The Happy Prince recensione del film di e con Rupert Everett

scritto da: Ludovica Ottaviani

The Happy Prince è il film che segna il gradito ritorno sul grande schermo dell’attore britannico Rupert Everett, qui nella triplice veste di sceneggiatore, regista e interprete del lungometraggio che approderà nelle sale italiane il 12 aprile grazie a Vision Distribution.

Everett, interprete versatile emerso alla fine degli anni ’80 nel famoso Brit Pack insieme a colleghi del calibro di Daniel Day-Lewis, Tim Roth, Gary Oldman e Colin Firth, ritorna al cinema con un ruolo che lo ha già accompagnato, in diverse occasioni, tanto a teatro quanto nella settima arte: in The Happy Prince veste infatti i controversi panni del geniale drammaturgo irlandese Oscar Wilde.

the happy prince

Parigi, 1900: il famoso genio dalla lingua tagliente Oscar Wilde (Everett) sta trascorrendo gli ultimi giorni della propria vita tra gli struggenti ricordi del passato, gli amori vissuti, quelli negati, i piaceri e i dolori che ne hanno costellato l’esistenza. Rivive i fasti londinesi, quando era un beniamino delle folle grazie al carattere arguto delle sue disquisizioni.

Ripensa alla moglie Constance (Emily Watson) e ai figli che forse non rivedrà mai più, ma soprattutto medita sull’amore non ricambiato che prova per lui il giovane Robbie Ross (Edwin Thomas), l’amicizia fraterna con Reggie Turner (Colin Firth) e, infine, l’amore incondizionato – e distruttivo – per il giovane Lord Alfred Douglas (Colin Morgan), che lo ha portato a perdere tutto ciò che aveva ottenuto, e solo in nome di un ideale chiamato Amore.

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The Happy Prince recensione del film di e con Rupert Everett

Il ritorno di Everett, dopo anni trascorsi tra alterne fortune, è gradito e sorprendente: non solo The Happy Prince è un biopic atipico, piuttosto un film drammatico che “gioca” con personaggi storicamente esistiti, manovrandoli come marionette nelle mani del Destino; ma soprattutto perché il matrimonio tra cinema e teatro raggiunge qui un esito decisamente felice.

The Happy Prince (qui il trailer italiano ufficiale) eredita dal teatro il rigore, la forma e la passione per la parola: è il dialogo quintessenziale a mandare avanti la narrazione, rendendo giustizia al genio verbale di Wilde senza mai incasellarlo nella mera macchietta del dandy da salotto.

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I personaggi che si muovono sullo schermo si allontanano dalla vita stessa entrando, con realismo, nella dimensione della finzione, recuperando una corporeità che contribuisce a sospendere l’incredulità dello spettatore, travolto dalla travagliata vicenda di Wilde.

Everett – che è venuto a Roma per presentare alla stampa il film (qui il nostro report dell’incontro) – è il grande demiurgo dietro l’operazione di The Happy Prince: si cuce su misura un prezioso abito d’alta sartoria, un ruolo magnetico quanto dolente che mette in risalto le sue doti d’attore navigato.

Oltre al corpo, alla voce e alla presenza, Everett interpreta ancora una volta il dolore malinconico di Wilde, genio incompreso e portavoce dei “vizi privati e delle pubbliche virtù” della borghesia vittoriana di fine secolo.

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Le immagini ispirate al cinema dei fratelli Dardenne, con l’occhio meccanico indiscreto della macchina da presa che segue da vicino le avventure dei protagonisti, fanno il controcanto alle presenze forti e incontrastate – sulla scena – di Everett, Firth, della Watson e dei giovani Thomas e Morgan.

L’occhio del cinema spia i protagonisti in silenzio, tanto nei momenti più intimi quanto in quelli pubblici, immortalandone ascesa e caduta, dannazioni e redenzioni che si inseguono forsennatamente in un lungo valzer degli addii chiamato Vita.

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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