Ferdinand: il regista Carlos Saldanha presenta il film d’animazione

scritto da: Ludovica Ottaviani

Ferdinand è il titolo dell’atteso ritorno alla regia di Carlos Saldanha e dei Blue Skies Studios, già creatori di grandi successi nell’animazione come la saga de L’Era Glaciale ei due capitoli di Rio: un nuovo film d’animazione tratto dal libro per ragazzi scritto da Munro Leaf nel 1936 con il titolo La storia del toro Ferdinando.

Una storia per bambini e per adulti allo stesso tempo, grazie ai temi universali affrontati: la pace e la resistenza alla violenza – in tutte le sue forme – interpretate però attraverso gli occhi di un grosso toro dallo sguardo vispo.

In occasione dell’uscita del film nelle sale il prossimo 21 dicembre, Saldanha ha incontrato la stampa per parlare insieme del suo nuovo lungometraggio d’animazione.

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Ferdinand: il regista Carlos Saldanha presenta il film d’animazione

Carlos, qual è stato il tuo approccio al film visti i precedenti letterari – il romanzo breve di Leaf – e il corto della Disney del 1939?

«Un regista, quando si appresta a lavorare su qualunque tipo di film, si pone sempre delle domande pertinenti: Cosa voglio fare? Perché voglio fare questo film? Magari la vera motivazione è semplicemente per stare bene, perché il processo nascosto dietro a un film d’animazione è come qualunque altro film – come impostazione – solo che spesso risulta molto più lungo, come minimo ci vogliono quattro anni e non è mai tutto a posto e perfetto. Quindi forse la vera domanda di partenza è: perché mi voglio impegnare per tanti anni dietro questo progetto? Con Ferdinand non sapevo come avrei fatto il film ma che volevo raccontare a tutti i costi la sua storia e il messaggio, bello, che porta con sé. Il processo creativo è una sfida a tutti gli effetti, ma la affronti con delle intenzioni diverse quando è un progetto, in partenza, nel quale credi fermamente.»

Certo, il messaggio del film è davvero importante soprattutto in questi tempi: pone l’attenzione sul fatto che chi vince spesso è chi non combatte, chi si rifiuta di farlo e quindi non risponde alla violenza con la violenza.

«Sì, abbiamo lavorato intenzionalmente sul messaggio perché sapevamo dove volevamo arrivare: ciò che deve arrivare agli spettatori è che solo dando l’esempio, ovvero senza utilizzare la violenza, si possono ottenere dei grandi risultati. Nel processo creativo sono partito stranamente dal terzo atto – cosa che di solito non faccio – però perché sapevo con sicurezza dove volevo arrivare, sapevo che il messaggio del quale era portatore sano Ferdinand era potente e forte allo stesso tempo; dalla fine sono andato a ritroso nella costruzione della sceneggiatura del film e dei personaggi. La vera nobiltà di Ferdinand il toro si annida nel fatto che avrebbe potuto benissimo uccidere il toreador El Primero ma sceglie di non farlo volontariamente.»

Il film però sembra anche un chiaro messaggio contro la corrida e un inno vegano-vegetariano

«In realtà… no, perché la storia ruota intorno al classico motto “non giudicare un libro dalla copertina” che è la vera essenza del lungometraggio: non si deve mai giudicare dalle apparenze né le cose, tantomeno le persone; non si tratta nemmeno di una storia contro la corrida. È piuttosto un film dove il protagonista è un toro che semplicemente non vuole combattere. Poi se gli spettatori leggeranno anche un messaggio vegano sarà comunque una scoperta secondaria, perché nella mia idea tutto dev’essere raccontato dal punti di vista del toro stesso, appunto Ferdinand.»

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Il film è quindi tratto, come abbiamo già detto, da un libro di Leaf vietato in Spagna dalla sua uscita fino alla morte del dittatore Franco e addirittura bruciato dai nazisti: secondo te per quale motivo? Perché ha in sé un forte messaggio pacifista? E che rapporto hai quindi con i due precedenti artistici legati al tuo Ferdinand?

«La prima cosa, quando ho letto il libro di Leaf, che ho amato subito è il messaggio immediato che trasmette, ma inizialmente non ero troppo sicuro di voler fare il film perché non avevo mai tratto qualcosa da un libro: i miei lavori precedenti si sono sempre basati su idee originali: tutto ciò quindi mi spaventava pur rappresentando, allo stesso tempo, una sfida. Ho anche chiesto ai familiari dell’autore “cosa posso fare per arricchire il messaggio del libro?” E loro mi hanno risposto in tutta onestà “il libro è stato scritto tanti anni fa e l’importante è mantenere il messaggio e le emozioni che comunica, riportandole fedelmente. Per quanto riguarda il look, l’estetica e le scelte registiche hai carta bianca”. Ecco, questo mi ha dato un senso di profonda libertà nell’azione…

…Perché è stato bandito il libro La Storia del Toro Ferdinando? Perché parla di pacifismo e perché molti lettori si son identificati nei personaggi stessi; l’identificazione è stato uno dei veri motivi che ne hanno implicato la censura, perché la gente sceglieva di calarsi, volontariamente, nei panni di chi si sentiva oppresso e decideva di ribellarsi però all’oppressore, come fa infine Ferdinand con il Matador El Primero….

…Il libro può essere interpretato da diversi punti di vista a seconda del contesto culturale nel quale si cala: per esempio in Italia, Germania e Spagna fu censurato mentre in India e, in generale, in Asia fu considerato in linea col pensiero di Gandhi. Così, quando mi sono approcciato al film d’animazione, ho ampliato di più la rosa dei personaggi per moltiplicare i punti di vista…

…L’altra ragione è che credo che questo libro sia davvero un classico che viene letto molto spesso sia dai più piccoli che dagli adulti: è un libro trans-generazionale ed è diventato un classico in un mondo che è cambiato radicalmente in un paio d’anni. Ho iniziato nel 2010-2011 a disegnare i primi bozzetti, mentre stavo lavorando su Rio: e in poco tempo ho visto com’è cambiato il mondo ma nonostante tutto alcuni concetti come la tolleranza e l’uguaglianza a prescindere dall’aspetto esteriore sono rimasti fondamentali e inalterati, da ricordare sempre a bambini e genitori per dimostrare come spesso i cambiamenti siano dei momenti di riflessione per capire semplicemente dove stiamo andando.»

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Carlos, cosa puoi dirci a proposito dello stile visivo e delle scelte compiute in tale direzione per Ferdinand?

«Confesso che l’aspetto del film, la sua estetica, ha rappresentato una vera sfida. Rio è tutto basato sui colori primari, forti e con un certo impatto visivo sull’occhio umano. Con questo film volevo rappresentare i colori che scaldano il cuore e la tavolozza delle gamme cromatiche tipiche della Spagna: i colori della terra, gli aranci, i rossi, i gialli a contrasto con i verdi etc. Colori restituiscono il senso del paese dov’è ambientato il film, proprio come una tela, un dipinto classico. Ad esempio in alcuni flashback abbiamo ripensato ai vecchi poster delle arene dipinti a mano, scegliendo di imitarli. Il risultato è stato un particolare tipo di animazione 3D dove però l’effetto doveva essere quello di un dipinto fatto a mano, dando uno spessore rappresentativo alla cultura spagnola stessa.»

Quindi, in definitiva, Ferdinand può essere considerato un film politico?

«Veramente no, io lo considero solo un buon film. Un film bello, che era quello che volevo fare fin dall’inizio; ma se la gente lo interpreta con un risvolto politico…va bene, rientra nel discorso della pluralità dei punti di vista. Anche alla famiglia di Leaf ho rivolto la stessa domanda e hanno confermato che l’autore stesso voleva solo fare un bel libro illustrato dai suoi amici, come nel caso di Robert Lawson .»

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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