Malarazza recensione del film diretto da Giovanni Virgilio

scritto da: Ludovica Ottaviani

Malarazza è il ritorno alla regia di Giovanni Virgilio, dopo il debutto nel 2015 con La Bugia Bianca. Per il suo ritorno, sceglie una storia drammatica con venatura crime, ambientata nel sottobosco urbano della periferia catanese e con protagonisti Paolo Briguglia, David Coco, Stella Egitto, Cosimo Coltraro e Lucia Sardo.

Tommaso Caruso (Coco) è un pregiudicato, figlio del tristemente famoso Tonino detto Malarazza, boss del quartiere. Il figlio non ha eguagliato la fama criminale del padre, finendo per scivolare nel vizio dell’alcol e del gioco d’azzardo. Le sue frustrazioni vengono scaricate sulla moglie Rosaria e sul figlio Tonino, omonimo del nonno; quando la donna supera il punto di rottura e reagisce alle violenze del marito scappando dal fratello Franco, transessuale dedito alla prostituzione, a Tommaso non resta altro da fare che chiedere alla comunità criminale di ostracizzare la donna e punire il fratello di quest’ultima, innescando in tal modo una tragica e inevitabile spirale di cieca violenza.

Malarazza, al contrario delle aspettative e dell’appeal da crime-drama ormai molto diffuso soprattutto nel mercato televisivo italiano, è un prodotto audiovisivo che riesce a sorprendere contro ogni pronostico

Malarazza, al contrario delle aspettative e dell’appeal da crime-drama ormai molto diffuso soprattutto nel mercato televisivo italiano, è un prodotto audiovisivo che riesce a sorprendere contro ogni pronostico. Contro ogni trend più comune, l’errore nel quale non incappa Virgilio è proprio quello di “glorificare” le icone criminali che si muovono sulla scena; già in Romanzo Criminalee successivamente in Gomorra e Suburrai protagonisti macchiati da truci azioni criminali acquistano un fascino inequivocabile.

Il fascino del male, non c’è dubbio, ma un richiamo irresistibile che spinge comunque gli spettatori a seguire con curioso voyeurismo le loro azioni criminali. Nonostante l’ambientazione periferica, Malarazza va oltre la fascinazione patinata, o semplicemente torna indietro ispirandosi a modelli cinematografici più “rassicuranti” soprattutto a livello di sceneggiatura: molti hanno scomodato, ad esempio, Mary Per Sempre, ricollegandosi quindi a un certo tipo di cinema “del passato prossimo” dove era più semplice mostrare, da parte degli sceneggiatori, una visione manichea dell’esistenza.

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Malarazza recensione del film diretto da Giovanni Virgilio

Nel lungometraggio di Virgilio c’è un ulteriore alone di tragedia, lontano dai fasti criminali degli eponimi Gomorra o Suburra: come in una tradizionale tragedia – appunto – greca, un destino crudele e un’ombra drammatica aleggiano sopra le teste dei protagonisti, vegliando quasi sulle loro azioni e rendendo, impossibile, qualunque tipo di cambiamento.

La stagnazione è una delle chiavi di lettura plausibili per interpretare il cieco dramma orchestrato dal regista siciliano: i personaggi sono incastrati, paralizzati, costretti a subire in eterno la loro condizione di vinti; come ne I Malavoglia di verghiana memoria – volendo scomodare un paragone letterario – questi personaggi che si agitano, come anime inquiete, tra i quartieri catanesi di Librino e San Berillo sono destinati alla dannazione, costretti alla fine ad accettare, rassegnati, al proprio triste destino.

La stagnazione è una delle chiavi di lettura plausibili per interpretare il cieco dramma orchestrato dal regista siciliano: i personaggi sono incastrati, paralizzati, costretti a subire in eterno la loro condizione di vinti; come ne I Malavoglia di verghiana memoria

Il cambiamento è plausibile ma non così facile in Malarazza; ne è un esempio calzante il personaggio del transessuale Franco, interpretato magistralmente da un sottovalutato Paolo Briguglia, anima fragile costretta a prostituirsi ma con il sogno di fuggire via, di abbandonare quella periferia angosciante e castrante come una galera a cielo aperto.

Le colpe dei padri ricadono sui figli, i cattivi maestri proliferano ovunque e non smettono di raccogliere clamore intorno a loro; la “malarazza” di cui si parla è un nomignolo, ma anche un termine dispreggiativo, prima ancora che un riferimento – lontano – a una canzone di Modugno ispirata da una vecchia poesia siciliana.

Ma Malarazza è anche un’epopea rovesciata dei vinti; una tragedia moderna con radici ben salde nel passato storico-culturale di un luogo, capace di rileggere i problemi che affliggono le periferie con un occhio attento e critico, non così comune nell’odierno panorama cinematografico contemporaneo, spesso più affascinato dai dettagli pop e dalla patina esteriore che fa virare bruscamente dal drama di denuncia sociale al semplice crime. 

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Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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