Una Donna Fantastica: il regista Sebastián Lelio presenta il film

scritto da: Ludovica Ottaviani

Il regista Sebastián Lelio è arrivato a Roma per presentare alla stampa il suo nuovo film, Una Donna Fantastica (Una mujer fantástica), co-produzione indipendente tra Germania, Cile e Stati Uniti che vede tra i protagonisti l’attrice transgender Daniela Vega – un vero e proprio simbolo in Cile – e l’attore Francisco Reyes, nei panni di due tristi amanti colpiti dalla fatalità tragica del destino e incastrati, soprattutto Marina (Vega), nell’eterno conflitto tra identità, società e percezione del mondo esterno nei confronti della diversità.

Il film, dopo aver vinto un Orso d’argento per la Migliore Sceneggiatura al Festival di Berlino 2017, è il candidato cileno per la corsa agli Oscar; in attesa di sapere il verdetto, Una Donna Fantastica (qui il trailer italiano ufficiale) verrà distribuito dalla Lucky Red in 80 copie a partire dal 19 ottobre.

 Il soggetto alla base del film nasce dalla scoperta del talento di Daniela Vega, che nel film interpreta Marina, oppure da un’idea pregressa?

«Una Donna Fantastica è il mio secondo film dopo Gloria, e rappresenta ancora una volta un’analisi – anche se in chiave diversa – della figura femminile e dei desideri nascosti che la attraversano. In realtà le due idee sono arrivate in modo simultaneo: contemporaneamente siamo partiti dalla classica premessa “cosa succederebbe se la persona amata morisse tra le braccia della persona che ama ma che è “sbagliata”, perché rifiutata?” seguendo il processo di sceneggiatura, durante questa fase è emersa la possibilità che il protagonista fosse un transgender. Così ho staccato un po’ la spina dal progetto, sono tornato da Berlino a Santiago del Cile – dove mancavi da un po’ – e, incontrando delle persone transgender, ho eliminato i mii cliché in merito. Non cercavo un’attrice, piuttosto una consulente culturale e tutti mi consigliavano Daniela. Alla fine l’ho incontrata e conoscerla è stata un’esperienza fantastica, eccezionale, una vera pietra miliare per il film e per me. Mi ha affascinato subito come persona e come donna, prima di lanciarmi una sfida umana. Prima simo diventati amici su Skype e lei rispondeva a tutti i miei dubbi, sciogliendo noti salienti e perplessità; a quel punto ho capito che non potevo fare questo film senza un’attrice transgender, ma soprattutto senza di lei che ha apportato tanti elementi nuovi al personaggio, dei dettagli fondamentali. Daniela non ha studiato recitazione, il suo è un talento naturale, ha avuto solo poche esperienze teatrali, qualcuna da cantante lirica e ha interpretato solo un film di diploma, ma non è mai stata protagonista. È una vera forza della natura.»

Daniela Vega è quindi un personaggio pubblico?

«Sì, dopo il film è diventata molto nota in Cile e adesso il pubblico è pronto ad un personaggio come lei in giro, ospite dei programmi, alla radio, presente nella pubblicità e sulle copertine delle riviste. È sicuramente qualcosa di nuovo e innovativo, che indica quanto la società cilena fosse già pronta implicitamente a una rivoluzione simile. Dopo l’uscita del film la sua fama è cresciuta ancor di più. La Vega oggi è testimonial di una catena di negozi, e ciò dimostra non solo la volontà, da parte della società stessa, di accogliere un fenomeno simile assorbendolo fino in fondo, ma anche in parte la consapevolezza di accettare senza problemi la sua identità di attrice transgender.»

Sebastián Lelio: «Una Donna Fantastica è il mio secondo film dopo Gloria, e rappresenta ancora una volta un’analisi – anche se in chiave diversa – della figura femminile e dei desideri nascosti che la attraversano.»

In Una Donna Fantastica i problemi di marina nascono dal fatto che sia transgender. Ma in generale morire tra le braccia del proprio amante è un problema: non è forse un elemento ridondante questo dell’identità?

«Il fatto che Marina sia transgender è alla base delle complessità analizzate nel film fin dall’inizio, e proprio questo porta alla caratterizzazione del rifiuto. Ma, in effetti, poteva essere qualunque altra cosa; il film cerca di esplorare il tema dell’identità transgender ma in realtà è un’analisi sui limiti dell’empatia: è possibile che alcuni rapporti siano meno legali di altri e chi puoi stabilire quali lo siano o meno? È un film che parla della condizione sociale e umana oggi.»

Qualche informazione a proposito della OST del film.

«La musica è importante e si muove su due livelli: da una parte c’è ciò che lei canta, essendo Marina (e di conseguenza anche Daniela) una cantante lirica; poi però compare la colonna sonora classica, che accompagna film e sceneggiatura, ed è realizzata da un compositore britannico. All’inizio il personaggio di Marina doveva cantare, secondo le indicazioni della sceneggiatura, della musica pop; poi però ho visto le difficoltà di Daniela – che ha, appunto, alle spalle una formazione lirico-operistica – quindi abbiamo cambiato la sceneggiatura il giorno prima di iniziare le riprese»

una donna fantastica

Una Donna Fantastica: il regista Sebastián Lelio presenta il film

Il realismo magico che permea Una Donna Fantastica è nato già in fase di sceneggiatura?

«Dopo aver parlato con Daniela per diversi mesi la sceneggiatura ha preso completamente una piega diversa, grazie al suo tocco iper-moderno che ha spinto lo script verso territori per me sconosciuti. Volevo che Una Donna Fantastica fosse un film trans-genere su un transgender; volevo qualcosa che valicasse i generi stessi e i loro limiti, realizzando qualcosa che avesse un’identità definita ma non identificabile, finendo per coincidere con la psicologia di Marina/Daniela. È un film romantico, è vero, ma poi diventa un thriller, un film sui fantasmi, un dramma grottesco e poi un’elegia funebre… Mi sono prima chiesto cos’è una donna, poi cos’è un film finendo per capire che un film può avere e assumere contorni diversi, proprio come l’identità femminile.»

Possiamo parlare, alla luce degli eventi narrati nel film, del ruolo dei diritti civili negati, prendo ad esempio il caso cileno nel dettaglio per poi ampliare il discorso?

«Personalmente, come regista sono uno di quelli che non ama fare le prove con i propri attori; preferisco di gran lunga creare uno “spazio di fiducia” con gli attori dando loro la possibilità di abbandonarsi, assicurando loro che comunque li seguirò e li andrò a tutelare sempre. Gran parte dell’umanità che traspare dal film nasce proprio dalle loro interpretazioni così sensibili e delicate. Per quanto riguarda i diritti civili in Cile, penso che il paese – come molti altri – sia afflitto da questo problema, ovvero dal rifiuto legato alla possibilità di poter dire addio a un proprio caro, un problema in parte legato alle difficoltà politiche cilene (nel caso specifico). Ma ciò che ho percepito come urgente era proprio capire il motivo che spingeva gli altri ad avere paura e ad avere dei pregiudizi nei confronti di Marina, che trova un affetto vero solo nel proprio cane, Diubla. C’è una duplice lettura in questo caso: negativa, cioè che non riusciamo ad essere umani nemmeno come un cane. Oppure che, in modo positivo, possiamo essere anche noi umani come un animale.»

Sebastián Lelio: «Volevo che Una Donna Fantastica fosse un film trans-genere su un transgender; volevo qualcosa che valicasse i generi stessi e i loro limiti, realizzando qualcosa che avesse un’identità definita ma non identificabile, finendo per coincidere con la psicologia di Marina/Daniela.»

Il film esplora in parte il discorso legato alla normalità al passo con i tempi?

«Sì, penso proprio di sì. Esplorare ciò che è “normale” ci permette di fare un punto sulla nostra percezione pubblica. Nella normalità ci possiamo nascondere perché è rassicurante, ma i cambiamenti avvengono fuori e io anzi credo nella diversità, perché la normalità è un dispositivo politico e invece la percezione cambia per tutti. Dov’è l’identità? Risiede nei genitali o altrove? (tanto per restare in tema con il senso di Una Donna Fantastica). Questo è il cuore del film e questo discorso vale proprio per il film stesso: dov’è il suo senso, si trova forse nella forma stessa?»

Un’ultima domanda riguarda il discorso produttivo: il tuo secondo lungometraggio nasce come una co-produzione tra Cile, Germania e Stati Uniti, e tra i produttori figurano anche nomi di spicco come il tuo compaesano Pablo Larrain e la tedesca Maren Ade, regista dietro al cult Vi Presento Toni Erdmann. Potresti approfondire questo punto nel dettaglio?

«Sì, direi che possiamo definire questo film come una trans-produzione! Conosco Larrain da molto tempo, siamo cresciuti insieme e siamo amici. Vivendo a Berlino ho incontrato la regista Ade, che si è offerta di aiutarmi a produrre qualunque cosa; a loro si sono aggiunti anche gli USA per realizzare questo progetto. Dopo il mio precedente film, Gloria, il successo riscontrato mi ha permesso di sfruttare questa opportunità cavalcando l’onda. Considero questa mia prova da regista come un cavallo di troia, perché dal punto di vista estetico-architettonico può sembrare un film classico ma il suo cuore è contraddittorio, e sono proprio queste scintille a creare la sua essenza. Questo film forse avrebbe dovuto essere girato con la cruda e brutta luce sociale della realtà per esempio, mentre invece ho deciso di rendere Marina il centro del film avvolgendola con una luce romantica, filmando a come forse non sarebbe mai stata immortalata da nessun altro.»

una donna fantastica

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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