Bernardo Bertolucci: l’ultimo imperatore del cinema italiano

scritto da: Ludovica Ottaviani

E anche l’ultimo maestro del cinema italiano del Novecento se ne va. Con la morte di Bernardo Bertolucci, avvenuta a Roma all’età di 77 anni, un altro frammento di quella che è stata la nostra cinematografia d’autore più famosa e riconosciuta a livello mondiale abbandona il firmamento della settima arte, consegnandosi all’immortalità della memoria, delle opere e dei premi.

Bertolucci poi, nonostante il numero contenuto di titoli realizzati durante la propria lunga carriera, aveva avuto il pregio d’aver attraversato indenne le mode, i gusti del pubblico e le epoche, confermandosi come un grande autore personale e introspettivo, capace di riflettere sulle contraddizioni della modernità senza però mai perdere di vista le storie che gli erano care, quelle legate alla sfera privata di personaggi che si ritrovano, all’improvviso, di fronte a radicali cambiamenti del loro mondo e di quello circostante.

I capovolgimenti della Storia si trasformavano così in un tappeto per Bernardo Bertolucci, pronto ad accogliere i drammi interiori, le contraddizioni e i dilemmi morali di protagonisti alla deriva, pedine impazzite sullo sfondo – appunto – degli eventi storici, molti dei quali cambiarono definitivamente i contorni del Novecento, del “Secolo Breve” come l’aveva definito lo storico Eric Hobsbawm.

bernardo bertolucci

Attraverso i suoi film Bertolucci è riuscito a ridefinire l’immaginario della cinematografia italiana agli occhi del mondo, come hanno dimostrato alcuni dei più importanti riconoscimenti ottenuti nel corso della sua carriera, primi tra tutti quegli Oscar al Miglior Regista e alla Miglior Sceneggiatura Non Originale vinti entrambi nel 1988 grazie al film L’Ultimo Imperatore: Bertolucci è stato l’unico italiano ad aver vinto un oscar per la regia oltre a Frank Capra, italiano a sua volta ma naturalizzato statunitense.

La carriera del regista nato a Parma nel 1941, primogenito del poeta Attilio, è stata segnata fin dagli esordi da un tocco autoriale, personale, intimo ed indipendente: dopo aver debuttato come assistente di Per Paolo Pasolini – suo vicino di casa – sul set di Accattone (1961), l’anno successivo arriva finalmente la prima grande occasione per dimostrare il proprio talento di giovane cineasta con il film La Commare Secca, realizzato a partire da un soggetto dello stesso Pasolini: ma nonostante lo stretto legame con l’intellettuale e poeta friulano, la filmografia di Bertolucci inizia ad assumere un’identità ben definita.

Storie, come già accennato, che in media ruotano intorno a personaggi travolti e sconvolti dagli eventi che incalzano diventano la materia ideale del proprio racconto filmico: così accade con Prima della Rivoluzione (1964); Partner (1968); Strategia del Ragno e Il Conformista, entrambi usciti nel corso dello stesso anno (1970). In quest’ultimo e in Prima della Rivoluzione è forte l’accento che il regista pone sui rituali sociali e sugli effetti che quest’ultimi hanno sulla vita delle persone: “siamo frutto dell’ambiente in cui viviamo” si può liberamente affermare, parafrasando i naturalisti francesi.

bernardo bertolucci

Bernardo Bertolucci: addio all’ultimo imperatore del cinema italiano

Mentre il consenso della critica cresce intorno alle opere di Bernardo Bertolucci, altrettanto non si può dire del clamore popolare: almeno, fino al 1972, l’anno in cui il regista regala alla settima arte uno dei film più scandalosi, disperati, sensuali e sconvolgenti di sempre.

Ultimo Tango a Parigi, con protagonisti gli (sfortunati) Marlon Brando e Maria Schneider – le cui carriere restarono inesorabilmente segnate da questa partecipazione – segna uno spartiacque soprattutto nella storia del cinema italiano, per via delle polemiche sorte intorno al lungometraggio.

Il film, la cui essenza ruota intorno al sesso e alla trasgressione visti come unica replica possibile al dilagante conformismo sociale dal quale fuggire, nonostante gli incassi da capogiro registrati anche in Italia, finisce per essere perseguitato dalla censura, venendo ritirato una prima volta nel 1976 con tanto di condanna per offesa al comune senso del pudore indirizzata a Bertolucci stesso.

Dopo svariati processi d’appello, Ultimo Tango a Parigi fu dissequestrato solo nel 1987 prima di tornare nelle sale solo nel Maggio di quest’anno, a 46 anni dalla prima uscita, in una versione in lingua originale restaurata in 4K a cura della Cineteca Nazionale e della Cineteca di Bologna, con la supervisione di Vittorio Storaro per l’immagine e di Federico Savina per il suono.

bernardo bertolucci

È stato il successo – trasgressivo, personale e autoriale – di questo film a spalancare a Bertolucci le porte del gusto del pubblico, conquistato progressivamente dai grandi affreschi storici immortalati in Novecento (1976) e dal suo cast all star (composto – tra gli altri – da Robert De Niro e Gérard Depardieu), quanto dalle drammatiche riflessioni de La luna (1979) e La tragedia di un uomo ridicolo (1981) con Ugo Tornazzi.

Ma è solo negli anni ’80 che il cinema di Bertolucci – giunto all’apice della maturità artistica – trova il giusto equilibrio tra pubblico e critica inanellando una serie di successi anche commerciali che segnano il suo debutto nel mondo dei grandi kolossal stranieri, al servizio dei quali può mettere il proprio, potente, genio visivo.

Apripista – nel 1987 – è L’Ultimo Imperatore, girando in Cina e capace di farlo entrare nel record con la vittoria di un doppio Oscar. A questo seguiranno Il Tè nel Deserto (1990) e Piccolo Buddha (1993) con protagonista un giovanissimo Keanu Reeves.

bernardo bertolucci

Con l’avvento degli anni ’90 il regista di Parma riscoprì le radici della propria arte, tornando a girare in Italia film mossi da tematiche più intimiste, a partire da Io Ballo da Sola (1996), proseguendo con L’Assedio (1998), passando per The Dreamers – I Sognatori (2003) fino ad approdare all’ultimo, struggente, “arrivederci” al cinema: Io e Te, girato nel 2011 e tratto da un romanzo di Niccolò Ammaniti, doveva essere girato in 3D, tecnologia che alla fine Bernardo Bertolucci decise di non utilizzare, ritenendola troppo commerciale, destinata ad un pubblico troppo giovane. Un’ultima, amara, riflessione che segna un ritorno definitivo nei territori rassicuranti della settima arte che l’aveva amato e che tanto è stata amata, a sua volta, dal regista.

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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