La Stanza delle Meraviglie recensione del film di Todd Haynes

scritto da: Gabriele Landrini

Dopo pochi anni dalla sua ultima e acclamatissima fatica Carol, Todd Haynes torna finalmente sul grande schermo con La Stanza delle Meraviglie (qui il trailer ufficiale italiano), trasposizione visivamente onirica e musicalmente armonica dell’omonimo romanzo illustrato di Brian Selznick (in questo caso curatore anche della sceneggiatura), edito in Italia per Mondadori.

Rispetto a piccoli capolavori dal sapore classico quali il bellissimo Lontano dal Paradiso e il citato Carol, Todd Haynes mira questa volta a una maggiore sperimentazione estetica, non rinunciando al proprio stile ma rifuggendo le logiche del melodramma hollywoodiano e soprattutto il suo eterno omaggio a Douglas Sirk. Per fare ciò, il cineasta si focalizza su due diverse decadi, temporalmente lontane da quegli anni Cinquanta che hanno fatto da sfondo ai precedenti ritratti al femminile.

la stanza delle meraviglie

La Stanza delle Meraviglie si snoda tra due realtà differenti che, pur complementari l’una all’altra, sembrano non volersi mai vicendevolmente intrecciare. La prima, ambientata nel corso degli anni Settanta, segue le vicende di un bambino che, dopo aver perso la madre in un incendio, scappa dalla casa dei parenti affidatari per scoprire la vera identità del padre, probabilmente risiedente in una coloratissima e multi-etnica New York.

La seconda, focalizzata sulla seconda metà degli anni Venti, accompagna un’altra giovane fuggitiva nel suo viaggio nella Grande Mela, questa volta intrapreso alla ricerca dell’egoista madre-attrice che l’aveva abbandonata, oltre che del dolce fratello che lavora come curatore al Museo di Storia Naturale.

la stanza delle meraviglie

La Stanza delle Meraviglie recensione del film di Todd Haynes

Due linee narrative, dunque, che si caratterizzano però in due modi speculari ma opposti, quasi a sottolineare quella dicotomia tematico-estetica vigente in tutta l’opera. La prima si caratterizza infatti da un tradizionale uso del colore, da una sceneggiatura dialogica limitate ma comunque presente (ed indispensabile) e da un campionamento musicale ricco di debiti al hip hop, alla black music e alle grandi colonne sonore della storia del cinema.

Il secondo, realizzato in bianco e nero, presenta invece qualche lieve problema a livello visivo, poiché risulta essere scenograficamente più plastico del precedente, nonché puntellato da dettagli spesso anacronistici. Da una prospettiva sonora, è tuttavia interessante notare come la musica sostituisca pienamente il dialogo, regalando una soggettiva acustica perenne, raramente utilizzata sul grande e piccolo schermo.

Volgendo uno sguardo retrospettivo a seguito del finale, è indubbio che Haynes sia riuscito nella difficile impresa di creare un (quasi) perfetto equilibrio tra le due parti, pur poggiando su una durata forse eccessiva per la tipologia di storia narrata. Il finale riesce inoltre a trovare un ritmo più sincopato, capace di coinvolgere pienamente lo spettatore in sala.

la stanza delle meraviglie

Regista ormai stilisticamente impeccabile, Todd Haynes si conferma quindi uno dei cineasti più brillanti del panorama hollywoodiano, regalando un film abile nel palesare un desiderio di sperimentazione che fino a questo momento sembrava votato esclusivamente al ripensamento del classicismo americano.

Gabriele Landrini

Redattore | Perché il cinema non è solo un'arte, è uno stile di vita | Film del cuore: Gli Uccelli | Il più grande regista: Alfred Hitchcock | Attore preferito: Marcello Mastroianni | La citazione più bella: "Vorrei non amarti o amarti molto meglio." (L'Eclisse)


Siti Web Roma