Tito e gli Alieni recensione del film con Valerio Mastandrea

scritto da: Ludovica Ottaviani

Tito e gli Alieni è il titolo del nuovo film diretto da Paola Randi, talento delicato che torna dietro la macchina da presa a otto anni di distanza dal suo Into Paradiso. Per farlo, sceglie una fiaba onirica narrata attraverso gli occhi sci-fi della macchina da presa, creando un universo spielberghiano e surreale nel quale si muovono gli attori protagonisti: il veterano Valerio Mastandrea, la Clemence Poesy già avvistata nella saga di Harry Potter e infine le giovani rivelazioni Luca Esposito e Chiara Stella Riccio (qui potete leggere il resoconto dell’incontro stampa con la regista e il cast).

Nel film, il Professore (Mastandrea) vive isolato dal mondo nel deserto del Nevada, accanto alla celebre Area 51. Dovrebbe lavorare ad un progetto segreto per il governo degli Stati Uniti, ma da quando ha perso sua moglie sei anni prima è in attesa di un segnale dallo spazio, bivaccando tra un divano in mezzo al nulla e il suo laboratorio.

L’unico contatto che ha con la realtà è Stella (Poesy), una strana ragazza che organizza matrimoni spaziali per turisti. Ma la sua esistenza viene completamente stravolta quando suo fratello Fidel (Gianfelice Imparato) muore lasciandogli “in eredità” i suoi figli, Tito (Esposito) e Anita (Riccio), i quali invece di ritrovarsi nell’America caotica e rutilante di Las Vegas vengono catapultati nello stralunato mondo di un eccentrico zio scienziato a caccia di alieni.

tito e gli alieni

Tito e gli Alieni recensione del film con Valerio Mastandrea

Scomodare Spielberg per parlare di Tito e gli Alieni (qui il trailer ufficiale) non è un azzardo eretico, au contraire: è l’unico modo plausibile per restituire, a chi legge, le emozioni provate durante la visione del film. La fantascienza è solo la forma, il codice linguistico e semantico scelto dalla Randi per parlare di temi universali, cercando – allo stesso tempo – di fornire perfino delle risposte.

Il vero cuore del film si annida nel valzer di solitudini che si muovono sullo schermo: il professore, Tito, Anita, Stella, perfino LINDA – il software – sono anime smarrite, alla disperata ricerca di qualcosa che hanno perso ma che sperano di poter vedere/sentire/provare ancora un’ultima volta.

Il professore è ancorato al ricordo sbiadito di una moglie scomparsa; allo stesso modo i nipoti sperano di poter ricominciare da capo in America dopo la morte del padre, ma un soggiorno nell’Area 51 non era ciò che si aspettavano. Stella, infine, continua ad organizzare matrimoni spaziali per turisti, anche se oggi come oggi chi crede più nell’esistenza degli alieni?

tito e gli alieni

Gli scenari evocati dalla Randi rispettano le regole dell’immaginario americano: sono figli del cinema on the road, ma l’unico viaggio che compiono è all’interno della complessità dell’animo umano, delle fragilità che ognuno di noi coltiva in silenzio, finendo per assomigliare piuttosto ai resti di una decomposta fiera, di un dismesso Luna Park di frontiera.

Personaggi smarriti si muovono sulla scena: forse sono loro i veri alieni del titolo, umani ingabbiati in un’esistenza marziana mentre cercano di trovare una risposta sensata al più antico dei dubbi: dove vanno le anime quando muoiono? Cosa rimane, quale traccia resta, di chi non è più tra noi?

Con tocco delicato quanto visionario, in Tito e gli Alieni la Randi – coadiuvata dai produttori Matilde e Angelo Barbagallo – sfida le convenzioni che spesso appiattiscono il cinema italiano, restituendo smalto e visionarietà a un genere raramente affrontato. Il film è molto più di una commedia, più di una fiaba, perfino più di un film di fantascienza: è complesso e malinconico come l’anima umana.

A restituire sullo schermo la struggente dolcezza dei personaggi ci pensano i sorprendenti attori, immortalati nelle difficoltà linguistiche quanto sono impegnati ad ascoltare il suono dell’universo: su tutti, brilla però un Valerio Mastandrea quanto mai in stato di grazia, capace di danzare sotto le stelle con un macchinario sulle note di “I Get Along Without You Very Well” di Chet Baker, con la stessa grazia con la quale Fred Astaire e Ginger Rogers volteggiavano nel cielo, guancia a guancia.

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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