Zan (Killing) recensione del film di Shinya Tsukamoto

scritto da: Stefano Terracina

A quattro anni di distanza dal Nobi (Fires on the Plain), Shinya Tsukamoto torna tra i protagonisti della Mostra Internazionael d’Arte Cinematografica. La sua ultima fatica, Zan (Killing), è stata presentata in concorso a Venezia 75 per la gioia degli estimatori del cinema giapponese e di tutti i fan del celebre regista e sceneggiatore di Tokyo.

Zan (Killing) è ambientato in Giappone nel corso della metà del XIX secolo. Dopo quasi 25 anni di pace, i guerrieri samurai si sono impoveriti e, per questo motivo, abbandonano i loro padroni per diventare ronin senza una meta. Tra questi vi è Mokunoshin Tsuzuki, che quotidianamente si allena con Ichisuke, il figlio di un contadino, nonostante il parere contrario della sorella di quest’ultimo, Yu.

Un giorno i tre incontrano Jirozaemon Sawamura, un abilissimo ronin in cerca di altri potenziali guerrieri per combattere l’arrivo di un gruppo di ronin fuorilegge capitanati dallo spietato Sezaemon Genda. Quando Ichisuke decide di sfidare i fuorilegge, la direzione della sua vita e di quella di Mokunoshin Tsuzuki e di Yu cambierà drasticamente.

La recensione di Zan (Killing) di Shinya Tsukamoto, presentato in concorso a Venezia 75

Dopo aver esplorato l’orrore assoluto della guerra in Nobi (Fires on the Plain), con Zan (Killing) Tsukamoto affronta un tema completamente diverso, senza però aggiungere nulla di nuovo da un punto di vista narrativo/tematico alla sua “importante” filmografia.

Zan (Killing), che ha visto Tsukamoto impegnato non solo dietro la macchina da presa, ma anche in qualità di sceneggiatore, produttore, montatore e persino interprete, racconta una storia estremamente classica sull’universo dei samurai, girata con la “solita” grande maestria in grado di dare vita ad inquadrature sensazionali e mozzafiato.

Dalle armi da fuoco di Nobi si passa alle spade taglienti di Zan: il risultato finale è un’opera altrettanto potente e feroce che scorre liscia grazie alla sua ragionevole durata (appena 80 minuti) e alla trama particolarmente schematica che – alla fine – non sembra offrire particolari spunti di riflessione, tra stupri, mutilazioni, sete di vendetta e – chiaramente – fiumi di sangue.

Rimanendo fedele agli stilemi formali e tematici che da sempre caratterizzano il suo cinema, Shinya Tsukamoto regala al suo pubblico un altro violento ritratto sulla fragilità e sulle pulsioni dell’essere umano, sicuramente uno dei suoi lavori minori.

Stefano Terracina

Direttore responsabile e editoriale | Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)


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