Nelle Pieghe Del Tempo recensione del nuovo fantasy della Disney

scritto da: Gabriele Landrini

Dopo una promozione in larga scala, Nelle Pieghe Del Tempo (qui il trailer) è finalmente pronto ad esordire nelle sale italiane il prossimo 29 marzo, a poche settimane dall’uscita americana. L’attesissimo lungometraggio targato Disney non soddisfa tuttavia le aspettative, dimostrandosi fallimentare sotto molteplici punti di vista.

Tratto dall’omonimo romanzo per ragazzi di Madeleine L’Engle, il film presenta un primo e marcato problema nell’adattamento della vicenda narrata. La celebre storia, avventura iniziale di una saga di quattro volumi, racconta di Meg (Storm Reed), adolescente problematica che intraprende un viaggio spazio-temporale con l’amico Calvin (Levi Miller) e il fratello minore Charles Wallace (Deric McCabe), allo scopo di ritrovare il padre (Chris Pine) misteriosamente scomparso anni prima.

nelle pieghe del tempo

Sebbene il libro sia strutturalmente atipico, la complessità che gli è propria viene solo superficialmente ripensata nella trasposizione cinematografica, che pecca di un’eccessiva noncuranza dei dettagli. Giocando senza logica con lo spazio e il tempo, il film di Ava DuVernay dimentica spesso la basilare regola della consequenzialità causa-effetto, alternando eventi incoerenti tra loro con improbabili deus ex machina risolutivi.

Tra enormi lacune narrative e mancanze para-sintattiche, la storia si snoda pertanto con fatica, rendendo la visione non eccessivamente difficile ma indubbiamente fastidiosa. A peggiorare la situazione, non manca poi il classico buonismo della Disney che, nonostante in altre pellicole sia perfettamente equilibrato, qui produce una perenne e paternalista atmosfera moraleggiante.

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Nelle Pieghe Del Tempo recensione del nuovo fantasy della Disney

Diviso tra il fantasy e il didascalico, Nelle Pieghe Del Tempo non soddisfa poi nemmeno da un punto di vista prettamente cinematografico. Se la storia intervalla lezioni quasi scolastiche a momenti ridicolmente straordinari, la regia di Ava DuVernay non riesce ad intrecciarsi con le logiche del blockbuster hollywoodiano, dando vita ad un prodotto scisso tra una naturale commercialità e un’abbozzata – e in questo caso insensata – autorialità.

L’uso spasmodico di primissimi piani, inquadrature dal basso e soggetti lateralmente decentrati fanno presagire lo sforzo della DuVernay di delineare un proprio stile personale. Il tentativo è tuttavia a dir poco fallito: le riprese più particolari sembrano infatti inadatte al contesto di riferimento, risultando quasi seccanti se accostate ai passaggi più spettacolari.

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Oltre alla resa narrativa e alla regia, non meno criticabili sono alcuni dettagli particolarmente tecnici, come il montaggio visivo e il mixaggio sonoro. Nel primo caso, varie sequenze mostrano veri e propri errori di raccordo tra inquadrature, con personaggi immobili che mutano incomprensibilmente la distanza tra loro. Nel secondo caso, gli intermezzi musicali non sia allineano con le immagini, dando vita a delle parentesi sonore estremamente artificiose.

Da ultimo, insalvabile è perfino il cast. Se la protagonista Storm Reed è anonima e monocorde, Oprah Winfrey e Reese Witherspoon (qui la loro conferenza stampa) non riescono a dare naturalezza ai propri personaggi, non favorendo alcun tipo di immedesimazione. Deludente anche il giovane Levi Miller che, dopo l’ottima performance offerta nel thriller australiano Better Watch Out, qui appare completamente inespressivo.

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Gabriele Landrini

Redattore | Perché il cinema non è solo un'arte, è uno stile di vita | Film del cuore: Gli Uccelli | Il più grande regista: Alfred Hitchcock | Attore preferito: Marcello Mastroianni | La citazione più bella: "Vorrei non amarti o amarti molto meglio." (L'Eclisse)


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