Rachel recensione del film con Rachel Weisz e Sam Claflin

scritto da: Ludovica Ottaviani

Rachel (qui il trailer italiano ufficiale) è la nuova storia d’amore dalle atmosfere dark – che tanto ricordano un thriller psicologico – diretto da Roger Michell (già regista del cult Notting Hill), che abbandona temporaneamente le atmosfere scanzonate e sognanti della rom-com più tradizionale per immergersi in un labirinto di passioni, ossessioni e desideri dipinti su carta nel 1951 da Daphne du Maurier, non a caso una delle scrittrici più “adattate” da Alfred Hitchcock per il grande schermo.

Nell’Inghilterra pre-industriale ottocentesca, il giovane Philip (Sam Claflin) è un orfano cresciuto amorevolmente dal cugino Ambrose. Quando quest’ultimo annuncia il proprio matrimonio con la cugina Rachel (Rachel Weisz) e, poco dopo, viene comunicata la sua dipartita, Philip decide di indagare personalmente sul conto della misteriosa Rachel, convinto che sia stata quest’ultima a uccidere il cugino.

Ma ciò che Philip non è preparato a gestire è l’affascinante magnetismo della donna, che comincia pian piano a risucchiare anche il giovane nella sua misteriosa tela di fascino, passione, mistero, inganno e morte, attentando all’integrità morale del giovane, alla sua salute mentale e al suo ingente patrimonio da ricco ereditiere.

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Con un cast composto da eccellenti nomi della scena contemporanea britannica cinematografica e televisiva – accanto ai già citati Weisz e Claflin spiccano anche Iain Glen, Holliday Grainger e il “nostro” Pierfrancesco Favino – Michell con Rachel rimane nei territori inglesi che lo hanno consacrato per scardinare, contemporaneamente, l’immagine che il grande pubblico ha del suo talento, legato in modo indissolubile a Notthing Hill.

Tornando piuttosto sui passi dei precedenti Persuasione, The Mother, L’Amore Fatale e A Royal Weekend, il regista sudafricano predilige l’affresco storico accurato e l’adattamento dalla letteratura al cinema per il suo ultimo progetto. Il risultato, presentato in anteprima al Noir in Festival, è un prodotto atipico, tanto accurato quanto dotato di un’anima profonda come lo sono i reconditi labirinti della memoria, del ricordo, del desiderio e della passione inconfessabile.

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Rachel recensione del film con Rachel Weisz e Sam Claflin

Rachel è una proto-eroina femminista, ammaliante e sfuggente come le protagoniste dei romanzi della du Maurier – ricordate Rebecca, la Prima Moglie di Hitchcock? – una donna indipendente incapace di accettare le regole della rigida società in cui vive e che, proprio per tale motivo, paga un prezzo altissimo a causa della sua incapacità di omologazione.

La libertà e l’indipendenza di Rachel attraggono terribilmente chi la circonda ma condannano, allo stesso tempo, chi la ama alla sofferenza: più si allontana assumendo i contorni di un sogno confuso, più gli uomini la desiderano fino a rasentare la cieca follia, come accade ai cugini Ambrose e Philip, strategicamente interpretati dallo stesso Claflin per sottolineare l’incredibile somiglianza tra i due.

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Rachel è un film popolato di ombre e nebbie; una suggestiva love story d’epoca declinata nei colori foschi del gotico, sottolineando quel legame sottile che connette il romanzo ottocentesco inglese con specifiche atmosfere vicine alla sensibilità romantica e decadente, dove il soprannaturale sembra sempre pronto ad affacciarsi per sconvolgere i piani degli uomini, o per determinarne i destini contro la loro stessa volontà.

Atmosfere che riecheggiano Jane Eyre, Cime Tempestose, Giro di Vite e Ritratto di Signora; suspense e tensione sottile dal sapore hitchcockiano, dubbi che si insinuano nello spettatore man mano che si azzera la distanza di sicurezza tra i personaggi.

Nonostante la sceneggiatura scelga volontariamente di prendersi il giusto respiro (con un conseguente drastico rallentamento del ritmo), Rachel trascina lo spettatore nella propria classica complessità, tra echi e suggestioni capaci di evocare sospetti e dubbi spaventosi come spettri.

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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