Una Vita Spericolata: intervista a Marco Ponti e al cast del film

scritto da: Ludovica Ottaviani

Una Vita Spericolata (qui il trailer ufficiale) è il film che segna il ritorno, dietro la macchina da presa, del regista Marco Ponti, prestato recentemente a film più mainstream ma che, con questo heist movie con venature da black comedy torna ai toni, ai luoghi, alle situazioni e ai personaggi già presenti nel suo debutto cult Santa Maradona (2001).

Un ritorno in grande stile con un pulp atipico e patinato, lontano dal gusto italiano ma adattato, ad arte, a quest’ultimo, creando quindi un unicum senza precedenti. Protagonista del film, in uscita il prossimo 21 Giugno grazie alla 01 Distribution, troviamo il terzetto atipico – quanto giovane – costituito da Eugenio Franceschini, Lorenzo Richelmy e Matilda De Angelis affiancati dai veterani Antonio Gerardi, Massimiliano Gallo, Michela Cescon e Gigio Alberti.

Una Vita Spericolata: intervista a Marco Ponti e al cast del film

In Una Vita Spericolata, Rossi (Richelmy) è un quasi trentenne che ha un’officina che va a rotoli, non ha più una casa e nemmeno una fidanzata fissa. Ha soltanto un migliore amico, BB (Franceschini), ex campione di rally e indolente “drugo” della Domenica.

Sommerso dai debiti, Rossi va in banca per implorare un prestito: ma quando quest’ultimo gli viene negato e una strana ragazza (Soledad, la De Angelis) comincia ad alzare il tono della voce, il ragazzo sembra perdere la testa e in un attimo la sua richiesta si trasforma in una rapina casuale quanto improvvisata, con tanto di ostaggio – Soledad – borsone e piano di fuga.

Peccato che i soldi non siano della banca ma di un gruppo di malavitosi, e che l’unica soluzione per il terzetto sia fuggire tra inseguimenti, spargimenti di sangue, rese dei conti, duelli western e amori sotto il sole.

una vita spericolata

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere a proposito del film con il regista Ponti e con i tre protagonisti Franceschini, Richelmy e De Angelis. Ecco cosa ci hanno raccontato…

Marco, a incuriosire molto è il tono del film, soprattutto l’alternanza tra commedia e scene crime con venature pulp, elementi che spesso vengono “epurati” nella commedia “nuda e cruda”: a quali fonti ti sei ispirato?

Marco Ponti: «Lo stile voleva essere quello della commedia per realizzare un film divertente concedendo, però, uno scarto successivo realizzando quindi una comedy energetica, avventurosa: una sorta di “Red Bull” cinematografica. Ho pensato subito: se parto immaginando dei personaggi così emarginati, dei misfits, degli outsider che sono proprio fuori – letteralmente, visto che abbiamo girato al confine con la Francia – e vivono in un non-luogo sospeso e abbandonato; se lancio questi personaggi oltre la porta dell’avventura, cosa dovrò aspettarmi? Di sicuro, una quantità inaspettata di casino e di avventure. Mi piaceva l’idea che si scontrassero non con un mondo debole, ma con un mondo competitivo e vero dove i cattivi sono davvero cattivi fino in fondo, e il lieto fine non è mai così sicuro e scontato, un po’ come accadeva, ad esempio, in film cult come Sugarland Express di Spielberg. Il mondo è cattivo, e i cattivi – come già detto – sono pericolosi e imprevedibili».

C’è una sostanziale differenza nella rappresentazione, stilizzata, delle forze dell’ordine nel film: non solo c’è una netta contrapposizione, quasi due anime – una con una forte integrità morale, l’altra che sembra uscita da una puntata dei Simpson – com’è nata quindi anche questa idea così eccentrica?

Marco Ponti: «In realtà in Una Vita Spericolata non c’è una rappresentazione delle forze dell’ordine, quanto una raffigurazione dei personaggi; non vogliamo raccontare/mostrare qualcosa di globale, generalizzando. Abbiamo piuttosto lavorato giocando sui generi, modificando e adattando i cliché in un continuo gioco degli opposti, dove si rincorrono poliziotti buoni e poliziotti cattivi, che però non eguagliano mai la cattiveria pura dei veri malvagi della storia, come il personaggio interpretato da Michela Cescon. Ad uscirne bene, nella commedia, non sono mai gli adulti quanto i giovani: sono loro il vero motore immobile, loro incarnano l’energia e la forza vitale quanto dirompente. A fare loro controcanto è il personaggio dell’agente “delle star” interpretato da Antonio Gerardi, al quale abbiamo regalato dei veri momenti western degni del cinema di Sergio Leone e Clint Eastwood, senza trascurare un gusto citazionista verso Terminator e i “fagioli western” di Bud Spencer e Terence Hill. I riferimenti, in questo film, sono molteplici: poi spetta al pubblico coglierli o meno, divertendosi».

La struttura del film ricorda da vicino la struttura delle visual comedy alla Guy Ritchie o alla Edgar Wright: questo miscuglio di elementi fa pensare a un prodotto nuovo, mai visto in Italia. Negli ultimi anni abbiamo assistito a novità simili sul mercato italiano, basti pensare a Lo Chiamavano Jeeg Robot; secondo te come accoglierà il pubblico il film?

Marco Ponti: «Sinceramente non so dire come il pubblico accoglierà il film; la vera sfida è cercare di coinvolgere il pubblico, a prescindere dal gusto o dalla riuscita o meno. L’importante è che la novità, o il suo sforzo, venga riconosciuta soprattutto nel panorama del mercato nazionale. Essendo un prototipo che non si rifà a nessun precedente non sappiamo come andrà o se funzionerà. Spero che susciti curiosità magari togliendo anche un po’ di gente dal mondo del download illegale, spingendolo magari a tornare in sala senza danneggiare il mercato audiovisivo italiano».

Per quanto riguarda Una Vita Spericolata, è un multigenere a tutti gli effetti: è letteralmente un pulp, un guazzabuglio dal tono eccessivo e sopra le righe.  Questa scelta è voluta e a cosa ti sei ispirato?

Marco Ponti: «Le sequenze più pulp sono legate spesso alla commedia – basti pensare al personaggio del capitano Greppi interpretato da Massimiliano Gallo, un cattivo ma ironico con forse le battute migliori del film – e a tal proposito non posso non citare il cinema dei Fratelli Coen, un grandissimo punto di riferimento. Se uno ha amato il loro cinema, non può prescindere l’essere – a tutti gli effetti – Drugo Lebowski, immaginare e desiderare quello stile di vita. Uno degli omaggi dichiarati del film è quello fatto a Niccolò Ammaniti: c’è una scena del film, come è segnalato nei titoli di coda, che è stata scritta da lui e che ce l’ha regalata. Spero davvero di non averla maltrattata troppo! Nei suoi libri accade qualcosa di molto simile a Una Vita Spericolata, dove esistenze ordinarie vengono sconvolte di colpo sforando nell’Apocalisse e nella catastrofe.  Mi sono ispirato anche alla letteratura, per esempio ai romanzi di Lansdale provando ad innestare – e adattare – una storia tipicamente americana calandola nella realtà italiana, nel modo più “tricolore” possibile, sfruttando tanto i paesaggi quanto i sentimenti che animano le situazioni e i personaggi».

In questo continuo gioco di citazioni e messaggi, come ti sei approcciato alla sceneggiatura?

Marco Ponti: «Una Vita Spericolata non parte dal citazionismo: questi elementi spesso vengono colti a posteriori, magari in fase di montaggio o di post produzione. Per scrivere un film del genere si parte dal personaggio o, meglio ancora, dagli attori e si inizia a lavorare. I tre personaggi protagonisti, per esempio, pur essendo giovani sono però già “obsoleti” e segnati da un passato; si sceglie di mettere tre personaggi del genere in una situazione estrema – una banca, dove si recano per chiedere un mutuo e non per fare una rapina – nella quale si ritrovano, loro malgrado, coinvolti senza saperla minimamente gestire. Nei film siamo abituati a vedere sempre il personaggio giusto al posto giusto: e cosa succede invece se degli ordinari outsider si ritrovano in qualcosa più grande di loro? Una catena di eventi, senza che loro rimangano in nessun modo ammaliati dal fascino dei soldi, perché sono distanti da loro e nemmeno li vogliono in un primo momento. Loro sono “i buoni” della storia, come viene riconfermato in più di un’occasione nel corso del film e soprattutto in alcune scene chiave».

E infatti quando i tre protagonisti incontrano i civili nel corso del film, vengono accolti come eroi o comunque con una certa, indulgente, benevolenza. C’è un intento satirico nei confronti dell’Italia dietro tutto questo?

Marco Ponti: «No, la gente non tifa per loro perché sono dei delinquenti ma perché sono degli sfigati coinvolti in una situazione più grande di loro, enorme; poi le situazioni sono velate da un po’ di satira. Nonostante abbiano compiuto scelte del tutto sbagliate, non sono una minaccia nella quale non identificarsi assolutamente, anzi accade il contrario».

Eugenio, Lorenzo e Matilda: Una Vita Spericolata è un film atipico per il panorama italiano, e si parla anche di social e dell’influenza che quest’ultimi hanno sulle nostre vite. Come vi rapportate ai social network nella vita di tutti i giorni?

Matilda De Angelis: «Ultimamente mi sto sforzando di creare un ibrido tra un profilo professionale – dove aggiorno fan e follower – dove li aggiorno su quello che faccio e un ambito privato, dove magari cerco di comunicare alle persone dei messaggi, qualcosa da dire per poterli così usare in maniera proficua. Ed essendo un ambito personale devo gestirlo in prima persona: non potrei mai delegare qualcun altro».

Lorenzo Richelmy: «Li uso, ma non sono poi così bravo! Ho Instagram e, essendo uno strumento, lo uso comunque con cautela. Con l’avvento degli smartphone li consideravo strumenti mangia-vita da tenere sotto controllo; oggi sono ormai parte del nostro costume, quindi bisogna imparare ad usarli in maniera personale e costruttiva. Hanno una funzione specifica, quindi cerco di usarli consapevolmente. L’importante è appunto come si usano: sono strumenti, certo non sono droghe, ma bisogna usarli con cautela mantenendo un atteggiamento particolare, tenendoli un po’ a distanza di sicurezza con cautela, come facevamo nei primi tempi quando abbiamo iniziato ad usarli».

Eugenio Franceschini: «Sono sui social e ammetto che mi sto lasciando corrompere lentamente ma… non ho uno smartphone, quindi li controllo solo quando sono a casa la sera, e non li amo particolarmente. Però, col tempo, li sto vedendo sotto un’ottica diversa: in questo mestiere, oggi, non esiste più la fascinazione nei confronti degli attori, del nostro mestiere. Il fascino del mistero è importante, quello che aleggia intorno a un artista, e i social media lo hanno impoverito, perché un tempo un artista si esprimeva solo attraverso il proprio lavoro. Una situazione triste in effetti, perché sappiamo tutto – pubblico e privato – di tutti».

Lorenzo Richelmy: «Condivido il pensiero che oggi, la presenza dei social media, ha impoverito o portato alla lenta scomparsa del divismo, ma creando un fenomeno opposto: rispetto a tempi passati, questo fenomeno ha ricondotto tutto a livelli più normali, umanizzando queste figure divinizzate fino a ieri, permettendo – e lo dico da attore – di poter finalmente esprimere le proprie vere capacità attraverso il lavoro; il talento emerge nella demitizzazione del cinema, come pure della musica».

Una Vita Spericolata è un film innovativo: voi ne avevate la sensazione, fin da subito, o ve ne siete accorti solo in corsa?

Matilda De Angelis: «Ricordo solo che, appena ho letto la sceneggiatura, mi sono scoperta a ridere da sola: ho pensato che si trattasse di un film strano, particolare; non mi era mai capitata una sceneggiatura simile, ma non avevo nemmeno mai visto una cosa simile. Sul set, poi, eravamo talmente impegnati con le scene fisiche – stunt con le auto, corse e dintorni – che non ce ne siamo mai resi conti: non abbiamo focalizzato cosa stavamo facendo davvero, ma solo che stavamo realizzando qualcosa di buon nel quale credere, un po’ come accade ai nostri personaggi nel film. Io ero già contenta di calarmi nei panni di un personaggio per me inedito, e ammetto che il risultato che avete visto è frutto della capacità di non prendersi mai sul serio, considerando tutto come un gioco: atteggiamento che ho condiviso con Eugenio e Lorenzo.»

Eugenio Franceschini: «Non pensavo di essere coinvolto in qualcosa di nuovo, quanto in qualcosa di divertente che mi stava – appunto – divertendo moltissimo: solo adesso focalizzo il suo impatto, la forza della novità. Non abbiamo mai pensato che stavamo realizzando qualcosa di diverso, di innovativo. Io assecondavo solo l’onda del divertimento realizzando qualcosa di diverso: visto anche l’ingente numero di scene d’azione presenti nel film».

Lorenzo Richelmy: «Per me l’intero film era assurdo, soprattutto pensandolo all’interno del panorama cinematografico italiano, come poi suggeriscono le numerose scene a base di inseguimenti e sparatorie coreografiche. Una vera rarità!»

Una Vita Spericolata è un film atipico che sembra una sorta di seguito ideale di Santa Maradona. Entrambi fuori da qualunque canone tradizionale, si rifanno – soprattutto quest’ultimo – al pulp strizzando l’occhio ai generi (heist movie, road movie, crime, black comedy etc.); qual è il vostro rapporto quindi con questi?

Lorenzo Richelmy: «Calcola che il mio film preferito è Pulp Fiction!»

Eugenio Franceschini: «Sicuramente il pulp è il genere più bello da affrontare, perché è liberatorio, basato su istinto, reazioni… l’ho vissuto benissimo, e pur amando attori che non hanno a che fare con il pulp come genere, è di sicuro qualcosa di bellissimo perché, se fatto bene, è splendido. È di sicuro il mio preferito!»

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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