The Happy Prince: Rupert Everett presenta il film su Oscar Wilde a Roma

scritto da: Ludovica Ottaviani

The Happy Prince è indiscutibilmente il film che segna il ritorno, sul grande schermo, dell’attore inglese Rupert Everett, qui nella triplice veste di autore, regista e interprete dell’atipico biopic sugli ultimi anni di vita del brillante e caustico drammaturgo irlandese Oscar Wilde.

Il film (qui il trailer italiano) uscirà nelle sale italiane il prossimo 12 Aprile grazie alla Vision Distribution che lo distribuirà in circa 150 copie in tutta Italia.

the happy prince

Per presentare il film alla stampa era presente proprio Rupert Everett, impegnato al momento sul set del remake televisivo de Il Nome della Rosa – nel quale interpreta un sinistro inquisitore – ben lontano, quindi, dai drammatici conflitti interiori del genio di Wilde, al quale presta anima, corpo e voce lanciandosi in un progetto che aveva già scritto nel 2009 e che è stato protagonista di una travagliata vicenda produttiva.

È stato anche grazie alla “nostra” Palomar se il film di Everett ha potuto vedere, alla fine del percorso, la luce: «in un’epoca in cui altri produttori scelgono i film in relazione al pubblico e alla loro uscita nelle sale durante il weekend, la Palomar sceglie di fare ciò che gli piace, scegliendo un film del quale siamo molto orgogliosi, facendo in tal modo nascere anche un rapporto di amicizia – prima ancora che di stima professionale – nei confronti di Rupert Everett» ha raccontato il delegato della produzione.

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Rupert, com’è quindi passare da un ruolo trasgressivo come quello di Oscar Wilde a un grande inquisitore, indossando panni medievali? Sono le due facce di Rupert Everett forse?

«Per me questa rappresenta una grande opportunità di interpretare due ruoli così diversi, anche se Oscar Wilde è comunque un personaggio molto religioso, e mi dispiace che questo dettaglio sia sfuggito a molti magazine che non hanno colto al volo l’occasione di parlarne. Al contrario, il personaggio dell’inquisitore è davvero cattivo… finalmente! (ride)»

Torni nei panni di Oscar Wilde, dopo averlo interpretato a teatro e dopo averne incarnato varie emanazioni anche al cinema – come non ricordare L’Importanza di Chiamarsi Ernest? – quindi quand’è nato, esattamente, questo desiderio che ti ha spinto a scrivere The Happy Prince?

«Ho iniziato a scrivere The Happy Prince circa dieci anni fa: è stato difficile trovare dei soldi per realizzare il film, perché non immaginate quanto sia difficile reperire dei fondi in questo preciso momento storico. Questo film poi, in particolare, nasce in un momento specifico nel quale avevo più successo al botteghino come attore, quindi era tutto più facile. Poi, quando il successo si è incrinato, mi sono concentrato maggiormente sul progetto: non ho mai immaginato un altro attore nel ruolo di Wilde ma sempre e solo me, perché volevo tornare sul grande schermo con un grande ruolo, quello che il cinema – negli ultimi anni – non mi ha più offerto; così mi sono ritagliato “su misura” un grande ruolo per continuare a lavorare nel mondo del cinema.»

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The Happy Prince: Rupert Everett presenta il film su Oscar Wilde a Roma

Nel film ti esprimi chiaramente e con forza sia a livello umano che artistico, mettendoti in gioco in prima persona: quali critiche sono già piovute in merito, ma soprattutto quali complimenti hai invece apprezzato?

«Devo confessare che non amo molto i critici e la gente che critica in generale perché dà sempre un dolore; credo che un film possa piacere o non piacere, e dal mio punto di vista sono consapevole d’aver messo tutto in gioco, me stesso in prima persona: credo di non poter fare di più, e non voglio pensare alle critiche soprattutto a quelle negative.»

The Happy Prince riflette, in parte, una tua parabola umana e personale: quando hai fatto coming out ti sei in parte ritirato dalla scene. Quanto ti riconosci, quindi, nella parabola vissuta da Wilde sulla propria pelle?

«In realtà per quello che riguarda me, in parallelo, con la mia carriera, quando si lavora in un mondo come quello del cinema che è stato – soprattutto in passato – aggressivamente eterosessuale, devi comunque negoziare e trattare se sei gay. E prima o poi si finiva con lo scontrarsi con un imponente muro di mattoni. Oggi la situazione non è più così, ma intorno agli anni ’80 -’90 non era assolutamente facile farne parte. Oscar Wilde per me è stata una fonte d’ispirazione, e ricordo che quando ero giovane e vivevo nella Londra della metà degli anni ’70, essere omosessuale era legale soltanto dal 1968: solo cinque anni prima. La mia sensazione è quella di ripercorrere un po’ le orme di Wilde in questo modo

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The Happy Prince è molto teatrale, a partire dall’allestimento scenografico passando per una serie di riferimenti pittorici. Da dove hai preso spunto?

«Sicuramente per quanto riguarda i riferimenti pittorici mi sono lasciato ispirare da una serie di dipinti e dall’impatto di alcune foto che ritraggono Parigi avvolta da questa strana nebbiolina, a maggior ragione che non abbiamo potuto girare nella capitale francese ma abbiamo ricostruito tutto in Germani e in Belgio, ricostruendo quelle caratteristiche lontane dal carattere fiammingo di alcune location utilizzate. Poi ci sono numerosi riferimenti a Toulouse Lautrec e ad altri pittori che mi hanno ispirato. Per quanto riguarda i riferimenti teatrali, basta osservare i numerosi sipari presenti nel film che si aprono e chiudono: questo perché Wilde era un personaggio molto teatrale.»

Secondo te, Oscar Wilde, ha pagato a livello politico anche il fatto di essere irlandese, pur deridendo “vizi privati e pubbliche virtù” della buona borghesia britannica?

«Assolutamente sì, perché c’è spesso la tendenza a dimenticare che Wilde fosse irlandese e non inglese per via delle stoccate salaci e dello sguardo da straniero attraverso il quale guardava l’Inghilterra, proprio dal punto di vista di un suddito di suo Maestà. E poi era terribilmente snob, infatti quando incontrò Lord Alfred – Bosie – Douglas per lui fu un evento eccezionale, il massimo che potesse aspettarsi e pretendere da una storia d’amore; e proprio a causa di quest’ultima e del suo atteggiamento nei confronti della Gran Bretagna si è visto costretto a saldare il contoD’altra parte, però, credo che da un punto di vista politico si sia tirato addosso, da solo, la tragedia e lo scandalo, perché del resto fu lui a portare in tribunale il padre di Lord Alfred Douglas e non il contrario: se lui non avesse compiuto questo gesto, forse l’establishment britannico avrebbe finito per accettarlo alla fine. Il motivo per cui ha agito così è perché, una volta raggiunto il successo, considerandosi una star all’apice della propria carriera, non aveva più la percezione di come fosse realmente il mondo intorno a lui, aveva perso i confini del mondo reale. Gli inglesi invece di attendere il momento in cui colpirlo, hanno preferito subito accusarlo fino a distruggerlo, nonostante possiamo considerare la sua come una storia d’auto-distruzione.»

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La fotografia di The Happy Prince è molto particolare, come del resto anche la scelta di concentrarsi esclusivamente sugli ultimi anni di vita di Wilde. Ce ne puoi parlare?

«Per quanto riguarda i movimenti di macchina, volevo che il film fosse una specie di incontro tra il cinema di Visconti e la qualità delle riprese delle telecamere a circuito chiuso. Volevo che ci fosse qualcosa di estremamente progettato e costruito e qualcosa che invece, al contrario, avesse lo stile della camera a spalla e della ripresa più naturalistica. Ciò che amo dei film dei fratelli Dardenne, ad esempio, è quel trucchetto che utilizzano nell’instaurare prima un rapporto tra personaggio e macchina da presa, per poi iniziarlo a seguire a debita distanza. Considero la storia vissuta da Oscar Wilde, negli ultimi anni della propria vita, come una storia romantica e affascinante, forse la più interessante della fine del XIX secolo, quella Belle Epoque che tanto mi ammalia. Considero Wilde e Verlaine come due dei vagabondi più intriganti di fine secolo, due grandi geni sottoposti a ostracismo da parte della società, due grandi uomini trasformati in relitti costretti a impietosire le persone per avere qualcosa da bere.»

Quant’è forte l’eredità con il cinema di Luchino Visconti?

«Ho pensato subito a Visconti mentre elaboravo il look di alcuni personaggi, come quello di Bosie che ricorda uno dei personaggi di Morte a Venezia; non solo è uno dei miei film preferiti di sempre, ma adoro Visconti e il mio viaggio nel cinema italiano è iniziato con il suo assistente, Franco Zeffirelli, perché i primissimi film che ho visto a scuola sono stati proprio Romeo e Giulietta e Fratello Sole, Sorella Luna; forse film più commerciali ma che mantengono, comunque, quell’estetica viscontiana incentrata sull’importanza della ricostruzione, dell’allestimento e dei costumi. Il cinema italiano è più orientato e focalizzato sull’importanza del design e dei costumi, più d’ogni altra cinematografia europea e non; perfino in The Happy Prince ci sono due collaboratori italiani, anche perché ritengo che trucco e “parrucco” siano importanti in un film del genere dove l’attenzione è focalizzata esclusivamente sui volti degli attori e sulla loro intensità

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Un’ultima domanda: guardando The Happy Prince sorge spontanea una riflessione legata a Wilde e al suo senso religioso. Affonda le radici anche in un percorso personale? E poi qual è, secondo te, l’eredità lasciata dal genio irlandese ancora oggi?

«Oscar Wilde, nel corso della propria vita, ha flirtato innumerevoli volte con la religione cattolica. L’idea cristologica che lo folgora in carcere non sappiamo bene da dove provenga, ma credo che la risposta sia nella percezione che ha avuto dell’episodio: invece di scappare, ha capito che quell’occasione era una possibilità di rinascita che poteva provare solo vivendola in prima persona. La sua idea di Cristo emerge in modo sorprendente e interessante soprattutto nel De Profundis, che dovrebbe essere letta anche dalla Chiesa Cattolica, un ambito nel quale sono cresciuto anch’io per altro. La storia di Wilde, distrutto perché è un omosessuale, è qualcosa con la quale ci si può identificare ancora oggi. Numerose persone in Russia, Giamaica, Cina, India, vengono distrutte ancora per lo stesso motivo, e la cosa ben peggiore è che lo stesso succede nell’Inghilterra nella quale dilaga il movimento UKIP o in Italia con la Lega; l’atteggiamento omofobo si sta diffondendo sempre di più e sta diventando pericoloso. Ragazzini che si suicidano, città come Genova che non ospitano il Gay Pride: questi atti, a mio parere, sono preoccupanti e tutti dobbiamo vigilare ed essere attivi.»

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Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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