Jonathan Demme: poliedricità e regolarità in cinque opere di livello

scritto da: Ludovica Ottaviani

Anche un altro tassello della New Hollywood risorta dalle ceneri del 1968 se ne va: a lasciare improvvisamente orfani i propri fan è stato il regista Jonathan Demme, scomparso il 26 aprile all’età di 73 anni per un cancro all’esofago.

Il nome di Demme rimarrà legato a film immortali che hanno influenzato l’immaginario pop di intere generazioni, evocando spettri di celluloide affascinanti, a tratti inquietanti, leggeri e brillanti ma decisamente mai banali o scontati: l’affascinante dottor Hannibal Lecter incarnato da Anthony Hopkins, così charmante nonostante quell’attrazione viscerale verso la carne umana; l’eccessivo, inquietante e grottesco Jame “Buffalo Bill” Gumb, la travolgente ed irresistibile Lulu/Audrey interpretata da Melanie Griffith e la disinibita rocker “oltre i limiti consentiti dall’età” Linda/Ricky (Meryl Streep).

Graffianti maschere frutto dell’immaginario iperrealistico degli anni ’80-’90, ma anche simboli delle contraddizioni di un decennio di transizione, alla svolta con la fine del secolo e l’avvento del nuovo millennio: Andrew “Andy” Beckett e Joseph “Joe” Miller, Tom Hanks e Denzel Washington all’apice delle loro carriere (siamo nel 1993), pronti a sfidare “gli altri” ma soprattutto le convinzioni sociali legate all’omosessualità, alla malattia (l’AIDS) e alle differenze razziali.

Jonathan Demme: addio al regista de Il Silenzio degli Innocenti e Philadelphia

Demme, con il suo sguardo lucido e attento sulla realtà, è riuscito a dar voce ai cambiamenti dei tempi e delle coscienze, alternando con equilibrio i toni della commedia a quelli più drammatici, senza mai perdere le proprie distintive peculiarità nemmeno quando tornava, dietro la macchina da presa, nelle vesti di documentarista cercando di immortalare, ad esempio, numerosi musicisti alle prese con il proprio lavoro: da Neil Young a Kenny Chesney, passando per Enzo Avitabile e Justin Timbarlake.

Proviamo a ricostruire la carriera di Jonathan Demme attraverso cinque film (con sorpresa):

5) Una Vedova Allegra… Ma Non Troppo (1988)

Quinto posto per una commedia scoppiettante, che alla sua uscita in sala – nel 1988 – ricevette il plauso del pubblico e della critica: Demme orchestra un gruppo di giovani attori sulla cresta dell’onda – Michelle Pfeiffer, Alec Baldwin, Matthew Modine, Joan Cusack – affiancati da memorabili caratteristi (Dean Stockwell e Oliver Platt) per portare in scena questa incalzante “farsa” con trama da operetta, ma aggiornata alle nevrosi newyorkesi pre-anni ’90. La vedova De Marco è giovane, carina, e affiliata alla mafia (da qui il titolo originale: Married to the Mob); la morte del marito per mano del suo amante, Tony, innesca una girandola di tradimenti, amori, ripicche e bugie, sullo sfondo di una Long Island a misura di… “Famigghia”.

jonathan demme

4) Rachel Sta Per Sposarsi (2008) / Dove Eravamo Rimasti (2015)

Quarta posizione del podio per due film: a contendersi la medaglia di legno sono due donne, due ritratti femminili tra i tanti, eccentrici ed indipendenti, creati da Demme. Nella lista non possono non figurare anche Lulu/Audrey, la sopracitata vedova allegra Angela de Marco e la recluta del Federal Bureau Clarice Starling (Jodie Foster): donne sopra le righe, forti, capaci non solo di reggere il confronto con i propri partner sul grande schermo ma soprattutto di rubar loro la scena, come dimostrò la Foster appunto vincendo un Oscar come Miglior Attrice Protagonista nel 1992. Anne Hathaway e Meryl Streep si sono messe entrambe alla prova interpretando due ruoli convenzionalmente lontani da loro: la prima, abituata a prestare il suo sorriso alle commedie brillanti, si cala nei panni di una tossicodipendente con un pesante fardello sulle spalle; l’altra, versatile ed istrionica in ogni ruolo, interpreta però una madre “snaturata” e ribelle che ha sacrificato la famiglia per inseguire i propri sogni rock ’n’ roll. Entrambe le due donne avranno modo di confrontarsi con i demoni del loro passato grazie ad un matrimonio, dimostrando che ciò che di solito unisce, può diventare anche causa di discordie e amare riflessioni.

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3) Qualcosa di Travolgente (1986)

Nuovo ritratto femminile, nuovo ruolo per un’icona degli anni ’80 come la “bionda in carriera” Melanie Griffith: in Qualcosa di Travolgente sfodera un inedito caschetto nero (almeno, nella prima parte), bugie croniche e completini pop chiassosi. Sotto lo sguardo divertito e incalzante di Demme è riuscita a segnare un’epoca e una discriminante nella raffigurazione della donna nel cinema, facendo da apripista ad un’intera generazione di “incorreggibili sbandate” pronte a lasciarsi amare ma travolgendo, senza pietà, la vita del malcapitato di turno. Che nel film ha il volto “politicamente corretto” e anonimo di Jeff Daniels, prima della parentesi demenziale di Scemo più Scemo ma soprattutto prima di riconfermarsi come un attore istrionico nei più recenti anni 2000.

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2) Philadelphia (1993)

Difficile assegnare un argento e un oro a due dei film più iconografici della storia del cinema, entrati di diritto nei libri di testo come pure nell’immaginario collettivo: arbitrariamente il secondo posto spetta a Philadelphia, semplicemente perché non ha tracciato lo stesso solco indelebile nella memoria di Hollywood rispetto al celebre – e pluri-sfruttato – Il Silenzio degli Innocenti. Nel dramma legal dalle profonde sfumature il duetto Washington/Hanks non è solo tra due dei migliori attori della loro generazione, ma tra due esseri umani diversi quanto fragili, immortalati da Jonathan Demme nelle loro debolezze quanto nel titanico streben per lottare contro un mondo pronto ad opporsi ai cambiamenti e ai progressi della modernità. Primo Oscar come Miglior Attore Protagonista per Hanks e Oscar per la Miglior Canzone, Streets of Philadelphia, composta da Bruce “The Boss” Springsteen.

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 1) Il Silenzio degli Innocenti (1991)

L’Oro è tutto per il film più cult della filmografia di Jonathan Demme: l’unico, dopo Accadde una Notte e Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo, ad aver vinto i cinque premi Oscar più importanti, quello per il Miglior Film, per la Miglior Regia, per il Miglior Attore (Anthony Hopkins), la Miglior Attrice (Jodie Foster) e la Miglior Sceneggiatura, firmata da Ted Tally e tratta dal romanzo omonimo di Thomas Harris. Dopo il precedente Manhunter – Frammenti di un Omicidio diretto da Michael Mann ma non dotato della stessa fortuna agli occhi della critica e del pubblico, spetta a Demme portare di nuovo sul grande schermo le gesta di efferati serial killer come il Dottor Lecter e Buffalo Bill. Il risultato è un inquietante mosaico di perversioni, un thriller claustrofobico e fastidioso che scava, senza ritegno, nei meandri della mente umana e delle sue perversioni. Incredibilmente, questa volta il personaggio principale non è il classico agente ma una giovane recluta, Clarice, spingendo l’immedesimazione dello spettatore verso nuovi livelli di consapevolezza.

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Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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