Michael Fassbender: il corpo come espressione dell’animo umano

scritto da: Carlotta Guido

Michael Fassbender è ormai sinonimo di successo e di bravura, un attore che non deve mai essere dato per scontato sotto qualsiasi aspetto. Nella sua carriera ha affrontato moltissimi ruoli, calandosi nei generi cinematografici più disparati: dagli adattamenti cinematografici di graphic novel e di videogiochi (dal 4 gennaio sarà nelle nostre sale con Assassin’s Creed), ai numerosi ruoli in costume fino ai supereroi mutanti di X-Men; per non parlare delle collaborazioni con registi del calibro di Quentin Tarantino, David Cronenberg e Steven Soderbergh, solo per citarne alcuni. Data la grandiosa e ascendente carriera di questo giovane attore irlandese di origine tedesca, sarebbe interessante focalizzarsi sul “perché” di tale grande successo, o quantomeno cercare di scoprire quale sia quel quid che lo ha reso un interprete purosangue.

Michael Fassbender è un attore molto “fisico”, e quello che la maggior parte dei registi tendono a rilevare è proprio il suo corpo. Pensiamo, infatti, al suo esordio cinematografico con 300 di Zack Snyder nel 2007, in cui vediamo un Fassbender interprete del guerriero Stelios, perfetto nella moltitudine di corpi a metà tra la perfezione classica e l’esaltazione dei tratti della graphic novel di Frank Miller.

Al contrario, la fisicità divinizzata in 300 diventa campo di battaglia e simbolo di deperimento delle forze e di violenza in Hunger di Steve McQueen del 2008, dove l’attore fa rivivere sul suo corpo lo sciopero della fame che portò alla morte l’attivista nordirlandese Bobby Sands. Si può notare come le scelte cinematografiche di Fassbender siano molto oculate e che non limitino il corpo dell’attore con l’unico intento di crearne un “sex symbol”, ma si sforzino sempre nella volontà di farne un “corpo politico” in cui è possibile  delineare le storie dei personaggi che gli vengono assegnati. Tale linea d’azione riecheggia nelle parole della studiosa di “gender studies” Yvonne Tesker: “L’eroe è definito anche dalla sua capacità di controllo nel momento in cui mette alla prova la sua forza. Ed è il corpo dell’eroe maschile ad offrire il terreno su cui la tensione tra il controllo e l’eccesso è articolata.”

Assassin’s Creed recensione del film con Michael Fassbender

Le interpretazioni di Fassbender sembrano calarsi perfettamente in questa definizione, un continuo districarsi tra controllo ed eccesso. Tale dicotomia è posta sullo schermo grazie all’utilizzo della bellezza e del lato attraente di un bel fisico che porta ad esplorare i confini più labili e oscuri della psiche umana, come accade in Fish Tank di Andrea Arnold e in Shame del già citato Steve McQueen.

Nel primo lungometraggio troviamo Michael Fassbender che intriga e seduce la figlia quindicenne della sua nuova fidanzata pur avendo già un’altra famiglia, mentre nel secondo – che gli è valso la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile – troviamo l’attore nei panni di un uomo affetto da un incontrollabile appetito sessuale, una vera e propria mania che lo porterà quasi al suicidio. In entrambi i film si può notare come la fisicità sia lo snodo fondamentale da cui trarre spunto per l’esplorazione di due personaggi tanto attraenti quanto repulsivi per le azioni che compiono, complice – molto spesso – la scelta di mostrare nella sua quasi totale integrità il corpo nudo, che nell’ “eccesso” del suo svelamento trova il suo pieno “controllo” nello svolgimento della trama e nello sviluppo psicologico del personaggio.

Ed è forse con Frank di Lenny Abrahamson che Michael Fassbender stravolge la sua fisicità in un lungometraggio che gli permette di provare quello che forse non aveva mai fatto prima: nascondersi. Dopo la nudità di Shame, di Hunger e dello studio dei rapporti d’amore morbosi del dottor Carl Gustav Jung in A Dangerous Method, Fassbender si cela sotto una grande maschera di cartapesta dalla bocca sottile e dagli stranianti occhi celesti che prende il nome di Frank. A differenza di quello che si potrebbe pensare, il corpo – seppur non mostrato – non è smitizzato o trattato come una vergogna, un qualcosa da non esporre in alcun modo ma al contrario l’interesse e la divinizzazione del cantante Frank da parte della sua band è proprio la diretta conseguenza dell’alone di mistero che si pone intorno alla sua figura e Fassbender riesce a costruire tutto questo pur nascondendo la parte più espressiva del corpo, il volto appunto.

Michael Fassbender è uno dei pochi attori contemporanei che trova le sue radici lavorative e interpretative nella perlustrazione di tutti i contorni della materialità per ricavarne la molteplicità di espressioni dell’animo umano.

Carlotta Guido

Redattrice | Dopo la visione de Il Padrino Parte II capisce che i suoi film preferiti saranno solo quelli pari o superiori alle tre ore | Film del cuore: Il Padrino | Il più grande regista: Aleksandr Sokurov | Attore preferito: Marlon Brando | La citazione più bella: "Il destino è quel che è, non c’è scampo più per me" (Frankenstein Junior)


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