Martin Scorsese tra simbolismo cattolico e redenzione

scritto da: Lucia Lorenzini

Martin Scorsese, figlio di immigrati siciliani provenienti da famiglie numerose e molto cattoliche, cresce nei quartieri di Little Italy. Il padre aveva quattro fratelli, e Joe era il più giovane. Viveva al piano sotto a quello della famiglia di Martin, con la moglie e i figli. I nonni abitavano due porte più in basso e il padre andava a trovarli ogni sera.  Discutevano di questioni familiari e dell’onore del nome Scorsese, un genere di cose che il giovane Martin proprio non riusciva a comprendere. Erano questioni del vecchio mondo, e lui era nato a New York. Erano persone oneste, cattolici praticanti che cercavano di vivere una vita onesta.

Tuttavia in quel mondo era presente la criminalità organizzata, quindi bisognava camminare sul filo del rasoio; non ci si poteva mettere con loro, ma non ci si poteva neanche schierare contro di loro. Lo zio tendeva alla prima ipotesi: era uno scapestrato, si metteva sempre nei guai e andò varie volte in galera, sempre in cerca dei soldi da restituire agli usurai. Emanava una sensazione di violenza. Così, il padre se lo prese in carico. Ogni giorno, Martin ebbe modo di vedere come il padre trattava il fratello, cercando di raddrizzarlo in un modo che fosse retto e giusto. Si fece carico di tutto. E questo significava impegnarsi con tutti, da tutte le parti: discussioni, negoziati, mediazioni, assicurarsi che lo zio se la cavasse, a volte dargli soldi. Si mise davvero in trincea per Joe, si sentì sempre in obbligo: l’obbligo di prendersi cura di suo fratello. Alcuni degli altri membri della famiglia se ne lavarono le mani, altri se ne andarono, quindi tutto ricadde su di loro. Martin Scorsese ha voluto bene allo zio Joe, ma stargli vicino è stata proprio dura.

Silence: il compagno di vita di Martin Scorsese

Tutto ciò ha sollevato in lui la domanda: sono forse il custode di mio fratello? È questo il tema che ha affrontato in Mean Streets. Il film è del 1973 e lancia Scorsese nel firmamento hollywoodiano. Il lungometraggio lo rappresenta intimamente e racconta le origini e le inquietudini che lo muovono. Per un caso fortunato, il sottotitolo italiano “Domenica in chiesa, lunedì all’inferno” è azzeccato e illuminante, poiché è lo stesso regista, nel racconto della sua vocazione, ad ammettere come non fosse facile, per chi era cresciuto a Little Italy, sopravvivere senza cambiare strada, senza diventare né un gangster né un prete. Il personaggio di Charlie, interpretato da Harvey Keitel, deve prevalere sul suo orgoglio. Capisce che la spiritualità e la pratica non si limitano all’edificio della chiesa in senso letterale, che deve uscire fuori per la strada. Ma poi, naturalmente, non si può scegliere la propria penitenza. Lui pensa di poterlo fare, ma la penitenza arriva quando meno te lo aspetti, da una direzione che non si può mai prevedere. Nel personaggio di Charlie e nel suo moto contraddittorio di affetto e repulsione per quel che gli sta intorno, il regista racconta sé stesso.

Il Cristianesimo è stato un riferimento prezioso per l’opera cinematografica di Martin Scorsese. Da giovane vide il film Il Diario di un Curato di Campagna del 1951, diretto da Robert Bresson. Ogni personaggio di quel film, ad eccezione del vecchio prete, prova sofferenza. Ognuno si sente punito, e la maggior parte di loro si infliggono punizioni l’un l’altro. A un certo punto, il prete ha un dialogo con una delle sue parrocchiane e le dice: “Dio non è un carnefice. Vuole che abbiamo pietà di noi stessi“. E questo per Scorsese ha costituito una sorta di rivelazione. Era la chiave. Perché, anche se sentiamo che Dio ci sta punendo e torturando, se riusciamo a trovare il tempo e lo spazio per rifletterci sopra, ci rendiamo conto che i soli carnefici siamo noi stessi. Dobbiamo essere pietosi verso di noi.

Martin Scorsese non realizzerà il biopic su Frank Sinatra

È con questo obiettivo che affronta il film Toro Scatenato, uscito nel 1980.  Robert De Niro si cala nel ruolo, considerato come uno degli attori più intensi di tutta la storia del cinema, del pugile di peso medio italo-americano Jake LaMotta. Scorsese e la produzione hanno fatto un film su qualcuno che conduceva un tipo di vita che conoscevano, in un mondo che conoscevano. Jake punisce tutti quelli che gli stanno intorno, ma il solo che davvero sta punendo è sé stesso. Quindi, alla fine, quando si guarda allo specchio, vede che deve avere pietà della propria persona. Deve accettarsi, e imparare a convivere con il suo io. Poi, forse, gli diventerà più facile vivere con altre persone, e accogliere la loro bontà. Toro Scatenato è il primo film di Scorsese dopo un periodo molto difficilie: “Nel mio caso, sono uscito da un momento autodistruttivo della mia vita, in qualche modo: credo di esserci finito dentro ingenuamente e di esserne venuto fuori in modo altrettanto ingenuo. Sono stato chierichetto e ho servito la Messa ai funerali e nella funzione solenne del sabato per i morti. Un mio amico era figlio di un becchino. Ho visto morire la vecchia generazione venuta dalla Sicilia all’inizio del secolo, e per me è stata un’esperienza profonda. Quindi ho meditato molto sulla mortalità, non soltanto sulla mia. E a un certo punto mi sono fatto un po’ di male da solo. Ma poi ne sono uscito, e il primo film che ho girato a quel punto è stato Toro Scatenato.”

Scorsese era convinto che il film con De Niro sarebbe stato il suo ultimo. Intorno al 1981, a causa dei film che Bertolucci, i fratelli Taviani e altri avevano fatto per la Rai, e in particolare i film storici di Roberto Rossellini, pensava che la televisione fosse il futuro del cinema. Voleva dare un contributo e lasciare dei film che potessero in qualche modo insegnare. Così pensò che la Rai sarebbe diventata il posto giusto per mettersi a esplorare un argomento che lo ha sempre assillato: “Che cos’è un santo?”. La sua idea era quella di fare una serie di film su diversi santi, anche su alcuni che forse non sono mai esistiti, che sono soltanto figure folkloristiche.

Di fatto poi le cose sono andate diversamente. Scorsese è tornato a New York e ha fatto un altro film con Robert De Niro, Re Per Una Notte. Ma l’interesse per i personaggi che hanno cercato di vivere la loro vita a imitazione di Cristo non si è mai affievolito, e molta di quell’energia e di quelle discussioni si è riversato su L’ultima Tentazione di Cristo, tratto dal romanzo “L’Ultima Tentazione (The Last Temptation)” dello scrittore greco Nikos Kazantzakis, pubblicato nel 1960. La pellicola, uscita nel 1988, è frutto di una lunga gestazione da parte di Scorsese. Il film doveva iniziare nel 1983 e fu bloccato a 4 giorni dall’inizio delle riprese, con conseguente perdita dei 5 milioni di dollari d’investimento iniziale, sui 12 complessivi. Il film è stato accompagnato da innumerevoli critiche e prese di posizione. Martin Scorsese è alle prese con una direzione votata alla sua stessa redenzione, come se la propria anima fosse in bilico, e la prova registica l’unica chance di espiazione.

Silence recensione del nuovo film di Martin Scorsese

Nel 2006 esce The Departed che gli fa vincere (finalmente) il premio Oscar per la miglior regia, interpretato da un cast stellare: Leonardo DiCaprio, Matt Damon, Jack Nicholson, Mark Wahlberg e Martin Sheen. Nel cristianesimo di lingua inglese i fedeli morti vengono definiti “faithful departed”, e il cineasta ha cosparso le scene di subliminali lettere “x” – in omaggio a “Scarface” di Howard Hawks – come simbolo di morte. Questo, a rimarcare un luttuoso senso di tragedia che sovrasta tutto. Il sottotitolo italiano “il Bene e il Male” pone poi l’accento sull’altro elemento fondante, etico-filosofico: “Io non voglio essere il prodotto del mio ambiente, voglio che l’ambiente sia un mio prodotto“, dice la voce fuori campo in apertura. In realtà, i personaggi sono come marionette “plasmate dalle forze che li circondano”, afferma Scorsese. La polizia è infiltrata nella malavita e viceversa, i nemici sono in stretto contatto e nessuno è quello che appare. La sceneggiatura di William Monahan ha colpito Scorsese perché ambientata dal punto di vista del cattolicesimo irlandese, molto diverso da quello in cui è cresciuto il regista.

Alla fine di The Departed ci si trova in una ground zero morale. Tutto è alienato. In quanto ai sacrifici dei personaggi, in particolare quello di Billy, è come se con le sue gesta stesse chiedendo perdono a Dio. Dopo oltre cinquant’anni di carriera costellata da titoli eccelsi, Martin Scorsese è ancora un regista straordinario che ha cambiato il modo di fare film e di pensare alla religione al loro interno. La sua ultima fatica, Silence, anch’essa legata alla religione, sarà nelle sale da giovedì 12 gennaio.

Lucia Lorenzini

Redattrice | Dipendente da cinema e serie tv fin da quando ha iniziato a usare il telecomando | Film del cuore: Casablanca | Il più grande regista: Martin Scorsese | Attore preferito: Leonardo DiCaprio | La citazione più bella: "Luke, sono tuo padre" (Star Wars Episodio V - L'Impero Colpisce Ancora)


Siti Web Roma