degli ultimi anni.

Dunkirk che non è solo una pellicola di guerra che narra fatti reali: è un’esperienza cinematografica che ci fa capire l’importanza del cinema oggi, nella golden age delle serie tv e delle loro spesso coinvolgenti narrazioni; è una pellicola di asciuttezza e perfezione stilistica (come prima di lui fu il Mad Max Fury Road di George Miller); è cinema allo stato puro fatto di immagini e racconto nella sua forma più primordiale. È l’inconfondibile firma di Christopher Nolan.

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Luca Buricchi

Redattore | A sette anni l'incontro con Star Wars gli cambia la vita | Film del cuore: Star Wars | Il più grande regista: David Cronenberg | Attore Preferito: Leonardo DiCaprio | La citazione più bella: "Have a drink, mate? Have a fight, mate? Have a taste of dust and sweat, mate? There's nothing else out here." (Wake in Fright)

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