Jerry Lewis: omaggio alla carriera del re della comicità

scritto da: Ludovica Ottaviani

E anche l’ultimo re s’è andato. Jerry Lewis, sovrano indiscusso della slapstick comedy moderna nata sulle ceneri della decostruzione successiva alla Seconda Guerra mondiale, è morto lo scorso 20 agosto nella propria casa di Las Vegas in seguito alle complicazioni legate al suo stato di salute precario: da tempo soffriva infatti di diabete, fibrosi polmonare, aveva quattro by-pass, era stato colpito da meningite virale nei primi anni 2000 e nel 1992 gli era stato asportato un cancro alla prostata.

Una salute fragile e un corpo indebolito da anni di scene spericolate, piroette, capovolte sui set dei suoi film, che gli hanno provocato la rottura di una vertebra costringendolo ad assumere dosi via via sempre più massicce di steroidi nel corso degli anni.

Nonostante le malattie, le difficoltà, le polemiche che spesso aleggiavano intorno alla sue dichiarazioni e alle scelte perpetuate, Jerry Lewis rimarrà impresso nell’immaginario collettivo come un rivoluzionario re della comicità, fautore di un linguaggio comico tanto antico quanto moderno proprio perché frutto di una rielaborazione originale e innovativa.

Un rivoluzionario re della comicità, fautore di un linguaggio comico tanto antico quanto moderno proprio perché frutto di una rielaborazione originale e innovativa

Nato nel New Jersey, a Newark, nel 1926 come Joseph Levitch, condivide fin dal nome e dalle radici etnico-culturali il destino di molti altri comici ebreo-americani che si sono affacciati alla ribalta nel secondo dopoguerra: figlio di genitori attivi nell’ambito del vaudeville (ed entrambi attori), il piccolo Jerry inizia a muovere i primi passi proprio in questo mondo, segnando in tal modo l’inizio di una carriera che subirà numerose ascese e cadute, ma che saprà rinascere ogni volta dalle proprie ceneri.

La matrice ebraica – entrambi i genitori erano immigrati russi – sarà una componente fondamentale e un elemento inscindibile della propria, dirompente, credenziale comica: pur non mostrando mai tracce sfacciatamente yiddish, il personaggio chiave creato da Lewis, il “picchiatello” tutto smorfie e piroette, la mimica buffa ed eccessiva, il talento naturale come spalla combina-guai capace di calamitare catastrofi naturali è un chiaro riferimento alla maschera – tipica dello shtetl, del villaggio ebraico dell’Europa orientale – dello shlimazl, letteralmente dello “sfigato”, lo sfortunato delicato come un elefante in una cristalleria. E lo shlimazl creato da Lewis troverà il proprio naturale partner al quale aggrapparsi in Dean Martin, un affascinante ragazzone italo-americano dalla voce calda e profonda da crooner che rispondeva al nome di Dino Crocetti.

I due si incontrarono per la prima volta nelle cucine di un albergo delle Catskill Mountains – almeno, secondo la “leggenda” – dove entrambi lavoravano; quando Lewis – che si esibiva già come comico per intrattenere i clienti delle catene alberghiere che sorgevano nella famosa località turistica, rinomata soprattutto per le vacanze yiddish durante il secondo dopoguerra – si ritrovò senza un attore per il proprio sketch comico, propose l’amico: in tal modo debuttò per la prima volta il duo Martin-Lewis, nel 1946.

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La coppia trovò la propria fortuna soprattutto grazie ai notevoli cambiamenti sociali, storici, economici e culturali che erano in atto in quel periodo: la gente aveva bisogno di ridere, e cercava qualcosa di nuovo, di diverso, un altro tipo di intrattenimento. Le coppie comiche riscuotevano ancora un discreto successo di pubblico e botteghino, ma ormai I Fratelli Marx erano fuori dal mercato dal 1949; Stanlio e Ollio avevano cercato successo in Europa mentre Bob Hope e Bing Crosby si apprestavano a girare l’ultimo film della serie Road to… Il cinema americano aveva bisogno di nuove coppie, soprattutto il pubblico. E da questo vuoto nacque la fortunata collaborazione umana e professionale di Lewis e Martin, passando dalle serate nei night club per gli show radiofonici fino ad approdare direttamente nella mecca del cinema, grazie ad un contratto con la Paramount.

In un lasso di tempo di dieci anni, Jerry Lewis e Dean Martin girarono insieme ben sedici film: La mia amica Irma (1949), Irma va a Hollywood (1950), Il sergente di legno (1950), Quel fenomeno di mio figlio (1951), Il cantante matto (1951), Attente ai marinai! (1952), Il caporale Sam (1952), Morti di paura (1953), Occhio alla palla (1953), I figli del secolo (1953), Più vivo che morto (1954), Il circo a tre piste (1954), Il nipote picchiatello (1955), Artisti e modelle (1955), Mezzogiorno di… fifa (1956), Hollywood o morte! (1956) sono alcuni dei titoli che consacrarono la coppia. Ma anche quel legame professionale, come tutte le cose belle, era destinato a finire. E finì per colpa delle pressioni, del successo crescente di Lewis e del suo incontenibile talento comico, che fece scivolare Martin sempre più nell’ombra costringendolo a ruoli via via più marginali. Nel 1956, dieci anni dopo la sua nascita, la coppia apparentemente inossidabile Lewis-Martin annunciò il proprio scioglimento davanti allo sbigottito pubblico del Copacabana di New York.

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Jerry Lewis: addio al talento comico del “nipote picchiatello”

La carriera di Jerry Lewis rischiava di impantanarsi dopo quel duro colpo; mentre quella di Martin decollò con ruoli sempre più importanti, Lewis rischiava di rimanere vittima del proprio talento comico, un’arma a doppio taglio. Ma ancora una volta, proprio come la fenice o l’aragosta, capace di adattarsi nel disagio e di crescere, trovò nuovo slancio in un momento di grave difficoltà: la Paramount non poteva contare su Il Cenerentolo, il nuovo film che lo vedeva protagonista, perché dei problemi in post-produzione avevano costretto a posticipare l’uscita del progetto. Così Lewis decise di passare anche dietro la macchina da presa, dirigendo Ragazzo Tuttofare (1960): si trattava del suo esordio alla regia, un film con un budget ridotto, un’unica location, Lewis come mattatore assoluto, tempi di ripresa brevi e nessuno script alle spalle.

Il comico si ispirò alle gag slapstick del cinema muto, ma adattandole alle mode, allo stile e all’estetica dei nuovi anni ’60. Incredibilmente, non solo contro ogni pronostico il film fu un enorme successo di pubblico e critica, acclamato soprattutto dalla critica in tutto il mondo – eccetto in Italia – che spinse addirittura i critici della celebre rivista di culto Cahiers du cinéma a considerare Jerry Lewis come “il regista totale”, in grado di girare “[film comici] registicamente perfetti”. L’introduzione della tecnica – per l’epoca innovativa – del video assist, ovvero l’uso di molteplici monitor che permettevano al regista di rivedere, in tempo reale, il girato spinse la critica a considerare Lewis un vero pioniere, e i successivi film da regista che girò fino al 1972 consacrarono la propria fama e il proprio status di re della comicità.

La scelta dell’anno 1972 come nuovo punto critico non è casuale: in quello stesso anno scelse di dirigere ed interpretare The Day the Clown Cried. Un film avvolto da un alone di mistero, quasi una sinistra maledizione che gravita ancora oggi intorno ad una pellicola che nessuno – a parte Lewis e forse una manciata di fortunati – è riuscito a vedere. In un’epoca in cui era proibitivo, addirittura impossibile, profanare comicamente o almeno umoristicamente un enorme tabù come la Shoah, Lewis raccontò la storia di un clown ebreo rinchiuso in un campo di concentramento e costretto dai nazisti a intrattenere i bambini mentre venivano condotti verso le camere a gas.

Un tema così spinoso, un’impresa forse troppo grande perfino per un re della comicità portarono l’attore ad assaporare il gusto amaro della sconfitta: dal 1972 decise di prendersi un radicale break dalla recitazione, restando lontano dal grande schermo fino al 1980 senza però mai abbandonare l’attività di beneficenza condotta grazie al Jerry Lewis MDA Telethon (conosciuto anche come The Jerry Lewis MDA Labor Day Telethon), il decennale programma televisivo presentato da lui stesso fin dal 1966 con lo scopo di raccogliere fondi a favore della Muscular Dystrophy Association (MDA), associazione che aiuta i malati di distrofia muscolare.

La terza parte della carriera di Jerry Lewis ha inizio negli anni ’80, e non in veste di regista, quanto in qualità d’attore diretto da importanti cineasti: Martin Scorsese ed Emir Kusturica lo coinvolsero nei loro progetti, regalando all’attore due ruoli di primo piano nei film Re per una Notte (1983) e Il Valzer del Pesce Freccia (Arizona Dream, 1993), personaggi che hanno permesso al re della comicità di presentarsi, sotto una nuova veste, a quello stesso pubblico che aveva imparato ad amarlo come il nipote picchiatello e il ragazzo tuttofare capace di combinare danni, ridendo delle sue gag e delle smorfie che lo resero un mattatore assoluto.

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Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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