Jeanne Moreau: la “dama in nero” della Nouvelle Vague

scritto da: Ludovica Ottaviani

La “dama in nero” della Nouvelle Vague, la Femme Fatale tormentata e conturbante già musa di maestri come Truffaut, Welles, Richardson, Godard, Malle, Renoir, Brook, Kazan, Antonioni, Fassbinder e Angelopoulos, ha lentamente lasciato la scena, senza clamore né furore rutilante di rotocalchi. Si è spenta a 89 anni Jeanne Moreau, vera e propria icona del cinema francese soprattutto a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, inconfondibile con il suo broncio e i profondi occhi, scuri, espressivi e comunicativi.

“Femme Fatale” ma non in senso stretto, perché decisamente lontana dai canoni fatali ai quali la standardizzazione hollywoodiana aveva abituato pubblico, critici e addetti ai lavori: dotata di una bellezza atipica e sfrontata, aveva fatto breccia nell’immaginario collettivo a partire dal suo primo ruolo teatrale presso la Comédie-Française, interpretando una prostituta nello spettacolo les Caves du Vatican scritto da André Gide; ruolo grazie al quale ottiene la copertina di Paris Match, inaugurando in tal modo la fortunata sequenza di incontri fortuiti, amicizie inossidabili e ruoli impeccabili che la porteranno a diventare un simbolo degli anni ’60 ma soprattutto di un nuovo modo di percepire il cinema, ad opera dei cineasti francesi.

Jeanne Moreau, vera e propria icona del cinema francese a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, inconfondibile con il suo broncio e i profondi occhi, scuri, espressivi e comunicativi

La Nouvelle Vague decostruisce gli assi cartesiani e le regole fissate dal Cinema Classico, frammentata la percezione e la visione dell’occhio meccanico del regista, trasformando degli esperimenti in simboli di un’epoca. E proprio nel manifesto “programmatico” del movimento, I 400 Colpi (1959), ritroviamo proprio la Moreau, nel primo di una lunga serie di film che la porteranno a collaborare con il regista François Truffaut trasformandosi da musa in amica, come del resto accadde anche con il “maestro” Orson Welles, conosciuto prima di approdare al grande successo cinematografico.

Con il primo tornerà sul set altre due volte, nei capolavori Jules e Jim (1962) e in La Sposa in Nero (1968), dove anticipa e profetizza la comparsa di quelle figure femminili conturbanti, forti, moderne e vendicative che hanno popolato il cinema post-moderno, soprattutto degli anni 2000; anti-eroine che flirtano con il lato oscuro del proprio girl-power e della loro indipendenza, come La Sposa creata da Quentin Tarantino nel cult Kill Bill; con il secondo, invece, dividerà il set nel 1962 (Il Processo), nel 1965 (Falstaff), nel film tv del 1968 Storia Immortale e infine, per l’ultima volta, nel 1970 partecipando all’incompleto The Deep.

jeanne moreau

Jeanne Moreau: addio alla grande diva del cinema francese

Truffaut, è vero, ma il nome di Jeanne Moreau non si può non collegare ad altri maestri, come Louis Malle, l’uomo che la fece debuttare sul grande schermo dopo averla vista recitare in teatro: la trasformò nella protagonista del famoso Ascensore per il Patibolo (1958), noir dalle atmosfere inquietanti e dal bianco e nero implacabile ed espressionista, pronto a sottolineare luci e ombre guizzanti sul volto di Jeanne, accompagnata dalle struggenti note della tromba di Miles Davis, autore della colonna sonora.

Con il cineasta francese realizzerà anche Les Amants (1958), Fuoco Fatuo (1963) e Viva Maria! (1965) al fianco al sex-symbol Brigitte Bardot; ha avuto anche brevi esperienze lavorative con Jean-Luc Godard (La Donna è Donna, 1961 anche se compare non accredita), Luis Buñuel (Il Diario di una Cameriera, 1964), Jean Renoir (nel film tv Il Teatrino di Jean Renoir, 1970) e perfino con i registi tedeschi Rainer Werner Fassbinder (Querelle de Brest, 1982) e Wim Wenders (Fino alla Fine del Mondo, 1991; Al di là delle Nuvole, 1995).

Una carriera internazionale, vissuta in bilico tra il fascino delle vecchia Europa delle proprie radici e il Nuovo Mondo, l’America scintillante e hollywoodiana che l’aveva vista collaborare con Welles ed Elia Kazan (Gli Ultimi Fuochi, 1976) senza però mai perdere di vista il teatro – suo primo amore – e le collaborazioni con celebri autori come Theo Angelopoulos e Amos Gitai, con i quali si è ritrovata a collaborare nella parte più matura della propria avventura professionale.

È nella potenza espressiva del bianco e nero, nell’intensità rintracciata – ed evidenziata – nel suo sguardo che l’iconica maschera dolente e sensuale di Jeanne Moreau si è imposta

Ma, cavalcando l’onda delle co-produzioni degli anni ’60-’70, Jeanne Moreau non poteva non diventare un volto di punta anche del nostro cinema d’essai più autoriale e sofisticato, quello rappresentato da Michelangelo Antonioni soprattutto nella prima fase della propria carriera, lontana dal richiamo delle sirene a stelle e strisce. Il cinema dell’incomunicabilità borghese trova i suoi eroi nei volti combattuti di Monica Vitti e Marcello Mastroianni, ma anche negli occhi scuri di Jeanne, protagonista de La Notte (1961), oltre che del film ad episodi firmato dal regista italiano insieme al collega tedesco Wenders, il già citato Al di là delle Nuvole.

Ma è nella potenza espressiva del bianco e nero, nell’intensità rintracciata – ed evidenziata – nel suo sguardo che l’iconica maschera dolente e sensuale di Jeanne Moreau si è imposta, nel flusso ininterrotto del tempo, segnando l’immaginario collettivo con il suo fascino immortale.

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Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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