Non solo Dogman: 5 fatti di cronaca nera raccontati dalla settima arte

scritto da: Ludovica Ottaviani

Dogman, scritto e diretto da Matteo Garrone, è il film che ha riportato sotto i riflettori uno dei fatti di cronaca più sanguinari del ‘900 italiano: stiamo parlando del brutale omicidio, avvenuto nel 1988 nel quartiere periferico romano della Magliana, dell’ex pugile e piccolo boss del quartiere Giancarlo Ricci, perpetuato da Pietro De Negri, detto “er canaro” per via del proprio lavoro come toelettatore per cani, che si vendicò delle angherie e dei soprusi subiti nel corso degli anni.

Provando a ricostruire brevemente la vicenda (che potete approfondire qui), De Negri prima di reinventarsi toelettatore per cani aveva svolto diversi lavori, fino ad improvvisarsi spacciatore iniziando così a frequentare l’ambiente criminale, nel quale fa la conoscenza proprio di Ricci, ex pugile e in seguito netturbino, cocainomane e rinomato violento, un uomo dedito a furti, scippi e rapine che rivendicava il proprio ruolo all’interno del quartiere a colpi di pugni, soprusi e angherie.

De Negri, per non passare nella schiera dei nemici del Ricci, instaurò con lui un legame sadomasochista di dipendenza malata, e nel corso degli anni incassò tutti i soprusi in silenzio, fino ad arrivare alle violenze fisiche, sfociate il 18 Febbraio 1988. Una trappola a base di sevizie e terribili mutilazioni, che si concluse dopo ben sette ore di agonia, tra atroci sofferenze e a causa di un soffocamento.

dogman

Non solo Dogman: 5 fatti di cronaca nera raccontati dalla settima arte

Nonostante siano ancora molti i dubbi intorno al celebre fatto di cronaca nera, il “delitto del canaro” continua ad esercitare un fascino macabro sull’immaginario collettivo, come dimostra la rilettura cinematografica di Dogman (qui la nostra recensione) che ne ha dato Matteo Garrone e che ha fatto conquistare al film la Palma d’Oro per la miglior interpretazione maschile andata a Marcello Fonte, protagonista del film.

Ma il delitto “der canaro” non è l’unico fatto di cronaca nera che ha insanguinato l’Italia nel corso del ‘900: altre storie sanguinose a base di serial killer, brutali omicidi, torture e altri aneddoti capaci di far gelare il sangue nelle vene perfino ai più sfrontati hanno segnato la storia più recente del Belpaese, influenzando perfino la creatività – macabra – della settima arte, che da essi ha preso spunto o semplicemente si è limitata ad adattarli alla pop culture.

Analizziamo 5 fatti di cronaca nera che, come il Dogman di Garrone, sono stati rielaborati dal grande – o dal piccolo – schermo:

dogman

5) Totò Contro i Quattro

Totò Contro i Quattro è un film comico diretto da Steno nel 1963 e che segna l’ultima apparizione, sul grande schermo, dell’indimenticabile coppia costituita da Totò e Peppino, pur essendo collocata in un contesto più corale.

Totò interpreta, infatti, l’integerrimo commissario Antonio Saracino alle prese con un’allucinante giornata di ordinaria follia presso il commissariato romano dove lavora: prima subisce il furto della sua automobile nuova fiammante ad opera di un gruppo di ladruncoli. Per ritrovarla si rivolge a Don Amilcare (Aldo Fabrizi), un prete che cerca di redimere quest’ultimi convincendoli – con ogni mezzo – a intraprendere la via dell’onestà, iniziando con la restituzione dell’auto al legittimo proprietario.

Nel frattempo, il commissario dovrà affrontare un intransigente ispettore della dogana (Nino Taranto) che non vuole restituirgli una scatola di medicinali provenienti dall’estero; il cavalier Alfredo Fiore (Peppino De Filippo) convinto di essere tradito dalla moglie, intenzionata ad eliminarlo con la complicità dell’amante; il sedicente colonnello La Matta (Erminio Macario) che avverte la polizia dopo aver avvistato un sinistro movimento intorno a una misteriosa villa; infine si palesa al commissariato perfino il commendator Lancetti, ricattato da un uomo senza nome.

Nonostante il film sia una commedia farcita di battute e gag fisiche, c’è spazio – nella sceneggiatura scritta a quattro mani da Bruno Corbucci e Giovanni Grimaldi – per numerosi riferimenti ancorati alla cronaca nera italiana degli anni ’60: tra questi, non manca una battuta sul celebre Mostro di Nerola, al secolo Ernesto Picchioni.

Picchioni, criminale e assassino seriale italiano, fu responsabile dai 4 ai 16 omicidi tutti compiuti nel paese di Nerola, situato a circa 40 Km da Roma, dove si trasferì nel 1944 insieme alla famiglia in una casa fatiscente al km 47 della SS4 Via Salaria. Il lasso di tempo in cui fu operativo non è stato ancora identificato: si sa quando smise di uccidere, nel 1949, ma si ignora ancora oggi l’anno esatto dell’inizio delle sue malefatte.

La polizia trovò, nel terreno intorno alla casa, svariati cadaveri di cani, resti di biciclette smontate e alcuni cadaveri; altri furono rinvenuti intorno al paese e precisamente due di questi – quello di un tredicenne e di un uomo anziano – non furono mai ricondotti a Picchioni per mancanza di prove. Nel suo caso, l’aspetto più inquietante riguarda soprattutto una strana corrispondenza numerologica che sembra ritornare incessantemente: la presenza del numero 67 ha segnato, infatti, la vita e l’attività criminale dell’omicida, fino alla sua morte avvenuta nel 1967 all’età di 67 anni.

dogman

4) Ultima Pallottola

Ultima Pallottola è il titolo di una miniserie televisiva – da due puntate – diretta da Michele Soavi e trasmessa su Canale 5 nel 2003.

Basata sulle efferate vicende criminali commesse dal serial killer Donato Bilancia, la serie vede protagonisti gli attori Giulio Scarpati, Max Mazzotta, Fausto Paravidino e Nino D’Agata nei panni dei carabinieri che indagarono sulla scia di morti che si lasciò alle spalle Bilancia, interpretato nella serie dall’attore Carlo Cecchi.

Adattando la realtà alla finzione televisiva, il maggiore Fornari (Antonio Catania) richiama in servizio il capitano Stefano Riccardi, detto Lupo (Scarpati), nella loro città – Genova – per indagare su degli strani delitti che coinvolgono le prostitute. Le donne sono state ritrovate con il volto coperto da un velo e un singolo colpo di pistola sparato alla nuca: esclusa la pista legata al regolamento di conti tra bandi, i carabinieri si orientano piuttosto su un omicida seriale ossessionato dalle donne.

Soavi, già nome di punta del cinema di genere prestato in seguito alla tv, aveva realizzato altre miniserie mutuate a partire dai fatti di cronaca (come la Uno Bianca): per Ultima Pallottola è partito dalle orribili gesta criminali di Donato Bilancia, serial killer conosciuto con uno svariato elenco di nomignoli, dal soprannome Walter (acquisito nel giro delle bische clandestine), passando per “il killer delle prostitute”, “il mostro della Liguria” fino a “il killer dei treni”.

Bilancia commise una serie di 17 omicidi fra il 1997 e il 1998 in un’area tra la Liguria e il Basso Piemonte, guadagnandosi in base alla vittime – e ai luoghi designati – i nomignoli che lo accompagnarono per il corso della propria “carriera” criminale: dai primi omicidi legati a furti e rapine, passò all’assassinio sistematico e premeditato delle prostitute, fino a macchiarsi dei terribili delitti sui treni della linea intercity.

A dare una svolta definitiva alle indagini, permettendo così ai carabinieri di mettersi sulle sue tracce prima di arrestarlo condannandolo a ben 13 ergastoli, furono alcuni “errori” e alcune leggerezze che lasciarono delle pesanti tracce legate all’identità di Bilancia, che fu arrestato il 6 maggio 1998 appena uscito da casa sua in via Leonardo Montaldo a Marassi. Non oppose resistenza e confessò, poco dopo, tutti i propri torbidi delitti ai carabinieri.

dogman

3) Girolimoni, il Mostro di Roma

Girolimoni, il Mostro di Roma è un film del 1972 diretto dal regista Damiano Damiani che volle l’attore Nino Manfredi per interpretare Gino Girolimoni, protagonista di un tristemente famoso fatto di cronaca accaduto durante il ventennio fascista.

Nella Roma del periodo compreso tra il 1924 e il 1928 un crudele assassino si aggira per le strade della Città Eterna, uccidendo in modo barbaro delle bambine. Girolimoni, un fotografo, viene arrestato e balza subito agli onori della cronaca nera, almeno prima di essere scarcerato per mancanza di prove. Nonostante tutto, la sua esistenza viene irrimediabilmente sconvolta.

Il nome di Girolimoni è entrato nel linguaggio comune e nel dialetto romano, riferendosi a un pedofilo a caccia di bambine: perché di questo fu accusato l’uomo, di aver rapito, stuprato e ucciso ben sette bambine piccole a partire dal 1924. I fatti ebbero luogo nel pieno dell’ascesa del partito fascista: un periodo contrassegnato dal terrore e da un pesante clima di violenza dilagante, come segnalò il deputato socialista Giacomo Matteotti prima di scomparire.

Girolimoni si dimostrò un capro espiatorio perfetto, una vittima designata dal sistema accusata ingiustamente perché perfino lo stesso Mussolini era indignato dalle difficoltà incontrate durante l’indagine. Le prove che condussero all’arresto dell’uomo erano praticamente inesistenti e solo in un secondo momento si pensò che Girolimoni, un mediatore di cause per infortuni conosciuto da tutti come un uomo simpatico ed educato, fosse innocente ed estraneo ai delitti.

Ma la procura insabbiò il fatto, e perfino la stampa fece passare la notizia sotto silenzio; a sostenere l’innocenza dell’uomo rimase soltanto il commissario Giuseppe Dosi, che sostenne fino in fondo l’estraneità dell’uomo ai fatti, cercando di riabilitare la sua triste fama, che lo portò ad essere ribattezzato “il mostro di Roma” fino alla sua morte, nel 1961.

dogman

2) Il Mostro di Firenze

È il serial killer più (tristemente) famoso della storia italiana; il corrispettivo italiota dello Zodiac americano, già immortalato da David Fincher nell’omonimo film.

Citato nei lungometraggi nostrani quanto in quelli stranieri – la serie di Hannibal, oscillante tra cinema, tv e narrativa – ancora avvolto nel mistero e dall’identità sfuggente e non catalogabile; ci sono state, nel corso degli anni, perfino delle teorie che vedevano il Mostro di Firenze connesso proprio a Zodiac.

In tempi recenti è stato il regista Antonello Grimaldi ad adattare, per il piccolo schermo Mediaset, questo fatto di cronaca nera adattandolo per una miniserie in sei puntate, modificando opportunamente la realtà in base alle esigenze narrative. Il Mostro di Firenze narra degli otto duplici omicidi commessi nell’arco temporale che va dal 1968 fino al 1985, avvenuti nelle campagne fiorentine dove furono rinvenuti i cadaveri di alcune giovani coppie massacrate mentre si erano appartate, con le loro auto, cercando un po’ d’intimità.

In particolare l’occhio del regista focalizza la propria attenzione sulla vicenda personale e umana di Renzo Rontini (Ennio Fantastichini), padre di Pia, uccisa insieme al fidanzato Claudio Stefanacci nel 1984. Rontini ha cercato in tutti i modi di individuare il colpevole dell’omicidio, coadiuvato dalla tenacia del magistrato Silvia Della Monica (Nicole Grimaudo) e dall’apporto della sensitiva che lo aiuta nelle indagini (interpretata dall’attrice Daria Nicolodi, musa e moglie di Dario Argento).

Nei panni dei maggiori indiziati dei delitti, i famosi “compagni di merende”, si sono calati gli attori Massimo Sarchielli nel ruolo di Pietro Pacciani e Francesco Burroni nel ruolo di Mario Vanni. La vicenda è sicuramente una delle più famose, balzata agli onori della cronaca nera perché fu il primo caso, riconosciuto in Italia, di omicidi seriali riconosciuti come tali, talmente dilatato nel tempo da suscitare una vera e propria psicosi collettiva anche per le tipologie di vittime (giovani coppiette in cerca d’intimità).

Le procure di Firenze e Perugia sono state impegnate in numerose indagini volte ad individuare gli esecutori materiali dei delitti: i primi ad essere designati furono i cosiddetti “Compagni di Merende” Pietro Pacciani, Giancarlo Lotti e Mario Vanni; all’inizio, il movente sembrava di natura strettamente esoterica.

Nonostante l’identità del mostro, il movente e gli ipotetici mandanti rimangano ancora avvolti nel mistero, Vanni e Lotti furono condannati in via definitiva, mentre Pacciani fu condannato in primo grado a più ergastoli per poi essere assolto in appello, morendo però prima di essere sottoposto a un nuovo processo dopo l’annullamento – datato 1996 – della sentenza di assoluzione.

dogman

1) Gran Bollito

Gran Bollito è un film d’autore diretto, nel 1977, da Mauro Bolognini, che ha adattato per il grande schermo la macabra vicenda di cronaca nera di Leonarda Cianciulli.

Leonardo era una donna che – pur di preservare il figlio – si macchiò di qualunque azione, inclusa quella di uccidere, fare a pezzi, sciogliere nella soda caustica tre amiche per trasformarle in sapone e perfino mangiarle.

Lea (Shelley Winters) è una tipica donna del sud Italia, emigrata al nord per raggiungere il marito Rosario che gestisce un botteghino del lotto. La donna ha un unico figlio, Michele, al quale è legata da un rapporto morboso: Lea è convinta di averlo strappato alla morte, patteggiando con lei. E fa di tutto per tenerlo lontano dalle donne, che vede come delle nemiche insidiose. Il suo risentimento cresce quando il figlio annuncia il proprio fidanzamento con Sandra.

Lea, pur di non separarsi da lui, è pronta a commettere qualunque nefandezza: dal sortilegio ai ricatti, finisce per uccidere tre amiche, Berta, Lisa e Stella (Alberto Lionello, Max von Sydow e Renato Pozzetto), sacrificandole alla morte, incassando i loro risparmi sciogliendole nella soda caustica per trasformarle in saponette e infine mescolando il loro sangue nei dolci che offriva alle clienti della bottega.

Nonostante Gran Bollito sia, al pari di Dogman, un tentativo autoriale di rielaborare un fatto di cronaca nera, Bolognini si ispira in parte alla macabra vicenda dalla Cianciulli, avvenuta tra il 1939 e il 1940 nel paese emiliano di Correggio, dove si macchiò del macabro omicidio di ben tre donne.

La sua vicenda si mescola, in più punti, con l’esoterismo, le credenze folkloristiche, la paranoia isterica, la follia e l’amore malato di una madre nei confronti del figlio; lei stessa dichiarò di non aver agito “per odio né per avidità; bensì per amore di madre”. La Cianciulli, amica delle tre vittime – nel film di Bolognini interpretate da tre attori en travesti – aveva studiato il proprio piano nei minimi particolari, scegliendo donne sole, poco appariscenti e minute.

Davanti al commissario Serrao (incaricato delle indagini), si mostrò prima molto reticente, poi però iniziò a sciorinare tutti i dettagli degli omicidi: grazie alle dichiarazioni e ai reperti d’ambiente (sangue e dentiera appartenenti alle vittime ritrovati nella casa della saponificatrice) venne confermata la colpevolezza della donna, che confessò d’aver ucciso le donne, distrutto i corpi facendoli bollire in un pentolone pieno di soda caustica creando così saponette con l’allume di rocca e la pece greca, prima di disperdere i resti nel pozzo nero.

Conservò poi il sangue per farlo attecchire al forno, mischiandolo a latte e cioccolato per farci biscotti. Questi vennero dati da mangiare ai figli, che credeva così di salvare da una morte misteriosa, visto che nel suo delirio si identificava con la dea Teti, madre di Achille che aveva voluto rendere i figli immortali bagnandoli nelle acque del fiume Stige, salvandoli dalla morte attraverso la morte stessa.

Leonarda Cianciulli fu dichiarata colpevole di triplice omicidio, distruzione di cadavere tramite saponificazione e furto aggravato, condannata a pagare una multa e a scontare trenta anni di reclusione, ma non prima di passarne tre in un ospedale psichiatrico.

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


Creazione Siti WebSiti Web Roma