Intervista ad Angela Sileo, autrice del volume «Doppiaggese»: verso la costruzione di un metodo

scritto da: Carlotta Guido

Angela Sileo, autrice del testo «Doppiaggese»: verso la costruzione di un metodoedito da Universitalia per la collana “Ricerca Continua”, aggiunge un nuovo e interessante tassello nell’indagine linguistica inerente al lavoro dell’adattamento televisivo e cinematografico. Dai suoi studi iniziali sulla lingua adattata di capolavori cinematografici come My Fair Lady o di serie televisive al pari di Friends, fino ai casi emblematici di Beautiful e CentoVetrine, Angela Sileo approfondisce il discorso sul famigerato doppiaggese perseguendo un punto di vista metodico e originale.

Da quale aspetto specifico è nato il tuo interesse verso il difficile lavoro dell’adattamento televisivo e/o cinematografico?

A.S.: «Per caso, un po’ come tutte le cose belle della mia vita. Ho cominciato gli studi universitari nell’ateneo di Roma 3 con la triennale in Lingue e Comunicazione Internazionale. Decisi di frequentare un corso di Linguistica Italiana tenuto dal Professor Claudio Giovanardi e incentrato sullo studio dei prestiti in italiano. L’argomento mi piacque così tanto che decisi di approfondirlo: molto importante è stato il mio incontro, tra il 2002 e il 2003, con gli studi della Professoressa Gabriella Alfieri. Per la tesi di triennale ho affrontato il mio primo studio sui prestiti lessicali (parole di una lingua prese in prestito da un’altra, Ndr.) ma anche fraseologici, attraverso l’analisi dei dialoghi di Friends, analisi che ho accompagnato con sondaggi linguistici a partire da un nucleo piuttosto ristretto di parlanti italiani fino a interrogarne circa cinquecento…

…Da subito, però, è emersa una questione: studiare i dialoghi solamente dal punto di vista lessicale non è molto fruttuoso, perché i prestiti sono già quelli ben noti e utilizzati nel linguaggio di tutti i giorni e difficilmente se ne introducono di nuovi; inoltre, l’anglicismo a livello lessicale era stato già ampiamente studiato. Subito dopo le lauree triennale e magistrale, quest’ultima terminata con una tesi sull’adattamento di My Fair Lady, mi sono dedicata ancor di più alla traduzione in senso pratico, senza tralasciare lo studio critico del doppiaggio, frequentando il Master in Traduzione Letteraria e Cinematografica presso l’Università “Tor Vergata”, dove a breve verrà attivato un nuovo Master, dedicato esclusivamente alla traduzione audiovisiva…

…Terminato questo percorso, durante il quale ho avuto l’opportunità di raccogliere le mie tesi di triennale e specialistica in un unico volume, edito da Loffredo University Press nel 2010 e intitolato Il doppiaggio tra cinema e televisione (1950-2004), ho deciso di intraprendere un percorso di ricerca universitaria, partecipando al concorso di dottorato presso lo stesso ateneo romano, seguita nuovamente dalla Professoressa Daniela Guardamagna, mia insegnante negli ultimi 12 anni. Il risultato della mia ricerca dottorale è rappresentato da questo libro, introdotto da uno scritto del Professor Fabio Rossi (i cui suggerimenti si sono rivelati preziosi soprattutto nella fase di progettazione del lavoro).»

Quanto rimane, secondo te, del dibattito storico sul doppiaggio in quello contemporaneo?

A.S.: «Il dibattito sul doppiaggio ha subito e subisce ancora fasi alterne. C’è chi lo accusa di rovinare la veridicità del testo filmico, chi invece lo ha osannato anche grazie al lavoro di doppiatori talentuosi che aggiungono e hanno aggiunto senza dubbio grande valore alla versione adattata (di nomi se ne potrebbero fare davvero molti). Io credo che al giorno d’oggi, in special modo nei confronti delle serie TV, ci sia tanta curiosità di ascoltare le voci originali degli attori, fenomeno in maggior parte diffuso tra i giovani anche grazie al diffondersi del fenomeno del fansubbing, che mi piace chiamare “funsubbing = fans subbing for fun” (ci si riferisce qui al sottotitolo amatoriale a opera dei fan delle serie TV, che sta acquisendo sempre più spazio nel panorama audiovisivo italiano). Permane, tuttora, una larga fetta di pubblico ancorata alla necessità del doppiaggio, vuoi per abitudine, vuoi per piacere o magari perché non incline alla pratica del sottotitolo, accusato di far perdere di vista l’immagine sul video.»

Il doppiaggese: quanto e come ti capita di notare questo sistema espressivo nel linguaggio di tutti i giorni?

A.S.: «Bisogna partire da una premessa: in realtà, non esiste un metodo universalmente oggettivo per riconoscere il doppiaggese nel parlato di tutti i giorni. Il doppiaggese è, per certi versi, quella traduzione di plastica che rientra nel più vasto campo del traduttese ed è complesso il riconoscimento di interferenze linguistiche soprattutto dall’inglese. Perciò non è semplice capire “chi ha influenzato chi” poiché non esistono corpora sufficientemente estesi di italiano adattato. È vero che ne sono stati creati alcuni di recente, ma non si può pretendere di coprire e studiare per intero il complesso sistema linguistico delle produzioni adattate in italiano…

…Per quanto riguarda la mia ricerca e il mio libro, mi sono resa conto molto presto che uno studio di tipo solamente etimologico non bastava e, grazie al professor Fabio Rossi, ho deciso di focalizzarmi anche sul linguaggio dei testi scritti, in particolare testate giornalistiche come La Repubblica. Di certo bisogna ammettere che alcuni fenomeni riscontrati oggi nella lingua italiana e bollati come anglicismi erano causa di lamentele anche tra i linguisti dell’800, i quali attribuivano alcune ridondanze (ad esempio, quella dell’aggettivo possessivo) all’influenza di altre lingue, in particolare il francese. Studiare un fenomeno simile significa, oltre che analizzare il parlato di tutti i giorni, faticare per dare fondamento alle proprie scoperte, che sembrano sempre “impressionistiche”, non basate su dati da considerare certi…

…Per quanto riguarda il riscontro effettivo che ne faccio sul parlato di tutti i giorni, lo ritrovo molto spesso e ovunque, nelle televendite, in radio o solamente ascoltando le persone che parlano attorno a me. Faccio sempre un’analisi di quello che dicono e me lo segno su un taccuino: oramai tutti tendiamo a usare le interferenze linguistiche che rimbalzano da un media all’altro. Ciò è dovuto al fatto che impariamo a parlare per imitazione soprattutto di chi ammiriamo, e tendiamo a riprodurre le parole, i gesti, le movenze delle persone che per noi rappresentano un modello. La TV italiana è un campo d’indagine ricchissimo sotto questo punto di vista, perché è stata ‘complice’ nell’unificazione linguistica nazionale, allo stesso tempo specchio della produzione linguistica concreta e quotidiana dei parlanti, ma anche modello per la stessa.»

Nel tuo libro tratti due notissimi casi seriali come Beautiful e CentoVetrine: qual è la differenza culturale tra adattamento cinematografico e serial e cosa ti ha spinto a studiare proprio queste due soap opera?

A.S.: «Il linguaggio televisivo ha un’influenza più massiccia rispetto a radio e cinema, data la sua diffusione e continuità di azione. Inoltre (per citare un saggio del 2003 di Alfieri, Contarino e Motta), nel doppiaggio destinato al cinema, eseguito su un testo audiovisivo singolo, si tiene in maggior conto il destinatario e se ne assecondano le attese (anche sul piano della comicità). Per questo è meno attendibile come indice di un uso diffuso, in quanto per l’appunto maggiormente espressivo e sorvegliato, e dunque meno esposto a interferenze…

…L’incidenza d’uso che invece presenta l’italiano adattato delle soap opera o dei serial è semipermanente, a differenza di quella «momentanea» dell’italiano doppiato dei film. Occorre tenere presente anche un ulteriore fattore: di solito, un prodotto audiovisivo viene adattato dai medesimi dialoghisti, che spesso inconsapevolmente ripropongono nel corso delle puntate gli stessi vezzi o vizi linguistici, riflettendo nella versione italiana la stessa artificiosità e ridondanza riscontrabile nei copioni originali, che (diciamocelo) sono sovente ripetitivi, fondati su formule fisse e prefabbricate…

…Questo fattore si aggiunge a tempi di lavorazione sempre più serrati, per cui è facile che il dialoghista riproponga i medesimi moduli utilizzati in precedenza, anche da altri colleghi. Questi moduli vengono poi assimilati dallo spettatore che fruisce della TV in una modalità passiva (la soap opera, in particolare, si adatta perfettamente al caso, essendo pensata per persone sovente affaccendate in altro e che nel frattempo ascoltano quello che dice la TV, senza porvi grande attenzione a livello conscio, ma assorbendone ogni suono a livello inconscio).»

La tua ricerca si è rivolta anche all’espressione scritta: quali sono i modelli linguistici più ricorrenti in un italiano «scritto per essere parlato»?

A.S.: «Ho deciso di pubblicare nei quaderni LISE dell’Università della Calabria questo aspetto particolare del mio studio, in un numero appositamente dedicato al rapporto tra oralità e scrittura. I portatori di oralità da me analizzati (pronomi personali soggetto, tagquestions, segnali discorsivi e fonosimbolismi) sembrano rispettare in alcuni casi l’esigenza di naturalezza e verosimiglianza del testo cine-televisivo. Tuttavia, la presenza non trascurabile di quelle strutture che altrove sono state definite come artificiose (soprattutto nel caso della tagquestions) contribuisce a minare la sensazione di aderenza al parlato dei nativi. È ipotizzabile che tali routines, dapprima scarsamente utilizzate, si stiano progressivamente diffondendo nel dialogo televisivo italiano (per influsso del doppiaggio di prodotti angloamericani) e, di riflesso, anche nella lingua spontanea quotidiana.»

Carlotta Guido

Redattrice | Dopo la visione de Il Padrino Parte II capisce che i suoi film preferiti saranno solo quelli pari o superiori alle tre ore | Film del cuore: Il Padrino | Il più grande regista: Aleksandr Sokurov | Attore preferito: Marlon Brando | La citazione più bella: "Il destino è quel che è, non c’è scampo più per me" (Frankenstein Junior)


Siti Web Roma