Non solo Bohemian Rhapsody: quando le rockstar si mettono in gioco al cinema

scritto da: Ludovica Ottaviani

Il biopic Bohemian Rhapsody è ufficialmente sbarcato nelle sale italiane tornando a scuotere il pubblico sulle note immortali dei Queen, con in sottofondo la voce limpida e potente del loro frontman Freddie Mercury, colonna sonora della vita d’intere generazioni (qui la recensione del film).

Se il cinema ha sempre dimostrato una discreta fascinazione verso il mondo della musica, provando continuamente ad imitarlo, a riprodurlo in maniera mimetica attraverso film fictional quanto biopic per restituire le stesse vibrazioni di un concerto o dei dietro le quinte che hanno portato alla nascita di straordinari capolavori, non da meno anche il mondo della musica si è lasciato sedurre dal cinema stesso.

La settima arte, quella che è la più “antica” nel mondo della pop culture, ha sedotto nel corso del tempo musicisti d’ogni genere: spesso le pop star  hanno finito per interpretare dei loro alter ego in film musicali – come Barbra Streisand e Lady Gaga, entrambe in due diverse versioni di A Star is Born – oppure si sono serviti del medium cinema per ampliare, a livello mondiale, la loro fama – come non ricordare i Beatles con i film incentrati sulle loro gesta? – corteggiati magari da registi di fama mondiale per testimoniarne le gesta, come accaduto ai Rolling Stones con la felice collaborazione inaugurata con Martin Scorsese, mentre creativa dietro il documentario Shine a Light.

Il cinema continua a dimostrare il proprio interesse attraverso i biopic, che ripercorrono le gesta – spesso vissute all’insegna del motto “sesso, droga e rock’ n’ roll” – delle rockstar più famose e idolatrate, come sta accadendo in questi giorni con l’uscita di Bohemian Rhapsody e come accadrà prossimamente con Rocketman, atteso film biografico su Elton John.

E proprio quest’ultimo era già stato protagonista, nel 1975, dell’opera rock Tommy, ispirata all’omonimo concept album dei Who, che avevano richiamato nel progetto rockstar del calibro di Sir John, ma anche Eric Clapton e Tina Turner.

Operazione simile a quella condotta da John Landis nel 1980 con la commedia The Blues Brothers, dove accanto ai protagonisti John Belushi e Dan Aykroyd si muovono stelle del soul e del blues della portata di Ray Charles, James Brown e Aretha Franklin; la stessa formula verrà anche ri-adottata da Landis sul set del sequel The Blues Brothers – Il Mito Continua datato 1998.

rocketman

Non solo Bohemian Rhapsody: 10 film in cui le rockstar si sono messe in gioco al cinema

Ma ci sono stati anche casi – più o meno clamorosi – in cui le rockstar sono apparse sul grande schermo in ruoli inediti o, semplicemente, nei propri panni: l’importante era comparire in film atipici, lontani dal classico film strettamente musical – agiografico, anche solo per una manciata di secondi o come venerati protagonisti e mattatori.

Vediamo, attraverso una Top Ten, 10 casi in cui sono state le rockstar ad invadere – in prima persona – il grande schermo.

10) Tom Jones (Mars Attacks!)

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Magari a primo impatto può non rispondere ai canoni tradizionali della rockstar tutta “sesso, droga” etc., ma Thomas John Woodward, in arte Tom Jones, ha coltivato nel corso della sua lunghissima carriera una fama e una popolarità seconda soltanto a quella di Elvis “the Pelvis” Presley, il re incontrastato del rock che ha ridefinito i contorni dei genere.

Con i suoi vestiti eccentrici, opulenti, attillati ed eccessivi, la sua aria da tombeur des femmes, il sorriso guascone e una voce di velluto potente come l’acciaio, il destino di Jones era già segnato, pronto a proiettarlo direttamente dalle miniere del Galles fin nell’Empireo degli eccessi da rockstar.

Il suo ruolo cinematografico più memorabile è di sicuro quello in Mars Attacks! (1996), sotto l’egida creativa di Tim Burton: Jones compare nei panni di se stesso in un ruolo non proprio memorabile (soprattutto a livello recitativo) ma del tutto irresistibile. Come non si può, infatti, adorare l’abbronzatissimo cantante, in completo blu, anelli d’oro e tinta corvina ai capelli, mentre cerca di salvare il pianeta terra da un’atipica invasione marziana?

9) Alice Cooper (Fusi di Testa)

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Alice Cooper è stato – e continua ad essere – uno dei massimi esponenti del genere Shock – Rock, che prevede performance particolarmente teatrali e cruente sul palco, suggestionate dagli eccessi gotici e gore del Grand Guignol francese.

Oggi Cooper – al secolo Vincent Damon Furnier di Detroit – è ancora un’icona nonostante lo scorrere del tempo; si è allontanato dalla via dell’eccesso pur raggiungendo il palazzo della saggezza (forse attraverso qualche scorciatoia) e continua ad andare in giro con gli Hollywood Vampires, i suoi nuovi compagni d’avventure musicali che rispondono al nome di Johnny Depp e Joe Perry degli Aerosmith.

Ma nonostante una carriera ancora attiva e vitale, Alice Cooper è riuscito a ritagliarsi delle saltuarie apparizioni nel mondo della settima arte, e spesso nei panni – già molto “scenografici” – di se stesso: a parte camei in film come Nightmare 6 – La Fine (1991); Suck (2009) e Dark Shadows (2012), l’apparizione più memorabile rimane quella nel cult Fusi di Testa (1992): in un film con Mike Myers dove i protagonisti si nutrono di musica rock e pop culture, Cooper che interpreta se stesso e i protagonisti che pogano Bohemian Rapsody in auto ha consegnato il lungometraggio all’immaginario collettivo.

8) Bruce Springsteen (Alta Fedeltà)

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Il Boss è il Boss. Non il cantante più famoso del New Jersey – è stato superato solo da Jon Bon Jovi – ma di sicuro una delle rockstar della porta accanto più famose di sempre. Bruce Springsteen ha conquistato il mondo e platee di fan incendiando i palchi con sfrenati riff di chitarra elettrica, ballate malinconiche quanto introspettive, tutti caratterizzati dall’inconfondibile timbro ruggente della sua voce.

Impegnato sia sul piano politico che su quello sociale, il Boss ha fatto dell’attivismo un baluardo inattaccabile e incorruttibile, come ha dimostrato negli anni ’80 quando ha preso le distanze dalla campagna presidenziale dell’allora candidato Repubblicano Ronald Reagan, convinto che la celebre Born in the USA fosse un pezzo che inneggiava alla rinnovata potenza degli Stati Uniti; un “makes America great again” al tempo degli yuppies di Wall Street.

Bruce Springsteen e il cinema hanno “flirtato” spesso sul piano delle colonne sonore: le sue canzoni sono state infatti incluse nelle colonne sonore di film come Philadelphia – che le è valsa a vittoria di un Oscar nel 1994 – oltre a La Luce del Giorno (1987), Dead Man Walkin’ (1995) e The Wrestler (2008).

Ma davanti alla macchina da presa è comparso solo nel 2000, “corteggiato” dal regista Stephen Frears che lo ha voluto nel suo film Alta Fedeltà, adattamento del romanzo omonimo di Nick Hornby: in un primo momento ad apparire al giovane protagonista Rob (John Cusack) sarebbe dovuto essere il “menestrello di Duluth” Bob Dylan; ma alla fine, a comparire in un brevissimo sogno profetico, è il Boss con tanto di chitarra Telecaster e illuminanti parole.

7) Iggy Pop (Cry Baby)

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Iggy l’iguana; Iggy il trasformista, uno dei frontman più carismatici di sempre, pioniere dello stage diving (l’abitudine di gettarsi a corpo morto sulla folla da concerto); uno dei pionieri del punk nonché fondatore degli Stooges, e di alcune delle canzoni finite nelle colonne sonore di innumerevoli film: vi dicono niente i titoli The Passenger; Lust For Life, Gold e In the Death Car?

Iggy Pop, nato James Newell Osterberg, ha un nome d’arte memorabile che l’ha consegnato alla storia della musica tanto per le proprie eccentricità quanto per le abilità performative e le qualità artistiche: doti non troppo nascoste che lo hanno trasformato in un’icona anche cinematografica, come ha dimostrato la proficua collaborazione con grandi registi come Jim Jarmusch (Coffee and Cigarettes), Martin Scorsese (Il Colore dei Soldi) e Terrence Malick, che lo ha voluto sul set dell’ultimo Song to Song proprio nei panni di se stesso.

Nonostante le collaborazioni illustri e (più o meno) eccentriche, l’interpretazione più memorabile di Iggy Pop rimane quella sul set di Cry Baby, film diretto dal regista John Waters: Pop interpreta un pittoresco personaggio chiamato Belvedere, i cui segni particolari sono la follia e il vizietto di girare a torso nudo. Non ricorda qualcuno?

6) Mick Jagger (L’Ultimo Gigolò)

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Mick Jagger non ha bisogno di presentazioni: eccessivo, affascinante, diabolico e languido, l’immaginario collettivo è stato ridefinito dall’avvento di Jagger sul palco, giovanissimo, come lead singer dei Rolling Stones.

Il cinema ha sempre sedotto Mick Jagger, ma almeno nel campo della settima arte la rockstar ha dimostrato di non avere un fiuto così infallibile come nella musica: a parte le esperienze altalenanti come produttore – dietro film non memorabili come Enigma o buone produzioni come Get On Up – La Storia di James Brown – anche quelle da attore davanti la macchina da presa non hanno brillato particolarmente.

Dagli esordi ne I Fratelli Kelly (1970) passando per il cult maledetto Sadismo (1970) e i più recenti Freejack (1991) e Bent (1997), forse la sua interpretazione più toccante rimane quella nel (dimenticabile) film L’Ultimo Gigolò (2001): a dispetto della traduzione italiana, il titolo originale – The Man From Elysian Fields – narra le gesta di uno scrittore fallito e vessato dalla vita, che ritrova nuovo slancio in una veste inedita, quella di gigolò per un’agenzia (la “famosa” Campi Elisi) gestita dall’affascinante e distinto gentiluomo Luther.

Un Jagger malinconico – con tanto di diamante incastonato su un dente e completi d’alta sartoria italiana – restituisce il ritratto, amaro, di un uomo al bivio tra le vecchie abitudini e la voglia di normalità.

5) Keith Richards (Pirati dei Caraibi)

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The Human Riff, Keef, tanti nomignoli per identificare un uomo solo, un nome, un mito: Keith Richards, il leggendario chitarrista dei Rolling Stones, il “gemello scintilla” di Jagger, l’uomo che ha inventato riff immortali come quello di (I Can’t Get No) Satisfaction, nonché una di quelle rockstar capace di condurre in modo sfacciato e spregiudicato uno stile di vita tutto “sesso, droga e rock’ n’ roll” riuscendo però a sopravvivere agli eccessi, senza mai rinnegare se stesso.

Un vero sopravvissuto che ha reso labile il confine tra persona e personaggio, tanto da finire per essere identificato come Keith “il pirata” dai suoi fan e perfino dai suoi “compagni di sventure” stonesiani: Ronnie Wood, l’altro chitarrista della band oltre che pregevole pittore part – time, lo ha ritratto in una caricatura conciato di tutto punto come un vero pirata del XVIII secolo, alla maniera del buon vecchio Barbanera o di un moderno Calico Jack.

Era quindi inevitabile che, prima o poi, Richards si trasformasse sul serio – almeno sul grande schermo – in un pirata (vero) talmente trasgressivo da essere famoso e languido come una rockstar: complice della trasformazione l’attore Johnny Depp, che si era ispirato proprio al celebre chitarrista per plasmare uno dei suoi personaggi più iconici, il Capitan Jack Sparrow. Il risultato, è un duetto inedito padre – figlio tra Jack e suo padre Edward Teague in ben due capitoli della saga Pirati dei Caraibi: Ai Confini del Mondo (2007) e Oltre i Confini del Mare (2011).

Se Richards dice di aver insegnato a Depp solo “come svoltare un angolo da ubriaco senza cadere” (parafrasando le sue parole riguardo al personaggio di Sparrow e alla venerazione dell’attore nei suoi confronti), circolano racconti mitologici direttamente dai due set: riguardano Keith Richards alle prese con le proprie scene che non sbaglia un colpo – guadagnandosi così il soprannome “Keith-buona-la-prima” – e che, alla fine, imbraccia una chitarra iniziando a suonare. Il resto è storia.

4) Sting (Dune)        

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Sting, nato in Inghilterra come Gordon Matthew Thomas Sumner, è una delle personalità più in vista del panorama musicale: bassista dei Police (quasi) in un’altra vita, santone e maestro dell’arte dello zen nell’altra; dai riff potenti di Roxanne alle melodie complesse e ai testi criptici di Jerusalem, Sting ha attraversato con estrema disinvoltura la new wave più commerciale, il jazz, il punk rock e il reggae fino a raggiungere la piena maturità stilistica e artistica.

Anche Sting ha ceduto, nel corso degli anni, al richiamo ammaliante delle sirene del cinema. Di sicuro, il suo ruolo più iconografico rimane quello nei panni di Feyd-Rautha Harkonnen, folle rampollo di una casata interstellare nel cult sci-fi Dune (1984), diretto da un inedito David Lynch dietro la macchina da presa, pronto a condurre in un folle viaggio in una galassia lontana lontana dal sapore steam punk gli spettatori.

La rockstar, con inediti capelli biondo – rossicci anti gravitazionali e succinti completini di pelle non passa decisamente inosservato, pur non interpretando il ruolo del protagonista per il quale aveva sostenuto un provino, e andato infine all’attore feticcio di Lynch Kyle MacLachlan.

3) Bob Dylan (Pat Garrett e Billy the Kid)

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“Mama, take this badge off of me/ I can’t use it anymore…” è questo l’incipit di una delle canzoni più famose non solo per la storia del rock, ma anche per quella del cinema e per la storia personale dell’uomo che l’ha composta: Bob Dylan, al secolo Robert Allen Zimmerman, menestrello di Duluth, cantante folk e impegnato, folgorato da un innato misticismo, corrotto dall’anima rock’ n’ roll, affascinato dalle parole.

Non c’è un unico Dylan, ma una, nessuna e centomila proiezione diverse di questo personaggio dalla complessa personalità e dall’enorme talento, attestato perfino dall’Accademia Reale svedese che lo ha insignito di un Nobel: evento che è comunque riuscito a trasformare in uno show, riconfermando il proprio, indiscutibile, talento di performer e contestatore nato.

Al cinema, Dylan si è concesso una lussuosa incursione (passata alla storia) nell’immortale western diretto da Sam Peckinpah Pat Garrett e Billy the Kid: nel 1973, nell’era in cui anche il genere western cominciava ad avere indignate posizioni “revisioniste” sul corso della Storia, il regista americano completava la propria trilogia della frontiera iniziata con Il Mucchio Selvaggio e Sfida nell’Alta Sierra.

A fianco al protagonista James Coburn, Peckinpah scelse il giovane cantante country Kris Kristofferson che coinvolse Bob Dylan nel progetto, inizialmente solo per comporre la colonna sonora; quando il regista lo ascoltò per la prima volta, rimase talmente colpito da volergli affidare un ruolo nel film. E Knockin’ on Heaven’s Door, da semplice OST, si trasformò in un classico della musica rock.

2) David Bowie (Labyrinth – Dove Tutto è Possibile)

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Camaleontico e trasformista, affascinante e magnetico, impeccabile e avanguardista, forse David Bowie è la vera rockstar che, meglio di qualunque altra, è riuscita ad adattarsi in modo sublime alla Settima Arte, scegliendo sempre ruoli inediti e diversi tra loro, senza aver mai paura di sperimentare o di mettersi in gioco.

Dopo aver ridefinito i contorni della scena rock anni ’70, che risentiva di una certa inflessione, donandole nuova linfa vitale grazie al glam tutto lustrini, lurex, trucchi appariscenti e performance teatrali sul palco, Bowie fu sedotto presto dal cinema: la prima comparsa da protagonista la fa nel cult del compianto Nicolas Roeg L’Uomo che Cadde sulla Terra. Era solo il 1976 ma David Bowie, nei panni del pallido alieno androgino, incanta e seduce, fino a scolpirsi in modo indelebile nella mente degli spettatori.

Il ruolo più iconografico nei quali si è calato, perché indubbiamente legato all’immaginario di chi – negli anni ’80 – era bambino o adolescente, rimane il fantasy Labyrinth – Dove Tutto è Possibile: in un film dove la giovanissima Jennifer Connelly deve salvare il proprio fratellino dall’interno di un labirinto abitato da creature magiche, David Bowie interpreta Jareth il re dei Goblin, che solo con un trucco e un parrucco memorabile ha segnato ancora una volta l’ennesima trasformazione, lasciando un solco indelebile nel firmamento della Settima Arte.

1) Elvis Presley (La Via del Male)

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Forse il primo posto di rockstar più corteggiata – e ammirata – del cinema spettava di diritto a Bowie (soprattutto per la qualità dei film e delle interpretazioni); ma se parliamo di attrazione fatale tra l’industria musicale e Hollywood, tra le divinità del rock e le luci della ribalta della mecca del cinema… nessuno può battere lui, il Re, The King: Elvis Presley.

Tutti conosco l’icona Elvis, l’uomo appesantito con gli outfit pacchiani bianco e oro, la voce di velluto, i vizi e le eccentricità da star navigata; pochi conoscono però l’uomo dietro l’icona, il ragazzo fragile della porta accanto che forse è stata la prima vera vittima dell’avidità del capitalismo. Nel corso della sua carriera – che ha spaziato, tra alti e bassi, dal 1954 al 1977 – Elvis ha recitato in una quantità smodata di film e show per la televisione, dov’era spesso costretto ad esibirsi per intrattenere il pubblico in delirio.

Lo schema soprattutto dei film era ben delineato, caratterizzato da una trama semplice: Elvis arriva, Elvis incontra una ragazza, s’innamorano, Elvis canta ma poi sbuca l’ex di lei; Elvis lotta per riprendersela e alla fine, come da copione, Elvis vince e continua a cantare. Nel momento della profonda crisi personale che lo colpì nel 1968, il Re era stanco e svuotato a causa della banalità dei progetti ai quali doveva prendere parte, e che finivano per fiaccare anche la sua creatività musicale.

Tra i tanti film girati, quello che rimane più memorabile – soprattutto a livello qualitativo – è La Via del Male, girato nel 1958 per la regia di Michael Curtiz: Elvis si calò nei panni di un “ribelle senza causa” che avrebbe dovuto interpretare James Dean, il classico ragazzaccio problematico e complesso che trova la propria valvola di sfogo nella musica. L’apoteosi dello spirito ribelle; l’apoteosi dell’anima della rockstar e del motto “sesso, droga e Rock’ n’ Roll” evocati sul grande schermo dal primo grande re della musica.

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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