L’Insulto: incontro a Roma con il regista Ziad Doueiri

scritto da: Ludovica Ottaviani

L’Insulto è il titolo del nuovo film scritto e diretto dal pluripremiato regista libanese Ziad Doueiri, lungometraggio ambientato nel suo Libano e, per l’impegno sociale che incarna, candidato dal paese agli Oscar 2018 come miglior film straniero.

Doueiri stesso è stata protagonista a Roma di una round table con la stampa italiana, durante la quale ha parlato del suo cinema, dell’approccio che ha nei confronti di quest’ultimo e del ruolo umano e sociale che L’Insulto (qui la nostra recensione del film) ricopre nel mondo di oggi, attraversato da guerre, tumulti e contestazioni.

Qualche breve cenno sulla trama: in una Beirut cosmopolita e caotica, un banale litigio scaturito da un piccolo diverbio porta in tribunale Toni (Adel Karam) e Yasser (Kamel El Basha). La semplice questione privata tra i due si trasforma in un conflitto di proporzioni incredibili, diventando poco a poco un caso nazionale, un regolamento di conti tra culture e religioni diverse – il primo è infatti è un libanese cristiano mentre il secondo un palestinese – con colpi di scena totalmente inaspettati lungo il percorso. Al processo, oltre agli avvocati e ai familiari, si schierano due fazioni opposte di un paese che riscopre all’improvviso vecchie ferite mai curate e assiste a scioccanti rivelazioni, facendo riaffiorare così un passato che è sempre presente.

L’Insulto: incontro a Roma con il regista Ziad Doueiri

l'insulto

Una prima domanda è puramente tecnica: avete scritto la sceneggiatura in due, con Joelle Touma; il lavoro creativo è stato simile al film, con ognuno di voi pronto a sposare la causa di una delle due parti?

«In realtà è partito tutto da un’idea molto semplice: un piccolo e sciocco incidente dove, mentre innaffiavo le piante, ho bagnato accidentalmente un operaio che stava lavorando sotto il mio balcone e abbiamo finito per prenderci a parolacce. Poi mi sono chiesto “cosa ne verrebbe fuori se, da un incidente così sciocco e stupido, la situazione degenerasse in un’escalation drammatica, scaturendo in un affare internazionale? E questa è soltanto la premessa; solo a quel punto ho cominciato a scrivere le scene e i dialoghi…

…Tutto era concatenato, e un’idea portava ad un’altra portandomi immediatamente a considerare L’Insulto come un film giudiziario, un courtroom drama, come ho avuto la fortuna di capire abbastanza rapidamente. All’epoca sia io che mia moglie – la co-sceneggiatrice Touma – eravamo senza un soldo e nemmeno un lavoro, praticamente disoccupati e con una figlia da crescere; avevo archiviato l’idea di fare il mio film precedente e non avevo un buon dialogo con la Universal. Sono stati i peggiori tre anni della mia vita, durante i quali mi sono chiuso moltissimo…

…In questo stato emotivo ho iniziato a scrivere il background dei due protagonisti, e devo ammettere che c’è molto di autobiografico perché ho vissuto in prima persona tutto quello che i due personaggi vivono, ritrovandomi coinvolto in uno splendido processo organico dove le scene e i dialoghi fluivano da soli e spontaneamente, affondando le radici nella realtà e nella verità dei fatti. La storia veniva da dentro e non dall’esterno. Siccome sapevo che doveva essere ambientato in un’aula di tribunale, sono andato da mia madre – avvocato – chiedendole dei consigli, tanto da diventare a tutti gli effetti la nostra consulente legale per il film…

…E so che non voglio scrivere diversamente da questo modo, cambiando processo creativo: voglio continuare a tutti i costi lungo questa strada. Quando ho fatto leggere, per la prima volta, la sceneggiatura alla mia ex-moglie mi ha chiesto di poter scrivere il personaggio dell’avvocato che difende Yasser, mentre io mi sono dedicato a creare il personaggio dell’avvocato che difende Toni: abbiamo utilizzando i nostri rispettivi background ma invertendoli, perché mia moglie proviene da una famiglia dalla rigida educazione cristiana di destra, mentre la mia famiglia ha sempre avuto simpatie di sinistra e un background musulmano.»

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Il film tratta del passato e dei suoi retaggi: come mai continua ad essere così ingombrante?

«In realtà questo film non parla del passato, bensì del presente: i sanguinosi fatti di cronaca narrati li ricordo anch’io, ero bambino, ricordo la reazione dei miei familiari. Da un punto di vista strettamente autoriale, e anche personale, il passato è strettamente connesso con il presente: dopo che il mio film precedente – The Attack – è stato pesantemente boicottato dai gruppi pro-Palestina libanesi, ho deciso di girare L’Insulto come una reazione indignata, una sonora replica arrabbiata e amareggiata al loro boicottaggio…

…Questi gruppi ignorano quanto la mia famiglia abbia fatto per la causa palestinese, decisamente molto più di me. A questo punto il tema non è il passato ma qualcosa di molto personale, vista pure la natura degli attacchi personali che ho ricevuto per The Attack. Si sono scagliati contro di me senza sapere, e questo film è la mia reazione a loro che mi hanno dedicato guerra, visto che continuano a ferirmi sul piano personale.»

Siccome L’Insulto è, quindi, ancorato al presente, si aspettava in qualche modo la candidatura libanese agli Oscar 2018 come Miglior Film Straniero, forse perché riflette le condizioni di un mondo che è radicalmente cambiato negli ultimi anni?

«Non saprei dirlo con assoluta certezza, ma è qualcosa della quale mi sto accorgendo; il film è approdato prima al Festival di Venezia dove ha avuto un’ottima accoglienza; poi negli Stati Uniti dove è stato proiettato al Telluride Festival, a Toronto e in Egitto, Tunisia e Spagna. Abbiamo vinto ben quattro premi dati da un pubblico straniero, occidentale e lontano dai conflitti tipici del mondo arabo; per cui la mia domanda è: cosa permette a questi spettatori di identificarsi con la nostra storia narrata? Non ho realizzato questi film focalizzandomi su problemi specifici delle singole realtà, quindi con molta probabilità la reazione delle persone è sintomatica di una condizione che sta attraversando il mondo, un periodo complesso con dei cambiamenti interni che io non so né spiegare né controllare. Cambiamenti che forse il mio mondo – libanese – ha già attraversato prima, una condizione di profonda rabbia sintomatica di una realtà ormai polarizzata.»

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L’Insulto ha una forte eredità teatrale, che si evince soprattutto dal ruolo che occupa la parola nell’economia del film: è quintessenziale, manda avanti l’azione e garantisce una sorta di integrità spazio-temporale aristotelica. Quanto, in partenza, eri già consapevole di questo impianto?

«Fin dall’inizio sapevo che L’Insulto sarebbe stato un film ambientato in un’aula di tribunale, appunto un courtroom drama o un courthouse drama. Non avevo prima una storia che ho poi adattato, è proprio nata in questo modo; la vera sfida poi è stata decidere, fin dall’inizio, quante scene ambientare nell’aula del tribunale, perché temevamo sempre che fossero troppe soprattutto in un’epoca – come la nostra – dove il legal thriller ormai non va più troppo di moda…

…Questo genere ha avuto il proprio periodo di gloria a cavallo tra gli anni ‘80e ’90: ma oggi? Nessuno li fa più. Ma personalmente ho deciso di accollarmi i miei rischi e, in modo irremovibile, di andare fino in fondo provandoci perché era questo che sentivo. Il trucco, nelle scene ambientate in tribunale, sta nel focalizzare l’attenzione non tanto sul processo legale-giuridico in sé quanto sulle rispettive psicologie dei personaggi, perché solo in ogni scena si rivela qualcosa in più sulla complessità di ognuno di loro, qualche dettaglio cruciale sulle sue caratteristiche.»

Quali film hanno ispirato la scrittura de L’Insulto?

«Confesso che, durante il processo creativo, mi sono lasciato ispirare da numerosi film fondamentali per la sceneggiatura de L’Insulto, per la resa dei dialoghi ma soprattutto per alcune scene cruciali. Uno su tutti? Incredibile ma vera, il film d’animazione Rango diretto da Gore Verbinski! Inoltre, mi sono lasciato suggestionare da alcuni classici courtroom drama ma anche da film insoliti: cito, a tal proposito, film orientali come il coreano Memories of Murder di Bong Joon-ho e The Insider diretto da Michael Mann; lo confesso, tutti film che mi ispirano e che, un giorno, mi piacerebbe tentare di “imitare” sul grande schermo.»

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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