Festa della mamma: 10 madri cinematografiche indimenticabili

scritto da: Ludovica Ottaviani

Oggi è la Festa della Mamma: la signora del focolare, il nume tutelare della famiglia, la leonessa che protegge i propri cuccioli dai pericoli esterni, nonché la roccia sulla quale si costruisce il mito archetipico della casa.

Innumerevoli immagini vengono scomodate, fin dalla notte dei tempi, per descrivere al meglio la pietra miliare dei legami famigliari, e ovviamente anche le arti che hanno dominato il XX Secolo – ma non solo – hanno immortalato la figura della mamma, declinandola in tutte le infinite sfumature dettate dal caso.

Se la figura della madre era già centrale nella storia del teatro – come non ricordare la Madre Courage, Madre Coraggio e i suoi figli, immortalata da Bertolt Brecht? – è nel cinema, nella settima arte che ha dominato il ‘900 (e oltre) che diventa centrale, segnando l’immaginario collettivo e creando una vera e propria iconografia pop della figura materna, che si trasforma all’occorrenza in perturbante freudiano, sogno, incubo, nemesi del passato e luce che guida verso il futuro.

Festa della mamma: 10 madri cinematografiche indimenticabili

Di madri cinematografiche ne sono state raccontate molte e da altrettanti registi: per celebrarle al meglio in occasione di questa ricorrenza, abbiamo cercato di raccogliere le dieci madri cinematografiche più significative e atipiche, forse le meno scontate o le più inadatte, ma che ricordano sempre e comunque uno dei motti più antichi di sempre: ovvero che la mamma è sempre la mamma.

Ecco a voi la Top 10 di alcune tra le più significative madri del grande schermo… e buona Festa della Mamma a tutte (anche alle più inquietanti)!

10) La Madre

Prima degli incubi infantili (venuti dallo spazio oscuro) di IT, il regista argentino Andrés Muschietti aveva già riletto in chiave horror un’altra figura dell’immaginario infantile, ovvero la mamma, che da accogliente chioccia si trasforma in un crudele spettro ossessionato dai propri figli.

Le sorelline Victoria e Lily vengono affidate in custodia allo zio Luke (Nikolaj Coster-Waldau) e alla sua compagna Annabel (Jessica Chastain) dopo che il padre delle bambine, Jeffrey, ha ucciso la moglie a colpi di pistola per poi essere ritrovato lui stesso, suicida, in una baita solitaria nel bosco.

Ma questo strano alone di morte che cinque anni prima si era allungato sulla vita delle bambine sembra essere tornato per perseguitarle, disturbando la vita di Annabel e del suo compagno, che si ritroveranno così a fare i conti con l’inquietante e diabolica presenza di uno spirito inquieto detto La Madre.

Tratto da un cortometraggio omonimo diretto da Muschietti e presentato ufficialmente da Guillermo del Toro in un video diffuso a poche settimane dall’uscita italiana del film, La Madre gioca con le paure più inconsce, annidate nell’immaginario macabro di ognuno di noi nel quale una figura protettiva ci ama talmente tanto da trasformarsi, lentamente, in un mostro.

festa della mamma

9) La Signora Ammazzatutti

Che succede se la classica madre americana WASP, bionda, bianca, protestante e anglosassone, malata di rigore, perfezione e pulizia, si trasforma in una pluriomicida seriale senza speranze?

Ci voleva il genio caustico – ai limiti del trash – di John Waters (qui in particolare stato di grazia) per raccontare una folle vicenda simile, bollata nei titoli di testa come “una storia vera”, prima di essere prontamente classificata alla stregua di un’arguta trovata pubblicitaria.

Baltimora, Maryland. Beverly Sutphin (Kathleen Turner) è un’irreprensibile madre di famiglia dai tratti perbenisti, tipici della società statunitense più conservatrice; ma in realtà, cela un lato oscuro chiaramente disturbato e psicopatico.

Ossessionata dalla perfezione e da tutti coloro che la contraddicono, inizia lentamente ad eliminare tutti coloro che si frappongono tra lei e il suo irraggiungibile modello, spesso spinta da motivazione assurde per la loro banalità. Il processo che la vede coinvolta scatena non solo un vero e proprio caso mediatico, ma innesca perfino una serie di inarrestabili, quanto grottesche, conseguenze.

Grottesco – appunto – quanto eccessivo, satirico e autocritico, Waters demolisce la società americana colpendola dritta nel cuore del suo archetipo: la madre, complice anche una Turner sorprendente, di sicuro una delle più sottovalutate quanto eclettiche interpreti degli anni ’80-’90.

festa della mamma

8) Alla Mia Cara Mamma nel Giorno del suo Compleanno

Ottava posizione e primo film italiano: ancora una volta si viaggia nel territorio del grottesco e dell’umorismo nero con questo film diretto da Luciano Salce nel 1974 e ispirato all’opera teatrale degli spagnoli Rafael Azcona e Luis Berlanga Nel Giorno dell’Onomastico della Mamma.

Il trentaduenne conte Fernando detto “Didino” (Paolo Villaggio) vive nella grande tenuta di famiglia con la madre vedova e contessa, Mafalda (Lila Kedrova) e con gli anziani servitori Anchise e Driade.

La madre ha un rapporto ossessivo-compulsivo (nonché possessivo) verso il figlio, instillando così in Didino un profondo complesso edipico che lo porta ad avere dei rapporti malsani – e pressoché inesistenti – con l’altro sesso. Quando, in seguito alla morte dell’anziana domestica, farà irruzione nel fragile equilibrio della magione la giovanissima Angela (Eleonora Giorgi), della quale Didino si innamora perdutamente, scatenando la gelosia furia della madre.

Salce era uno di quei pochi registi che sapeva come utilizzare l’arma del cinismo per smascherare vizi privati e pubbliche virtù dell’italiano medio (e non solo): la classica madre ingombrante, tipicamente latina, chioccia e protettiva nei confronti dei figli viene portata all’estremo, in un crescendo grottesco e malato di eros e thanatos, del quale rimane vittima Didino, archetipo del maschio italico medio incapace di crescere e affetto dalla “sindrome di Peter Pan” che lo porta a tenere, a distanza di sicurezza, qualunque tipo di impegno o responsabilità.

7) Mammina Cara

Quando uscì nelle sale, il film fu bollato dalla critica come un indiscusso flop, coronato anche dalle svariate nomination ai Razzie Awards; ma come nella miglior tradizione dello “scult è bello”, dopo poco tempo il film è diventato – appunto – uno scult imperdibile per tutti i cultori del genere, per gli appassionati del tono tono grottesco, e per gli innamorati cronici di Joan Crawford.

Il film è tratto dal romanzo-sfogo scritto da Christina, figlia adottiva della celebre diva (anche noir) Joan Crawford, nel film interpretata magistralmente da Faye Dunaway, l’unica attrice a ricevere perfino una sorta di “benedizione” dalla più matura collega, che vide in lei (giovanissima) già la stoffa della star.

Mammina Cara ricostruisce, attraverso gli occhi della figlia adottiva Christina, la vita della celebra diva, che viene accusata di essere stata un’isterica, alcolizzata, ossessionata dai concetti di ordine e igiene; una donna capace di infliggere notevoli – quanto immotivate – crudeltà sui figli adottivi, confinati spesso in rigidi collegi e vittime innocenti degli sfoghi umorali dell’attrice, soprattutto in seguito alla perdita del marito, uno dei maggiori azionisti della Pepsi-Cola, episodio che proiettò la donna del mondo degli affari relegando la figlia in un cono d’ombra sempre più buio.

Il film di Perry, prima ancora che un biopic, è un vero e proprio omaggio (involontario) al complesso di Elettra: quale figlia non vorrebbe subire sevizie psicologiche da una madre-diva così?

6) Kill Bill Vol. I e II

È nei primi anni 2000 che il genio ipercinetico e creativo di Quentin Tarantino partorisce quella che è – secondo la critica – la sua “opera omnia”, o comunque il film della maturità: Kill Bill mescola sapientemente i generi spaziando dal wuxia al western senza dimenticare il thriller-horror all’italiana, il dramma e perfino una spolverata di commedia romantica (usata con assoluta parsimonia).

Nella storia della vendetta sanguinaria della Sposa, interpretata da Uma Thurman, non c’è solo la storia di una donna ferita – nell’animo e fisicamente – ma anche la tragica storia di una madre alla ricerca della propria figlia, che non sa nemmeno di avere. E già nel nome che Tarantino sceglie per la sua leonessa, Beatrix Kiddo, si annida la quintessenza della sua stessa natura: kid-do, “fare figli”, traducendo letteralmente dall’inglese.

La Sposa (Thurman) è una letale assassina che fa parte di un letale gruppo – ribattezzato Le Vipere Mortali – coadiuvate dal loro spietato capo, Bill, un uomo misterioso ma fondamentale per il passato della protagonista. Quando Beatrix – questo il suo vero nome – cerca di uscire dal giro, nel momento in cui scopre di essere rimasta incinta proprio di Bill, l’uomo non gli perdona la volontà di costruirsi un futuro, e così tenta di ucciderla proprio il giorno del suo matrimonio, insieme a tutti i presenti, al marito e alla figlia che porta in grembo.

Ma dopo quattro anni di coma, la Sposa si sveglia e giura vendetta: colpirà lentamente e nel modo più sadico possibile tutti i colpevoli, stilando una lista che la porterà fino al vertice della piramide, nel quale troneggia il nome di Bill.

La Sposa/Beatrix è la madre leonessa, capace di qualunque azione pur di difendere i propri cuccioli, incluso eliminare a colpi di katana tutti coloro che si frappongono tra lei e la sua bambina.

festa della mamma

5) Nemiche Amiche

La “madre coraggio” interpretata da Susan Sarandon e la “matrigna-in-distress” nei cui panni si cala Julia Roberts sono le prime madri “normali” della nostra top-ten, lontane da qualunque eccesso, turba psichica o disagio mentale, straordinarie proprio per la loro normalità, come dimostrano nella dramedy firmata da Columbus, uno specialista di madri e famiglie per il cinema: come non ricordare le sue commedie campioni d’incassi Mamma Ho Perso l’Aereo (e seguito) o il cult Mrs. Doubtfire?

Isabel (Roberts) è una fotografa di moda dalla carriera scintillante: impegnata con il suo lavoro, vive a New York dove cerca di accudire – come può – i figli del suo nuovo compagno Luke, la pre-adolescente Anna (dodici anni) e il piccolo Ben (di sette). Ma per quanti sforzi possa fare, si troverà sempre davanti l’impietoso confronto con Jackie, la madre naturale dei ragazzi, considerata dai due bambini insuperabile in tutto.

Ma quando la donna scopre di avere un cancro, le due donne prima nemiche giurate cercano di mettere da parte qualunque lite e disagio per trovare un punto d’incontro, diventando amiche per il bene dell’uomo che entrambe hanno amato/amano e per i due ragazzini.

4) Psyco

Sono tutte belle le mamme del mondo… o quasi. Di sicuro, la signora Norma Bates non è tra le più rassicuranti, visto l’impatto emotivo che ha avuto sulla psiche del suo unico figliolo, Norman.

In Psyco, film tratto dall’omonimo romanzo edito nel 1959 e scritto da Robert Bloch ispirato dalle inquietanti gesta sanguinarie del serial killer Ed Gein, il regista inglese maestro della suspense mescola il thriller-noir con l’heist movie e, infine, con il thriller psicologico, regalando alla storia del cinema uno dei rapporti madre-figlio più morboso e malato della settima arte.

Marion Crane (Janet Leigh) è un’impiegata che ruba, dal proprio ufficio, circa quarantamila dollari prima di scappare via con la sua auto, che cambia in corsa per far perdere le sue tracce. Ma colta da un improvviso temporale, decide di passare la notte in un solitario motel gestito da Norman (Anthony Perkins), un ragazzo con la passione degli uccelli impagliati e un carattere timido quanto schivo.

Ma quando Marion viene aggredita sotto la doccia dalla madre di Norman, Norma, patologicamente gelosa del figlio e di qualunque donna si possa avvicinare a quest’ultimo, solo l’intervento del fidanzato della vittima e di un investigatore privato può sciogliere il bandolo dell’intricata matassa.

Psyco è l’evoluzione, malata e malsana, delle teorie freudiane sul complesso di Edipo, raccontato con l’occhio attento di un maestro del cinema alla suspense e alla tensione. Quando si dice “cara, dolce mammina” insomma.

festa della mamma

3) Room

È stato il film rivelazione – e simbolo – della Notte degli Oscar che lo ha consacrato: merito pure di una Brie Larson strepitosa, in un inedito ruolo da mattatrice/protagonista nei panni di un’ennesima “madre coraggio” pronta davvero a tutto, pur di salvare il figlioletto sia sul piano fisico che psichico. A “duellare” con lei in scena è il piccolo Jacob Tremblay, piccola grande scoperta necessaria ad Abrahamson per suggellare il legame inscindibile e viscerale tra madre e figlio.

Jack (Tremblay) è un bambino di cinque anni che non ha mai visto il mondo esterno: è infatti nato in una stanza, da sua madre (Larson) e dal suo carceriere, Old Nick. Ma il giorno del suo quinto compleanno, Ma’ gli racconta che in realtà fuori dalla porta blindata c’è un mondo vero, diverso dalla stanza, dal lavandino, dalla lampada e dal lucernario che sono stati, fin dalla sua nascita, i suoi migliori amici. E l’unico scopo di Ma’, adesso, è uscire da lì e tornare nella sua vera casa.

Il film è tratto dal romanzo del 2010 Stanza, letto, armadio, specchio (Room) scritto da Emma Donoghue, scrittrice che ha collaborato al film come sceneggiatrice e produttrice, e la storia che alla quale si è ispirata affonda le proprie radici nella realtà, ovvero nel famoso caso Fritzl, un episodio di cronaca nera avvenuto nella cittadina austriaca di Amstetten.

Il rapporto tra madre e figlio è un nodo centrale della cinematografia: un archetipo biblico, un legame inscindibile che caratterizza la realtà e che determina l’ossatura stessa di qualunque storia, racconto, narrazione per immagine; un legame che coinvolge e investe tutti, il più antico del mondo.

festa della mamma

2) Rosemary’s Baby

La figura della madre passa anche dall’essere e dal diventare madri: e quale film ha trasfigurato, nell’immaginario collettivo, la maternità facendole assumere sfumature inquietanti e sinistre, come Rosemary’s Baby-Nastro Rosso a New York?  Tratto dall’omonimo romanzo di Ira Levin, scrittore e drammaturgo dall’indiscusso talento soprattutto nel delineare gli incubi del quotidiano, solo grazie al tocco autoriale (e allo stesso tempo macabro) di Roman Polansky viene trasposto sul grande schermo in maniera pressoché fedele all’originale.

Rosemary (Mia Farrow) è la neo-sposina di un attore in cerca di un lancio per la propria carriera. Quando il marito diventa di colpo famoso, la donna non riesce a capacitarsi dell’improvviso successo, ma le domande sono soppiantate da un’improvvisa notizia: Rosemary è incinta. Ma durante la gravidanza, la donna non può fare a meno di notare dei comportamenti sempre più ambigui da parte del marito, che la introduce progressivamente nel giro delle sue nuove amicizie, come i vicini di casa, i signori Castevet.

In Rosemary comincia a serpeggiare un dubbio sempre più pericoloso e insidioso: sospetta, infatti, che il marito possa aver firmato uno strano patto col diavolo, e che il demonio voglia proprio il figlio che porta in grembo.

Diventare madri dovrebbe essere una delle gioie più grandi; ma chiedetelo a Rosemary, forse potrebbe non essere d’accordo.

festa della mamma

1) Mamma Roma

Anna Magnani è, indubbiamente, il cuore pulsante di una città. E non è possibile scinderla da Roma e dal suo ruolo di madre, madre di un ragazzo e madre di un’intera metropoli; madre dolente, madre guerriera, madre coraggio irreprensibile che resiste alle avversità del destino senza mai crollare, dividendosi tra il suo ruolo di madre durante il giorno e facendo “la vita” di notte, lontana da occhi indiscreti ma solo per mantenere suo figlio, solo per amore.

Mamma Roma è il secondo film firmato da Pier Paolo Pasolini dopo Accattone: anche in questo caso, torna a scavare con il suo occhio attento e vigile nei meandri dimenticati della periferia romana degli anni ’60, pronto ad immortalare su pellicola i volti, gli sguardi, le parole ma soprattutto le storie di coloro che vivono ai margini del grande schermo. Come protagonista sceglie un’intensa Magnani, affiancata da Franco Citti ed Ettore Garofalo.

La Magnani interpreta una prostituta romana, detta appunto Mamma Roma, che abbandona “la vita” notturna dopo aver sposato il suo protettore, avviando così un’attività onesta. Suo figlio non riesce ad amarla, ma nonostante tutto la donna fa qualunque cosa pur di assicurargli un futuro privo di problemi e lontano dalle avversità e dal malaffare; quando riesce a trovargli un lavoro onesto, il ragazzo però preferisce piuttosto rubare.

Il drammatico dilemma tra morale e amore: due parole simili, affini, messe però a dura prova dalla crudeltà della vita; una partita cruenta che si consuma nel campo di battaglia più difficile, ovvero il cuore di una madre.

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


Creazione Siti WebSiti Web Roma