A Quiet Passion: il regista Terence Davies presenta il suo nuovo film a Roma

scritto da: Ludovica Ottaviani

A Quiet Passion è il film che segna il ritorno alla regia di Terence Davies, talento britannico della regia sofisticata, quasi sempre impegnato con film dai forti tratti autobiografici che, nel corso del tempo, hanno assunto lo status di veri e propri cult immortali. Nel suo nuovo lungometraggio – girato nel 2016 – Davies focalizza l’attenzione sulla travagliata esistenza della poetessa americana Emily Dickinson, raccontandola a partire dalla gioventù vissuta nei panni di una ragazza ostinata, ribelle e anticonformista, fino alla maturità complessa e contraddittoria che ha trovato conforto solo nella poesia, rifugio ideale per la propria anima sempre in eterno conflitto.

Nei panni della giovane Dickinson l’attrice Emily Bell, mentre in quelli della matura – quanto austere – poetessa dall’infausta fortuna troviamo una raggiante Cynthia Nixon, ben lontana dal glam e dalle frivolezze di Sex and the City, qui interprete capace di dimostrare tutta la sua intensa versatilità. Il regista Terence Davies, insieme a Claudia Bedogni della Satine Film – che si occupa di distribuire, in Italia, il film – hanno presentato alla stampa A Quiet Passion, parlando di meccanismi narrative, retroscena creative, ma soprattutto dell’importanza che l’incontro con Emily Dickinson ha avuto sulla produzione di Davies.

A Quiet Passion: il regista Terence Davies presenta il suo nuovo film a Roma

Il film (qui il trailer italiano ufficiale) uscirà nelle sale il prossimo 14 giugno in circa 50 copie, ma il numero non è definitivo e si tratta, a tutti gli effetti, di un dato in continua evoluzione grazie all’interesse nazionale che sta riscuotendo il lungometraggio.

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Terence, perché proprio Emily Dickinson?

Terence Davies: «Perché, secondo me, è una grandissima poetessa che ho scoperto solo a 18 anni, quando per la prima volta ho sentito l’attrice Claire Bloom intenta a leggere una sua poesia. Devo confessare che non sono andato all’università, per cui ho cercato di farmi una mia cultura leggendo molto: non potete immaginare, quindi, quanto io sia dispiaciuto d’aver perso così tanto tempo prima di ritrovarla.»

Perché la scelta è ricaduta sull’attrice Cynthia Nixon?

Terence Davies: «Devo ammettere di aver visto la serie Sex and the City una volta sola e anche senz’audio… solo per poter studiare meglio le sue reazioni. Cynthia era così naturale, non si vedeva mai la sua recitazione davanti alle macchine da presa. E devo anche aggiungere di non essere mai stato un grande fan della serie: non mi ritrovo in quella consapevolezza del sesso che viene ostentata nel film, perché non c’è mai il raggiungimento della ricchezza o della gioia, due aspetti che potrebbero completare le loro ricerche… ma questa è una mia opinione, forse inconsciamente parlo solo per invidia! (ride)»

In A Quiet Passion sembra quasi criticare il tema effimero e contraddittorio della gloria postuma. Perché certi talenti, secondo te, non sono riconosciuti in vita ma solo postumi?

Terence Davies: «Non lo so in effetti: è un aspetto che mi ha attratto moltissimo fin da subito. In vita sua, la Dickinson ha scritto circa 1800 poesie pubblicandone a malapena 11; era un’artista all’avanguardia e quindi per tale ragione non è stata capita dai suoi contemporanei. Alcuni artisti hanno fortuna e altri no, e la vera cosa che mi più mi dispiace è che, nel caso specifico di Emily, in vita non le è mai stato riconosciuto il talento che aveva e che meritava.»

Nel delineare il ritratto di Emily Dickinson in A Quiet Passion, hai evitato le trappole più banali del proto-femminismo moderno proprio nel descrivere la complessa figura della Dickinson: come ritieni di esserci riuscito?

Terence Davies: «Credo che un aspetto fondamentale riguardi il tono del film. È importantissimo se si pensa che, ad esempio, non abbiamo mai parlato utilizzando l’inglese di oggi: ci siamo orientati piuttosto su un americano parlato con forte accento britannico, perché quest’ultima era la cultura egemone del periodo. Piccoli dettagli sono fondamentali per definire il tono del film e ogni singolo personaggio è dotato del ritmo giusto, che se sbagliato non funziona più. Ho, inoltre, sempre cercato di avere un approccio intelligente: spero di esserlo stato, rispettando le aspettative! (ride)»

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Nel film si parla del tema dell’integrità morale della scrittura: in un’epoca contraddittoria come la nostra, questa non è una provocazione? E come pensa che la gente accoglierà il film, soprattutto i più giovani?

Terence Davies: «Spero che A Quiet Passion piaccia al pubblico; se poi c è un sotto-testo specifico che riescono a decifrare ben venga! Il tema dell’integrità morale e quello dell’onestà sono fondamentali per me e per la mia filmografia: sono nato a Liverpool dove era pieno di irlandesi cattolici, per cui sono cresciuto in questo clima. Permeato da queste influenze, ritengo che il tema dell’anima sia importante: oggi desideriamo vivere sempre più a lungo, evitando la morte. Ma cosa succede dopo? Dove va a finire la nostra anima, a cosa tende naturalmente? Spero di aver catturato, attraverso il mio film, proprio questa tensione, un aspetto della spiritualità veemente nella Dickinson che ha difeso questa sempre, strenuamente e in modo coerente, rivendicando il discorso dell’integrità dell’anima, un concetto che tutti, come lei, dovremmo considerare prendendoci sempre cura della nostra anima.»

Una domanda alla distributrice della Satine Film, Claudia Bedogni: perché la scelta distribuire A Quiet Passion nelle sale il 14 hiugno, a ridosso dell’estate?

Claudia Bedogni: «Confesso di non sentirmi una distribuzione coraggiosa: c’è un sottile fil rouge che accomuna tutte le nostre proposte cinematografiche, un discorso che va oltre la bellezza e l’estetica, un aspetto che riguarda l’importanza di alcuni contenuti che rimangono anche dopo la visione. L’ultima volta che avevo pianto era dopo la visione del film Alabama Monroe – da noi sempre distribuito – e se un film riesce a toccare delle corde così profonde facendo commuovere, vuol dire che funziona. Non esistono film facili o difficili: per noi è importante pensare al cinema come a uno strumento culturale soprattutto per i giovani, e spesso questa scelta si scontra con le regole del box office imperanti.

Credo che A Quiet Passion veicoli dei messaggi talmente importanti da poter essere considerati fondamentali per i più giovani, che devono avere la possibilità di rivivere la cultura e la bellezza della poesia non solo sui libri di scuola. Anche per distribuire questo film ci siamo confrontati con gli esercenti e spesso ci troviamo a relazionarci con colossi più grandi: a questo punto ho pensato bene che, uscire nel bel mezzo della stagione, significava ridurre drasticamente il numero di copie; uscire invece a ridosso dell’Estate – vista soprattutto l’attesa sorta intorno al film – significa alzare il numero delle copie in modo vertiginoso, presentandolo magari in tutta Italia. In questo mercato, dobbiamo essere strategici, confrontandoci sempre con i nostri diretti concorrenti per essere il più possibile rampanti.»

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La figura di Emily Dickinson è stata, in qualche modo, fondamentale per completare il percorso del tuo cinema, Terence? E se volessi provare a tracciare un bilancio della tua cinematografia, incentrata spesso sul tema dell’esclusione?

Terence Davies: «Io tendo a girare dei film per come li vedo e e li sento: per tale ragione, non credo nel montaggio veloce – che considero alla stregua di un fast-food – che tende ad epurare i film da qualsiasi contenuto. Spesso vengo “accusato” di girare dei film lenti e questo a qualcuno può non piacere, ma il mio cinema obbliga a guardare le cose, a vederle dritte in faccia. Se uno accetta di rispondere, le cose si fanno più interessanti perché solo nella lentezza si può catturare l’attimo fuggente (come, ad esempio, certi raccordi di sguardi).

Per quanto riguarda, invece, le tematiche cardine della mia cinematografia, parto dal presupposto che non credo in un’altra vita: questo punto di vista influenza il mio modo di vivere, ma ogni giorno compio un esame di coscienza per capire come riempire questo vuoto, come colmarlo. Quando realizzai il mio primo film, ho cercato di scrivere – perché sono sempre stato autore e regista dei miei progetti – della mia famiglia, cercando sempre di essere fedele ai ricordi che avevo. Come diceva il poeta T. S. Eliot, un oggetto può evocare qualcos’altro nella memoria personale: così pure l’arte, la musica e il cinema, permettono di far entrare lo spettatore in un certo stato mentale. Un film deve catturare l’attenzione dopo i primi 10 minuti attraverso i propri espedienti tecnici-narrativi come un taglio, una dissolvenza, un attimo insomma che- magari – suggerisce lo scorrere del tempo, percependolo ognuno in un modo personale

Sono nato a Liverpool in una famiglia d’estrazione proletaria composta da dieci fratelli: quando ho realizzato di essere omosessuale in Inghilterra era ancora un reato, così ho iniziato a pregare talmente forte affinché l’Altissimo mi rendesse identico agli altri. Ovviamente tutto questo non mi dava nessun conforto: sono da sempre un osservatore esterno della vita, che difficilmente partecipa in prima persona. Mi limito a guardare da una posizione esterna, e come tutti gli outsider ho goduto quindi di alcuni punti di vista privilegiati, pur rinunciando ad alcune scelte importanti.

Per questo motivo per me lavorare con gli attori è un piacere e una fonte di gioia, soprattutto quando giriamo e le emozioni fluiscono naturali, senza il filtro della recitazione; le emozioni immediate che derivano da un ciak “buono alla prima” sono uniche».

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E a proposito di Cynthia Nixon? Come avete lavorato sul personaggio di Emily Dickinson, anche in fase di sceneggiatura?

Terence Davies: «Con gli attori, sul set, abbiamo vissuto davvero delle fortissimo emozioni: spesso eravamo costretti a stoppare le scene più intense perché, con la loro naturalezza, mi facevano commuovere. Adoro, per esempio, quando un attore mette in una battuta qualcosa alla quale non avevo pensato: ne rimango sempre abbagliato! E Cynthia è proprio così: adesso si è candidate in politica, è una fervente democratica e spero proprio che riesca a vincere. È una donna appassionata e dotata di un grande senso dell’umorismo: due elementi fondamentali senza I quali si rischia di morire.»

Emily Dickinson ha scelto volontariamente di isolarsi da una società che non la accettava o nella quale, comunque, non si ritrovava; inoltre aveva un rapporto complicato con gli uomini. Può essere una figura all’avanguardia, collocandola anche nei recenti movimenti #MeToo inneggianti all’indipendenza femminile?

Terence Davies: «Io credo che il valore dei grandi artisti non sia mai riconosciuto fino in fondo: Emily era all’avanguardia, ma allo stesso tempo era convenzionale perché pensava che certe cose potessero andare in un modo solo. Sono proprio i veri radicali ad essere profondamente convenzionali, con il talento che serpeggia sotto la convenzione. Non so dire se sia stata o meno una femminista, ma di sicuro posso affermare che è stata un baluardo d’umanità per gli uomini e per le donne, e che senza l’umanità si rischia di ritornare nelle barbarie.»

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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