Il Vampiro: il vagabondo di mezzanotte nell’immaginario cinematografico

scritto da: Ludovica Ottaviani

[…] Pallido, altero, vagamente maudit, affascinante e impenetrabile, con la sua ambigua e torbida bellezza che rende tanto efferati – e quanto erotici – i suoi crimini, il Lord Ruthven di John William Polidori riassume pressoché tutti gli aspetti particolari del vampiro nella sua manifestazione romantica: […] perfetta incarnazione del corruttore fatale, Lord Ruthven […] è un aristocratico […] cinico, spietato, antiborghese, esente dai codici socio – morali predominanti […]

Questa descrizione puramente letteraria simboleggia l’incarnazione archetipica della figura del vampiro come si è radicalizzata, attraverso gli ultimi tre secoli, nel nostro immaginario: un pallido ed aristocratico nobile dall’aspetto altero ed inquietante, un seduttore senza scrupoli laconico e decadente che irretisce le sue vittime designate per sopravvivere. Una descrizione incrementata dalla letteratura (appunto), nella quale affonda il mito (rielaborato a partire dalle tracce del folklore locale), ma soprattutto dall’industria cinematografica.

Il pallido Conte transilvano Dracula, nato dalla fervida penna di Bram Stoker dopo un’indigestione da insalata di gamberetti e una chiacchierata con uno storico ungherese, continua a godere della propria immortalità grazie alle mutevoli incarnazioni cinematografiche che si sono avvicendate dagli anni ’20 fino ad oggi.

nosferatu-il-vampiro

Era, infatti, solo il 1922 quando il regista tedesco Friedrich Wilhelm Murnau decise di portare sul grande schermo la suggestiva storia di “mostri” assetati di sangue che aveva avuto già tanto successo a livello letterario; ma gli eredi di Stoker non concessero i diritti sul romanzo e, nonostante gli sforzi di Murnau per cambiare luoghi e nomi (dalla Transilvania alla Germania e alla Slovacchia.

Da Dracula a Conte Orlok, dall’affascinante aristocratico decadente ad un inquietante demone dalle sembianze simili ad un pipistrello), gli fu intenta una drammatica causa legale che perse, con l’obbligo di distruggere per sempre ogni copia della pellicola Nosferatu il Vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens); fortunatamente, il regista riuscì a salvare un negativo consegnando alla Storia (prima ancora che del cinema) questo masterpiece che definisce, in molti casi, la “nuova” figura del vampiro: un inquietante nobile che, al posto di due appuntiti canini, usa come arma i due incisivi; avvolto nella sua palandrana nera, non esita a seminare morte e terrore (portando la peste e dissanguando le sue vittime).

Ma è solo nel 1931 che si consolida la tradizionale – e, ironicamente, rassicurante – immagine del Conte mitteleuropeo con accento dell’Est, folta capigliatura nera dall’impeccabile acconciatura, ampio mantello nero in seta e atavica fame: Bela Lugosi è il fortunato attore ungherese chiamato a calarsi in questo ruolo dopo la repentina morte di Lon Chaney per un cancro alla gola. Lugosi, emigrato in America, calcava già da tempo le scene teatrali interpretando il medesimo ruolo.

Inevitabile, quindi, il suo coinvolgimento nel progetto diretto da Tod Browning e Karl Freund ed intitolato semplicemente Dracula, rimanendo in tal modo fedeli all’iconografia creata da Stoker con il suo romanzo e alla conseguente versione teatrale che aveva calcato i palcoscenici di Broadway, spunto primario per la Universal che, attraverso questa pellicola, lanciò il proprio trend di film con protagonisti i mostri dell’immaginario gotico, e che tutt’oggi rappresenta uno dei marchi distintivi della casa di produzione.

bela-lugosi

A cambiare rotta – senza perdere di vista il gusto espressionista tedesco che aveva già segnato l’opera di Murnau – è il regista danese Carl Theodor Dreyer, che nel 1932 gira Vampyr – Il VampiroPiù che un horror tradizionale, una sorta di complessa ed angosciante riflessione sull’essenza stessa della paura, prendendo spunto non più dal solito Stoker ma dalle opere dell’irlandese Joseph Sheridan Le Fanu, autore del famoso Carmilla. Se il cinema prima della Seconda Guerra Mondiale, suggestionato dall’Espressionismo Tedesco e da una tradizione gotico – decadente, continua a considerare il Vampiro come una demoniaca presenza dal fascino morboso, è nel secondo dopoguerra che la sua iconografia subisce una definitiva contaminazione pop, soprattutto grazie allo sfruttamento massmediatico perpetuato dagli statunitensi.

Hollywood ne aveva già approfittato con i primi adattamenti targati Universal della pièce di Broadway, ma negli anni ’40 e nei ’50 a fiorire (soprattutto oltreoceano) è la contaminazione tra i generi, in puro stile pulp, caotico e “pasticciato”: Dracula il redi(morto) incontra i comici Bud Abbott e Lou Costello e un’altra teoria di mostri nel comico Il cervello di Frankenstein (Bud Abbott Lou Costello Meet Frankenstein, 1948); il film si rivela un successo al botteghino e inaugura una ricca stagione che spinge addirittura il pallido Conte nello spazio (I Vampiri dello Spazio, Val Guest, 1957 e La Cosa di un Altro Mondo, Christian Nyby, 1951).

dracula-il-vampiro

Alla fine degli anni ’50 (e, precisamente, nel 1958) è la Hammer Film Productions, la celebre casa di produzione inglese, a dettare i nuovi termini dell’estetica horror prendendo le distanze da Hollywood: nel primo film della serie – Dracula il Vampiro (Horror of Dracula) – il regista Terence Fisher rinnova l’immagine del Conte dall’accento dell’Est, facendone indossare i panni a Christopher Lee, introducendo per la prima volta i canini retrattili, l’estetica tradizionale (contaminata dal colore pop delle pellicole) ed adattando la trama dell’ormai immortale capolavoro di Bram Stoker alle esigenze più mainstream del pubblico.

Dopo il successo di questo reboot dell’immagine, vengono girati altri sei film con due spin off, che servono a consacrare Lee come nuova incarnazione del vampiro seducente, ammaliante e perfetto interprete del vecchio binomio Eros e Thanatos, restituendo in tal modo un immagine più sensuale che verrà mantenuta spesso anche nelle produzioni successive (come nel film del 1979 interpretato da Frank Langella).

Con l’avvento degli anni ’60 e dei ’70, anche Dracula è costretto a confrontarsi con i cambiamenti in atto: la flower power, la contestazione, la rivoluzione e il sessantotto investono tutti gli aspetti della “vecchia” società, e l’incarnazione stessa di una classe ormai estinta – come l’aristocrazia – non può restarne immune: per tale ragione spesso si trasforma in una metafora del capitalismo, di un sistema socio – economico malato pronto a “succhiare” letteralmente linfa vitale dal prossimo, sfruttandolo.

Proprio con quest’ottica l’italiano Corrado Farina gira nel 1971 Hanno Cambiato Faccia, adattando il mito inquietante di Nosferatu alla realtà nebbiosa del Nord industriale, dove diventa un ricco ingegnere pronto a sfruttare i propri dipendenti per nutrirsi della loro “linfa vitale”, sfruttando qualunque arma in proprio possesso: dal consumismo, al lavoro, passando per la religione, la pubblicità e l’intrattenimento, il tutto al servizio di una satira arguta che utilizza il “genere” solo come un pretesto per narrare le derive della nostra società.

Il Vampiro continua a godere della propria immortalità grazie alle mutevoli incarnazioni cinematografiche che si sono avvicendate dagli anni ’20 fino ad oggi

Da una parte la satira di Farina, dall’alta il tono umoristico/ fiabesco da parodia che già nel 1967 aveva adottato il regista Roman Polanski nel suo Per favore, non mordermi sul collo!. In questo folkloristico adattamento liberamente ispirato alle suggestioni dei romanzi gotici e delle leggende popolari dei paesi dell’Est, Polanski preferisce epurare i cliché tipici del genere vampiresco dal loro aspetto macabro ed inquietante, puntando piuttosto ad una narrazione avventurosa e fiabesca che, come nella migliore tradizione della parodia, punta a deridere con arguto umorismo sfruttando ogni crepa comica.

Dalla satira, alla parodia, fino ad arrivare alle sperimentazioni più estreme, come quella nata da un’idea di Andy Warhol ma diretta da Paul Morrissey con la collaborazione di Antonio Margheriti: in Dracula cerca sangue di vergine… e morì di sete!!! (Blood for Dracula, 1974) il mito del Conte subisce l’ennesimo sberleffo, la “profanazione” suprema diventando protagonista di questo pastiche nato come un horror erotico in 3D (mai realizzato); il Conte ha sempre più fame, e l’unico modo che ha per nutrirsi di raro sangue di vergine è trasferirsi in Italia, dove non sarà impossibile trovare fanciulle timorate di Dio ancora illibate.

I tempi che cambiano, le rivoluzioni del ’68 e la libertà dei costumi conducono per mano questo mito antico nelle sue incarnazioni più recenti, dagli anni ’80 fino ad oggi, (quasi) tutte contrassegnate da quegli (anti)valori dominanti che prima si erano affacciati sul grande schermo, per poi impossessarsi lentamente perfino dei castelli diroccati della Transilvania.

DANCE OF THE VAMPIRES

Escludendo il remake del 1979 firmato da Werner Herzog (Nosferatu, il principe della notte – Nosferatu: Phantom der Nacht) che vedeva un istrionico ed affascinante Klaus Kinski rappresentare, mimeticamente, l’ennesima incarnazione del Conte a partire dalle suggestioni di Murnau (ma ripristinando i nomi originali del romanzo di Stoker, i cui diritti nel frattempo erano scaduti) tracciando così, in tal modo, un ipotetico ponte tra il “vecchio” cinema tedesco della tradizione e la “nuova scuola”, i vampiri che popolano gli anni ’80 sembrano frutto del parto di un pubblicitario: patinati, giovani – o comunque ossessionati dall’eterna giovinezza – forti, affascinanti, bellissimi, spregiudicati e in salute (fame a parte).

Miriam e il suo compagno John Blaylock in Miriam si Sveglia a Mezzanotte (The Hunger, Tony Scott, 1983) e i “Ragazzi Perduti” bikers protagonisti dell’omonimo film del 1987 (The Lost Boys, Joel Schumacher) sono l’emblema degli anni ’80 “da bere”, veloci e inclini al consumismo: la pop culture contamina il mito gotico, scende nelle strade e nelle discoteche per visitare “il popolo della notte” giovane, che non dorme mai ed è avida di vita eterna; indossano abiti firmati, guidano moto potenti, si “nutrono” di musica e fumetti e il tutto mantenendo inalterato il loro fascino maledetto.

ragazzi-perduti

Il vampiro moderno continuerà ad evolversi per tutti gli anni ’90 e 2000, subendo le influenze delle mode e delle tendenze, ma segnando anche un netto recupero di un immaginario più strettamente gotico che – tra parodie, satire, B Movies e rielaborazioni da videoclip – si fa strada con forza portando alla ribalta il mitico archetipo del Conte di Valacchia Dracula. Il romanzo di Stoker (i cui diritti sono ormai definitivamente scaduti da tempo) non è più l’unica fonte primaria per l’ispirazione dei registi, che sempre più spesso preferiscono attingere a romanzi più recenti che già, a loro volta, rielaborano la figura del vampiro.

Se Francis Ford Coppola cerca di attenersi, più fedelmente che può, al romanzo di Stoker intitolando il suo film del 1992 Dracula di Bram Stoker (Bram Stoker’s Dracula) e affidando il ruolo del conturbante e tormentato “vagabondo di mezzanotte” a Gary Oldman, che abbandona il classico mantello nero con interno rosso à-la-Lugosi in favore di un look più iconografico che influenzerà la cultura pop da lì in poi; d’altra parte, Robert Rodriguez e Quentin Tarantino prendono le distanze e re-inventano il mito dei “succhiasangue” millenari spostandoli nel deserto, in un locale malfamato del Texas e contaminandoli con il noir in salsa “TexMex”.

Il risultato è il curioso pastiche pulp di Dal Tramonto all’Alba (From Dusk till Dawn, 1996) che si ispira ai classici film stracult di genere creando, però, una ferrea “struttura della suspense”, ritardando l’avvento horror dei vampiri del Titty Twister. Cinema di genere e romanzi “alternativi” lontani dal gotico tradizionale sono anche alla base del film di John Carpenter Vampires (1998), ispirato al romanzo di John Steakley Vampire$, mentre l’irlandese Neil Jordan sceglie deliberatamente di “giocare” con l’immaginario tradizionale adattando per il grande schermo il romanzo di Anne Rice Intervista col vampiro (Interview with the Vampire: The Vampire Chronicles, 1994) che dà il titolo omonimo al film e cerca di trovare un precario equilibrio tra patina Hollywoodiana (popola la pellicola di attori “giovani, carini e molto occupati” degli anni ’90: Brad Pitt, Christian Slater, Tom Cruise, Antonio Banderas e Kirsten Dunst) e immaginario pop(olare), restituendo un ritratto romantico e decadente dei vampiri.

dracula-di-bram-stoker

Fascino decadente, aspetto dandy, natura schiva e riservata: il carattere del vampiro, ormai arrivato fino al XXI secolo, prova ancora a superare sé stesso e i propri limiti di genere riallacciandosi alla tradizione o distruggendola, nella speranza di ampliare il bacino di pertinenza del proprio pubblico catturando un numero sempre maggiore di fan. I due emblemi che meglio rappresentano questa nuova deriva sono, da un lato, i vampiri giovani, che brillano come swarovski alla luce del sole e soffrono perché intrappolati nel dilemma tra fame (atavica) o amore (eterno), quelli mostrati da Catherine Hardwicke nel film del 2008 Twilight e poi ripresi nei successivi sequel ovviamente sempre tratti dagli omonimi bestsellers scritti da Stephenie Meyer.

Dall’altro, i dandy decadenti – rockstar oscure e schive – terrorizzati dagli esseri umani e dalla follia dilagante che ha contagiato il mondo corrotto che li circonda: sono Adam ed Eve, già a partire dai nomi archetipi stessi dell’essenza vampiresca, interpretati da Tom Hiddleston e Tilda Swinton  nel film cult di Jim Jarmusch Solo gli Amanti Sopravvivono (Only Lovers Left Alive, 2013), nel quale il regista riesce a riconfermare il nostro tradizionale immaginario sui vampiri ma aggiornandolo alle mode e ai tempi odierni (senza nulla togliere alla tradizione gotica nata nel XIX secolo), lasciando inalterato il fascino oscuro e sensuale di questo Midnight Rambler (“vagabondo di mezzanotte”, rubando il titolo di una canzone dei Rolling Stones) che continuerà a vagare, ancora, per le nostre strade.

solo-gli-amanti-sopravvivono

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


Siti Web Roma