Sam Shepard: l’ultimo cantore malinconico del sogno americano

scritto da: Ludovica Ottaviani

Anche l’ultimo eroe pallido e solitario se n’è andato, cavalcando incontro al tramonto. Si è spento all’età di 74 anni Sam Shepard, drammaturgo, sceneggiatore, attore, musicista e regista, ma soprattutto ultimo cowboy di questo mondo libero, portatore sano di quel decadente gene connesso al tramonto inesorabile del sogno americano, incarnato ed evocato costantemente nelle proprie opere.

Una vita vissuta sempre in bilico tra città e deserto, spazi incontaminati e desolati, ranch, natura selvaggia e metropoli – New York, Londra, San Francisco etc. – che lo hanno accolto sancendo i suoi successi, come pure gli insuccessi.

Sam Shepard, l’ultimo cowboy di questo mondo libero, portatore sano di quel decadente gene connesso al tramonto inesorabile del sogno americano

Megalopoli – vere e proprie Golem, citando il poeta beat Allen Ginsberg – che gli hanno però regalato anche amicizie inossidabili, collaborazioni, infatuazioni e amori: come quelli provati per Patti Smithpoetessa, sacerdotessa del rock e vulcanica creatrice di mondi a sua volta – come pure per Jessica Lange, attrice per ben trent’anni al suo fianco, con la quale ha condiviso vita e set (il film era Frances di Graeme Clifford, girato nel 1982 e galeotto perché li fece incontrare) prima di separarsi.

Una vita turbolenta, che lo ha visto lottare per tanto tempo – fino al 2009 almeno, quando fu arrestato per guida in stato di ebbrezza – con diversi demoni come l’alcol, benzina creatrice capace di consumare le fibre degli artisti, inaridendo la loro creatività. Ma per Shepard, la soluzione era solo una: scrivere.

sam shepard

Sam Shepard: morto l’attore e commediografo statunitense 

E continuare a scrivere, narrando quella personalissima visione del proprio West – quello che, in parte, aveva respirato fin da bambino, quando per seguire gli spostamenti del padre militare si ritrovò a crescere tra il South Dakota e la baja California – che continuò a cercare ininterrottamente, trasferendosi di nuovo nei luoghi della propria adolescenza dopo aver debuttato (fiaccamente) tra NYC e Londra.

Un mito, quello della frontiera, che si affianca ad una lunga lista di topoi prettamente americani che ha cercato di evocare, come un negromante, in ogni commedia, scomodando ogni volta quello stesso mondo che tanto lucidamente si apprestava a criticare, narrandone ascesa e caduta, luci e ombre, redenzioni e dannazioni. I primi riconoscimenti per il suo talento letterario cominciano a fioccare negli anni ’70, fino alla consacrazione definitiva nel 1979 quando vinse un Premio Pulitzer per Buried Child.

America e memoria, ricordi, elaborazione del lutto, la crisi della famiglia, dei valori e della società: Shepard è stato il cantore del Wild “New” West contemporaneo al giro di boa del 1968, attraversato dal vento del cambiamento e della rivoluzione, distrutto dall’ultima cavalcata selvaggia nel fallimento dell’Utopia dell’Era dell’Acquario.

Shepard ha incarnato sul grande schermo i chiaroscuri che hanno costituito la propria drammaturgia, tramutandosi allo stesso tempo in negromante e spirito, medium ed evocazione

La seconda vita cinematografica di Sam Shepard comincia verso la fine degli anni ’70, sulle ceneri del sogno americano, collaborando con registi, famosi autori e maestri: Bob Dylan (Renaldo and Clara, il suo debutto, nel 1978), Terrence Malick (I Giorni del Cielo, 1978), Philip Kaufman (Uomini Veri, 1983), Wim Wenders (Paris, Texas e Non Bussare alla mia Porta-1984, 2005), Robert Altman (Follia d’Amore, 1985), Herbert Ross (Fiori d’Acciaio, 1989), Michael Apted (Cuore di Tuono, 1992), Alan J. Pakula (Il Rapporto Pelican, 1993), Billy Bob Thornton (Passione Ribelle, 2000), Sean Penn (La Promessa, 2001), Ridley Scott (Black Hawk Down, 2001), Nick Cassavetes (Le Pagine della Nostra Vita, 2004), Jim Sheridan (Brothers, 2009), Lawrence Kasdan (Darling Companion, 2012), Jeff Nichols (Mud e Midnight Special, 2012 e 2016), John Wells (I Segreti di Osage County, 2013) e James Franco (In Dubious Battle, 2016).

Osservando il suo curriculum, vedendolo mentre si muove sulla scena nei panni del cowboy di frontiera, del laconico americano impotente di fronte alla resa nei confronti del celebre “american dream”, oppure come spigoloso pater familias alle prese con la dissoluzione dell’armonia famigliare, Shepard ha incarnato anche sul grande schermo i chiaroscuri che hanno costituito la propria drammaturgia, tramutandosi allo stesso tempo in negromante e spirito, medium ed evocazione, immortalata nella costante – ed ininterrotta – ricerca di un senso nonostante l’inesorabile tracollo dell’impero occidentale che ha osservato, spettatore privilegiato, dall’alto del suo destriero, con alle spalle il tramonto.

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Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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