Oscar 2018: una morale della favola per tempi difficili

scritto da: Ludovica Ottaviani

Le prime luci dell’alba hanno ormai disturbato quella manciata di (scarse) ore di sonno che si sono concessi i poveri maratoneti della notte degli Oscar 2018, coloro che hanno sfidato il tempo, lo spazio, Morfeo e la gastrite (la fame è fame, a qualunque ora) pur di sbirciare dal buco della serratura la notte cinefila più lunga dell’anno.

La cerimonia ha soddisfatto le aspettative, segnando una vittoria – ma non schiacciante – da parte dei vincitori annunciati, che avevano già lasciato un solco durante la stagione dei premi: Sam Rockwell si è aggiudicato il premio come Miglior Attore Non Protagonista; lo stesso – nella categoria speculare declinata al femminile – per Allison Janney. La Miglior Sceneggiatura Non Originale ha premiato James Ivory per il “nostro” Chiamami Col Tuo Nome diretto da Luca Guadagnino; poi la Miglior Sceneggiatura Originale andata a Scappa – Get Out. 

Infine i premi più importanti, quelli andati al Miglior Attore (Gary Oldman), alla Miglior Attrice (Frances McDormand), alla Miglior Regia che ha incoronato Guillermo del Toro re per una notte e infine il Miglior Film, andato alla sua “fiaba per tempi difficili” The Shape of Water.

Condotta ancora una volta dal conduttore, comico, doppiatore e produttore televisivo Jimmy Kimmel, l’Academy ha cercato di bissare il successo garbato dello scorso anno sposando la filosofia “squadra che vince, non si cambia”.

Kimmel non sarà rassicurante come il “nostrano” Claudio Baglioni, non canta sul palco e non cerca di infilare una scarpa alla biondissima Margot Robbie; gli Oscar non sono Sanremo, la serietà non è acqua come del resto la classe, e almeno il packaging di questa serata – arrivata al traguardo della 90esima edizione – non tradisce le aspettative, mantenendo alta la bandiera dell’impegno e della polemica.

Si era parlato della presenza del nero assoluto sul red carpet: come durante gli scorsi Golden Globes, il nero avrebbe dovuto incarnare la nuova rivoluzione femminista che sembra scuotere le fondamenta di Hollywood, una rivoluzione ridotta agli hashtag #MeToo e #TimesUp.

Oscar 2018: una morale della favola per tempi difficili

Ma, contro ogni pronostico e come nei titoli di coda di un film, il nero sfuma ed esplodono i colori accesi ed eccessivi, l’opulenza fa rima con leggerezza sancendo, in tal modo, mood che caratterizzerà l’intera cerimonia: c’è voglia di divertirsi sotto il cielo della California, le polemiche e l’impegno però non mancano e, come sottotitoli del televideo, irrompono tra un’intervista e l’altra dal tappeto rosso.

L’apertura con Jimmy Kimmel conferma il trend: opulenza e tradizione, purché si celebri l’importante compleanno dell’Accademy immersi in una scenografia splendente simile a un diamante in PVC, come la rotula in polietilene di Harrison Ford, prima di svelare uno sfondo degno dello spot di Ballando con le Stelle.

Ma Kimmel non è, purtroppo, né Billy Cristal, Steve Martin o Whoopy Goldberg, figuriamoci Milly Carlucci: sembra perdere quasi subito il filo del discorso lasciando alle parole il compito di rotolare su loro stesse, tra femminismo, politica, Trump, Russia, film in rassegna, battute sugli attori seduti in platea. E non è aiutato nemmeno dall’intro dallo stile retrò, effimera come una pellicola in bianco e nero bisognosa di un urgente restauro.

Ma la sensazione è sempre quella di una pubblicità progresso, riflesso dei venti politicamente corretti che si sono abbattuti sulla fabbrica dei sogni influenzandone il corso: battute, atteggiamenti, scelte sono il sintomo di un cambiamento che porterà, con molta probabilità, alla fine della vecchia Hollywood come l’abbiamo pensata e concepita fino a oggi.

E quindi sembra anacronistico intervallare gli Oscar2018 con le immagini di oltre 90 anni di cinema classico, tradizionale, rassicurante, creando in tal modo la sensazione di un malinconico addio. Il concetto di disagio sembra diffondersi come un raffreddore tra i presenti alla cerimonia degli Oscar2018: il tristissimo siparietto delle star nel Chinese Theatre, che premiano i fortunati spettatori portando loro patatine e pop corn, è ormai una scenetta culinaria che fa rimpiangere i ristoranti di Alessandro Borghese e proietta la mente indietro nel tempo, visto che questa stessa gag – in tutte le sue infinite declinazioni – va avanti, reiterata, da anni.

Le star in veste Caritas seminano il panico con pistole a hot dog, dispensando consigli in abiti di galà e torbidi snack, mentre Guillermo del Toro trasporta un – non meglio identificato – hot dog gigante sulla spalla, anomalo sacrificio al dio del cinema che gli porterà, qualche ora dopo, un Oscar in tasca.

I discorsi dei vincitori si avvicendano sul palco, perfino le esibizioni sono più sottotono e stringate quest’anno – come ad esempio il tradizionale momento IN MEMORIAM, trasformato in un Bignami grazie all’epurazione di numerose celebrità passate a miglior vita – e anche le parole dei re e delle regine incoronati dall’Accademy vengono cronometrate da un Kimmel costantemente in fuga (che abbia preso troppo sul serio l’invito di Peele, Scappa – Get Out?).

Ricorderemo l’emozione del regista messicano del Toro che, da bambino appassionato di B-Movies e salvato dai mostri, si limitava semplicemente a sognare un momento simile; la solita/insolita Frances McDormand che sollecita tutte le donne candidate in sala ad alzarsi e a pretendere maggiori diritti da contratto, celebrando nel proprio discorso l’importanza delle parole “inclusione” e “scrittura”; come pure resterà nella memoria collettiva la grazia e l’eleganza di James Ivory, sceneggiatore di Chiamami Col Tuo Nome longevo tanto quanto la cerimonia stessa.

E infine Gary Oldman, quasi intimidito da questa improvvisa attenzione mediatica, che dopo i doverosi ringraziamenti invita la mamma “99 years old young” ad accendere il bollitore, perché sta finalmente tornando a casa con un Oscar.

SPECIALE OSCARS 90: 

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Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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