Cinema e scrittura: 10 film in cui realtà e immaginario si confondono

scritto da: Ludovica Ottaviani

Ce l’ha insegnato Luigi Pirandello con i suoi Sei Personaggi in Cerca d’Autore: spesso la finzione letteraria può bussare alla porta della vita del proprio creatore, o comunque abbattere quel labile confine ideale che separa il reale dall’immaginario.

Questo antico dilemma sembra risorgere dalle proprie ceneri del tempo (si vedano esempi abbastanza recenti come Animali Notturni di Tom Ford): un dilemma che, da sempre, ha affascinato Hollywood e i suoi autori (siano essi registi, sceneggiatori o scrittori). Per questo motivo, abbiamo provato a realizzare una (insospettabile) Top 10 dei film dove la scrittura irrompe nell’immaginario, riscrivendolo.

10) URLO

Adattare il poema cardine della Beat Generation non è un’esperienza così facile: Rob Epstein e Jeffrey Friedman (sia sceneggiatori che registi) ci provano nel 2010 facendo  incarnare il folle genio visionario del cantore di Golem, Juxebox all’idrogeno e altre follie scellerate dei nostri pazzi tempi a James Franco: il risultato è un visionario on the road sperimentale nella mente del Maestro, dove Realta’ e Finzione si confondono a tal punto facendo perdere le tracce della loro separazione; il bianco e nero immortala la vita di Ginsberg, il colore sottolinea il processo per oscenità intentato dopo la pubblicazione di Urlo e l’animazione travolge tutto, cercando di spiegare/mostrare le dinamiche alla base del processo creativo.

09) SECRET WINDOW 

Nel 2004 Stephen King tornò a colonizzare il grande schermo ancora una volta con un adattamento, firmato da David Koepp, del suo racconto Finestra Segreta, Giardino Segreto: lo scrittore Mort Rainey riceve le visite sgradevoli -e continue- dell’enigmatico John Shooter, che lo accusa di aver rubato un suo racconto per fare successo. L’idea di uno spettro inquietante -parto della fantasia o del sonno della ragione- che torna a turbare  la vita dei vivi per decostruirla, avvelenandola lentamente, è quasi una costante nell’opera dello scrittore americano: basti citare il cult Shining.

08) BARTON FINK – È SUCCESSO AD HOLLYWOOD

I Fratelli Joel  ed Ethan Coen, nel 1991, decisero di rimanere ancora una volta nei territori del noir con il film Barton Fink – E’ successo a Hollywood: la storia di un commediografo newyorkese in trasferta nella mecca del cinema per scrivere una sceneggiatura sul wrestling si tinge di nero quando ritrova il cadavere della segretaria tuttofare di un noto scrittore nel suo  letto e lo zelante vicino, il bonario agente assicurativo Charlie Meadows, gli rivela di essere il tristemente famoso serial killer Karl Mundt. Ovviamente, tutta la vicenda si rivelerà una formidabile fonte d’ispirazione per la creatività in crisi di Barton, pronto a confondere Realtà e Immaginario solo in nome dell’Arte.

07) MELINDA & MELINDA

Woody Allen, genio della comedy intellettual-nevrotica newyorkese, si è cimentato spesso nell’arte del gioco sottile di rimandi tra narrazione cinematografica e narrazione letteraria, abbattendo quarte pareti, nobilitando il camera look, rendendo possibile l’impossibile (fino a quel momento, solo pensato) e sublimando tutto ciò che, in media, nella vita non accade (o non va come sperato). In Melinda & Melinda (2004) il gioco è sospeso tra cinema e teatro, drammaturgia, kammerspiel e dramedy: cosa succederebbe se, la stessa storia con la stessa protagonista, fosse raccontata da due punti di vista diversi, uno dal taglio comico e l’altro drammatico? Il risultato è questo film, che si configura proprio come un brillante saggio sulle potenzialità – e possibilità – della scrittura.

06) IO & ANNIE

Ancora Allen, ancora le infinite possibilità della scrittura che abbatte pareti e confini, confondendo la percezione dello spettatore e rendendo possibile l’impossibile sul grande schermo, permettendo perfino a Marshall McLuhan di comparire in coda per un film solo per criticare il qualunquismo degli spettatori saccenti: questo accade in Io & Annie (1977, Premio Oscar alla Miglior Sceneggiatura Originale – oltre alla Regia, Miglior Attrice Protagonista e film) nel quale Allen e Marshall Brickman (co-sceneggiatore) mettono in scena le contraddizioni interiori di Alvy Singer, comico ebreo newyorkese, alle prese con la sua disfunzionale esistenza, la propria immaginazione iperattiva ma soprattutto con le donne, prima fra tutte la fulgida e brillante Annie Hall, insicura cantante jazz della quale si innamora perdutamente. Il regista -navigato comico ma soprattutto autore comico – sfrutta le incursioni anarchiche della scrittura nel tessuto del racconto filmico decostruendo spazio, tempo, azioni e personaggi nell’accezione convenzionalmente riconosciuta da tutti.

Cinema e scrittura: realtà e immaginario si confondono in 10 film da (ri)scoprire

05) HARRY A PEZZI

Woody Allen: Atto III; questa volta il debito maggiore è contratto con l’introspezione cupa e riflessiva di Ingmar Bergman, ma il regista newyorkese conosce talmente bene il proprio miglior mezzo espressivo – la penna – da poter sovvertire le regole del dramma da camera á-la-Il Posto delle Fragole in una commedia indiavolata, decostruita e caotica come Harry a Pezzi. Harry Block e’ uno scrittore colto nel bel  mezzo del blocco creativo della sua vita: in piena crisi depressiva, vessato dalle critiche di amici, parenti, mogli, amanti che lo accusano di utilizzare – senza scrupoli – dettagli delle loro vite ed esperienze come materiale letterario per le sue opere, riceve inoltre la piu’ “tragica” delle notizie, ovvero la consegna di un’onoreficenza da parte della sua vecchia Università. Nel viaggio – reale e dell’anima – compiuto da Harry ogni frammento è scomposto e decostruito, abbattendo definitivamente quell’ordinato confine tra immaginario (letterario) e realtà contingente: i frammenti dell’esistenza incerta dello scrittore trovano un loro “doppio” narrativo nella mente dell’uomo stesso, che immagina di parlare con i defunti, la morte, perfino il Diavolo in persona (trasfigurando la quotidianità) prima di imbattersi in una teoria delle proprie creazioni dell’immaginario letterario, gli unici pronti ad accoglierlo, accettarlo, onorarlo ed amarlo per ciò che è.

04) HAPPY FAMILY

Quarta posizione insolita, e non solo perché è l’unico film italiano in classifica: in Happy FamilyGabriele Salvatores (co-autore della sceneggiatura insieme ad Alessandro Genovesi, nonché regista) mette in scena la propria, personale, rilettura pop dei pirandelliani Sei Personaggi in Cerca d’Autore: uno sceneggiatore inetto, terrorizzato dal lieto fine e affetto dal classico blocco creativo trova un aiuto insperato in Anna, una ragazza che prima lo investe e poi lo invita a cena a casa sua, con la propria disfunzionale famiglia, che altri non è che la protagonista del nuovo racconto dello sceneggiatore: non tarderanno ad interferire con il suo lavoro. Stavolta l’invasione è completa: i personaggi hanno valicato i confini dell’immaginario e, proprio come nel peggior incubo della ragione, dettano legge e cercano di consigliare lo scrittore/sceneggiatore alle prese con  il proprio, complesso, processo creativo dai misteriosi meccanismi: ciò che in  Pirandello è dramma carico di pathos, qui si trasforma in comedy e farsa, delineando un “altrove” talmente forte ed ingombrante nel quale i personaggi dell’immaginario si abbrogano, arrogantemente, il diritto di esistere.

03) RUBY SPARKS

Zoe Kazan (nipote del famoso Elia Kazan) ha scritto ed interpretato nel 2012 questa commedia incentrata su un giovane scrittore – Calvin Weir- Fields – che, dopo il successo del primo romanzo, sta attraversando la canonica crisi creativa. Ad aiutarlo sarà la sua nuova creatura “di carta”, Ruby, che inspiegabilmente prenderà vita portando scompiglio nella sua esistenza, pur rispondendo esclusivamente al volere “creativo” di Calvin. Il mito di Pigmalione prende corpo sullo schermo in una delle ennesime incarnazioni hollywoodiane e la realtà supera di gran lunga la fantasia: di nuovo i personaggi frutto dell’immaginario valicano i confini della creatività visitando la vita – monotona – dei creatori stessi. E, in questo caso, è la “musa” a salvare il maestro innamorato, che non sfugge però alla tentazione di plasmarla, ancora una volta, a proprio gusto.

02) IL LADRO DI ORCHIDEE

Storia di un piccolo gioiello che è un intricato gioco di scatole cinesi: Spike Jonze dirige, nel 2002, Adaptation (emblematico titolo originale), scritto dallo sceneggiatore Charlie Kaufman che avrebbe dovuto scrivere un copione ispirato dal romanzo di Susan Orlean Il Ladro di Orchidee (appunto); colto da un’improvvisa – ed irreversibile – crisi trasformò lentamente la piatta sceneggiatura in uno script dal sapore autobiografico, dove lo sceneggiatore Charlie deve ricavare uno sceneggiatura dal romanzo Il Ladro di Orchidee, incentrato sulla figura del ricarcatore John Laroche, che scopre il potenziale delle orchidee ma soprattutto la possibilità di ricavare della droga da esse. A casa di Charlie arriva suo fratello gemello Donald, sceneggiatore rampante e fiducioso, che ha appena scritto un thriller dal sicuro successo commerciale; Charlie decide così di uscire dal blocco che lo affligge scrivendo una sceneggiatura che riguarda le sue difficoltà nello scrivere un adattamento. Film che ha la struttura di un frattale (oggetto geometrico dotato di omotetia interna) o che, semplicemente, utilizza la tecnica della mise en abyme, riproponendo sempre se stesso e la propria struttura auto-referenziale di riferimento, in un gioco di specchi dove il soggetto è lo sceneggiatore stesso: gli incubi della sua immaginazione si stratificano ed intensificano, i contorni sono aboliti e Reale e Immaginario convivono amabilmente nello stesso, alternativo, piano del quotidiano, dando voce alle ombre dell’immaginazione iperattiva di un professionista della parola.

01) VERO COME LA FINZIONE

La quintessenza del film sulla scrittura, incentrato proprio su quei meccanismi creativi che è possibile scardinare grazie alle potenzialità dell’audiovisivo e su quelle fantasie, frutto delle proiezioni della mente, che è possibile evocare solo dando loro corpo e spessore; nel film di Marc Forster del 2006, un ispettore del servizio fiscale americano (Harold Crick) vive la sua tranquilla e monotona esistenza, almeno finché non inizia a sentire una voce di donna che sembra narrare le imprese della sua vita, morte prematura inclusa. Quella voce appartiene alla scrittrice Kay Eiffel che, nella stessa città, si lambicca su come far morire degnamente uno dei propri personaggi, l’ispettore delle tasse Harold Crick. Il film si muove, abilmente, tra il piano del Reale e quello dell’Immaginario frutto della fantasia della Eiffel ma, proprio come recita il titolo originale (Stranger Than Fiction), le vicende assumono dei contorni più complessi – e strani – della realtà stessa: l’autrice incontra di nuovo i personaggi frutto della sua creatività, e sono proprio quest’ultimi a chiederle aiuto. In modo speculare rispetto a quanto accade in Animali Notturni -ma in chiave noir e drammatica – anche in Vero Come la Finzione lo spettatore può sbirciare nella mente creativa (dello scrittore o del lettore) visualizzando, davanti a se’, le ombre e gli spettri, ovvero tutte quelle immagini simulacro, che la popolano.

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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