Ride: intervista al regista Jacopo Rondinelli e ai produttori Fabio&Fabio

scritto da: Ludovica Ottaviani

Ride è il nuovo, ambizioso, progetto nato dalle vulcaniche menti di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, conosciuti come Fabio&Fabio, pseudonimo con il quale avevano già firmato il loro precedenti successo Mine.

Questa volta dietro la macchina da presa di questo teso action-thriller sportivo dalle molteplici sfumature c’è Jacopo Rondinelli, coadiuvato dai due Fabio e da Marco Sani dietro la sceneggiatura e da Guaglione stesso e da Filippo Mauro Boni per il montaggio. Tutti aspetti fondamentali per permettere a questo prodotto di arrivare in sala il prossimo 6 settembre grazie alla Lucky Red.

La nostra intervista a Jacopo Rondinelli e Fabio&Fabio in occasione della presentazione alla stampa di Ride

Ride (qui il trailer ufficiale) è un vero e proprio esperimento unico nel suo genere, perché rappresenta il primo film al mondo girato sfruttando le più moderne action cam e GoPro, imitando quindi quella “immersione totale” che si ha spesso osservando un video di sport estremi su YouTube.

Con la media più alta della storia del cinema di camere utilizzate per scena (circa 15 camere in totale, tra attori e biciclette, e due SONY che lavoravano con lo zoom), il film ha rappresentato un vero esperimento pionieristico, nonché un non indifferente tour de force per tutti, inclusi gli attori protagonisti Lorenzo Richelmy, Ludovic Hughes, Simone Labarga e Matt Rippy.

E se per Richelmy l’utilizzo delle GoPro ha aperto nuove frontiere per la recitazione, permettendo agli attori di sperimentare un’esperienza sensoriale completamente diversa (facendo percepire loro lo spazio circostante come un enorme palco teatrale a cielo aperto), per la crew tecnica formata da Guaglione, Resinaro e Rondinelli il discorso è ben diverso, come ci hanno raccontato nel corso dell’intervista.

Tra action cam e GoPro, Ride scava nelle frontiere delle potenzialità del cinema. Come nasce quest’idea e cosa vi ha spinto a varcare i confini del cinema della post-modernità?

Fabio Guaglione: «Volevamo trovare un’idea per un film unico, che non lasciasse indifferenti. Siccome ai tempi in cui abbiamo iniziato a pensare al progetto si stava sviluppando l’estetica di questi filmati fatti con le Go Pro da parte degli sportivi su Youtube, Marco Sani (sceneggiatore, NdR) ci ha portato il soggetto di questo film che all’inizio era uno slasher horror su due ciclisti, in un bosco, pieni di Go Pro, inseguiti da un pazzo che li vuole uccidere. Poi però ci siamo chiesti: “perché questi due dovrebbero avere tutte queste Go Pro?” ed è arrivata, automaticamente, l’idea del reality show. E man mano che sviluppavamo il soggetto, la società intorno a noi cambiava e la trama del film finiva per convergere con la realtà stessa: oggi viviamo in un mondo dove finiamo tutti per filmarci e andare a caccia di Like, che sono punteggi che poi, in alcuni casi, possono trasformarsi in soldi etc. Ride stesso invece si è trasformato, in tal modo, in una foto cinica del mondo in cui stiamo vivendo e di come le giovani generazioni stanno reagendo a tutto questo».

Ride è un’istantanea cinica della modernità, ma nella propria estetica strizza l’occhio a un certo cinema degli anni ’80, dal quale prende spunto in un costante gioco di rimandi e citazioni… 

Fabio Resinaro: «Negli anni ’80 c’erano tanti racconti intrisi di quel cinismo di cui parlava Fabio poco fa. Il riferimento principale a quegli anni che più traspare nel film è legato al lungometraggio The Running Man (L’Implacabile, 1987), dove c’è quell’aspetto distopico legato a una società che controlla, che spettacolarizza la sopravvivenza, dove un individuo vale per quanto può intrattenere».

Fabio Guaglione: «E dove c’è il pubblico che, nonostante viva male la propria vita, gode nel vedere qualcuno che sta messo peggio ma è costretto a sopravvivere ad ogni costo. Da The Running Man abbiamo ripreso anche il gusto kitsch: per i personaggi, soprattutto i cattivi, basti pensare alla figura del Dark Rider – immancabile in un film di genere – vestito rigorosamente di nero».

Ride quindi è un film di genere, ma… quale?

Fabio Guaglione: «Genere Ride, senza dubbio! (ride, NdR) Abbiamo cercato di bilanciare le cose che amiamo e che abbiamo cercato di inserire dentro al film in un equilibrio tra scrittura, montaggio, cromia, musica, e alla fine è venuto fuori un film che è una corsa e, proprio come tale, ogni tanto sbanda per poi riprendersi prontamente. Una grande montagna russa che possa permettere al pubblico, alla fine, di godersi questi 102’ di viaggio nonostante il pensiero e l’opinione che può aver maturato nel frattempo».

Ride non è semplicemente un film: è un progetto più ambizioso, che presto diventerà un fumetto e approderà nella librerie come un romanzo. Si appresta, quindi, a “colonizzare” una fetta di mercato più ampia, creando una sorta di universo espanso per gli spettatori, per i fan, per gli appassionati o per i semplici curiosi. Quale strategia comunicativa avete scelto di adottare per allungare “la vita” del film?

Fabio Guaglione: «In effetti io e Jacopo abbiamo pensato perfino a un gelato, un “Cuor di Monolite” liquirizia o amarena… a forma di monolite appunto: noi le idee ne abbiamo, anche tante, e dobbiamo solo trovare chi si occupa di questo settore ed è talmente visionario da essere disposto ad investire in progetti simili, che hanno un lato ludico legato prettamente al divertimento, più che a uno spirito consumistico: io spero davvero che chi legga il libro si diverta, e che poi vada al cinema per esclamare “ah! Ma io so chi è quello, ho letto il libro” cosa che, ovviamente, non può accadere al semplice spettatore».

Jacopo, che esperienza è stata per te Ride e qual è stato il tuo primo approccio al film, soprattutto durante le prime fasi del processo creativo? Quali sono stati i tuoi pensieri di fronte a un film di genere così atipico?

Jacopo Rondinelli: «Io sono stato coinvolto da Fabio&Fabio circa un anno fa: loro sono amici che conosco da anni e con i quali collaboro attivamente, io con i loro progetti e loro con i miei. Sapevano benissimo che avrebbero trovato in me un compagno di giochi ideale per realizzare questo film; e in un primo momento, quando mi hanno proposto il progetto, ero in parte lusingato ma allo stesso tempo in uno stato di felice agitazione: perché girare un film con le Go Pro era davvero una sfida non indifferente, soprattutto per partire dall’immaginario degli sport estremi che troviamo su Youtube per poi, però, portarlo all’interno di una storia, ma senza che questo aspetto annoiasse, diventando pesante…. 

…Sapevo quindi che si trattava di una sfida “tosta”, al quale va aggiunto il fatto che, tecnicamente, queste telecamere non ti danno modo di girare in maniere classiche, con gli espedienti della regia classica che aiutano il racconto – il PP, il Dettaglio etc. – quindi l’idea era quella di riuscire a manifestare, a trasmettere le stesse emozioni però in questo modo, girando delle scene con 20 camere senza poter mai avere un dettaglio, un PP, un personaggio posizionato perfettamente dove vuoi tu, perché tutto appunto è lasciato molto all’improvvisazione e al caso… 

Tutte cose stimolanti e rischiose allo stesso tempo: quindi ho affrontato l’avventura di Ride con entusiasmo e felice incoscienza, e credo che tutto questo abbia pagato, perché nel film si percepisce il divertimento e che ci siamo voluti spingere un po’ oltre schiacciando il piede sull’acceleratore, esagerando un po’ fino alla fine. E credo che in questo momento specifico, in Italia, questa cosa possa pagare… poi vedremo! (ride, NdR)».

La chiave di lettura di Ride può annidarsi in una re-interpretazione dell’attualità ma attraverso un occhio cinico, disincantato e vintage tipico degli anni ’80?

Jacopo Rondinelli: «In parte sì: volendo c’è un aspetto simile, e bisogna dire che negli ultimi anni un po’ tutto il cinema ha ripreso in considerazione gli anni ’80, e penso a Spielberg o alle serie tv come Stranger Things, oltre che ad altri prodotti con un’eco molto forte di quegli anni. Anzi, ormai non si tratta più nemmeno di citazioni bensì di opere ambientate in quel preciso periodo storico ma girate adesso. Noi, più che delle citazioni specifiche, abbiamo ripreso degli stereotipi – come ad esempio i colori dei due protagonisti – e il film in sé ricorda parecchio un videogioco, inclusa la musica: ha all’interno dei suoni in 8 Bit tipici degli anni ’80…

…Ci sono tutta una serie di espedienti che fanno il verso a quel periodo storico, e non solo, perché in realtà tutta la parte legata agli sport estremi e l’estetica del film conferita dall’utilizzo delle Go Pro dà a Ride un tocco estremamente contemporaneo; spero che siamo riusciti, tutti insieme, a fondere il linguaggio moderno, contemporaneo legato al mondo dei social network – e a come i giovani di oggi interagiscono con la tecnologia e i devices – e quello degli anni ’80, che sono comunque sempre attuali e di moda».

Com’è stato, quindi, affrontare una sfida tecnica pionieristica, all’avanguardia iniettandole però una critica sociale, un’analisi cinica e spietata della società odierna? Come sei riuscito a bilanciare queste due anime?

Jacopo Rondinelli: «Sì, c’è questo tipo di componente, perché volontariamente abbiamo scelto che in uno degli strati del film ci fosse; e non è stato facile, perché da un lato c’è la volontà di intrattenere ma dall’altro quello di far riflettere, di instillare un messaggio, che è poi un po’ quello che ha sempre cercato di fare Spielberg – ovviamente senza mettermi al suo livello – attraverso i suoi film, unendo spessore e qualità. E speriamo che questa formula funzioni anche con Ride».

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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