Noi riporta il mito del doppio al cinema: 10 film per approfondire il tema

scritto da: Ludovica Ottaviani

Noi, il nuovo film del premio Oscar Jordan Peele, è approdato nelle sale, risvegliando non solo la curiosità dei patiti dell’horror sempre a caccia di brividi forti, ma anche degli altri spettatori catturati semplicemente dall’approccio disturbante con il quale il regista si relaziona all’eterno tema del doppio.

Il doppio appunto, la duplicità, la copia conforme o “in negativo” che da sempre ha colonizzato l’immaginario della pop culture scolpendone e ridefinendone le percezioni. Fin dal teatro latino, dalla commedia, quando un autore brillante come Plauto orchestrava la vorticosa girandola di scambi e situazioni alla base dei “Menecmiopera con protagonisti due gemelli e una svariata teoria di scambi di personalità, tematica ripresa a sua volta anche nel teatro shakespeariano –, passando per i brividi sinistri che accompagnano da sempre l’essere umano quando si ritrova costretto a confrontarsi con il proprio doppio: il doppelgänger, un riflesso inquietante, presagio di morte e sventura nella narrativa gotica.

Ovviamente un tema così affascinante come il doppio non poteva non contaminare le arti pop per eccellenza: dal fumetto – come non citare L’Incredibile Hulk, erede diretto dell’eterno mito de “Lo Strano Caso del Dr. Jekyll e del Signor Hyde” scritto da R. L. Stevenson – fino al cinema, la settima arte per eccellenza, che ci regala oggi un gioiello come Noi (qui la nostra recensione) e solo ieri (metaforicamente) una scena cult come quella dello specchio ne La Guerra Lampo dei Fratelli Marx (Duck Soup), dove Groucho incontra il suo doppio/clone riflesso.

Il tema del doppio rivive al cinema grazie all’uscita in sala di Noi, diretto da Jordan Peele

Il cinema, con le sue suggestioni visive (e visionarie), ha sempre subito una strana attrazione nei confronti del tema del doppio, della “doppia coppia” declinata attraverso molteplici sfumature di genere e di senso. Attraverso un percorso ragionato basato su 10 film che hanno segnato, a loro modo, l’immaginario del pubblico proviamo a ricostruire ad ampio spettro il fascino e la suggestione dei “Noi” più famosi della storia del cinema contemporaneo.

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Schegge di paura (1996, Gregory Hoblit)

Un avvocato rampante e con il fascino senza età di Richard Gere deve dimostrare, a tutti i costi, l’innocenza di un chierichetto accusato d’omicidio. Ma se nei panni del giovane c’è un debuttante Edward Norton – un attore quasi specializzato in ruoli doppi – il risultato è un intrigante thriller anni ’90 dove niente è come sembra e viene perfino smentita la teoria del “Rasoio di Occam”: la soluzione più semplice non sempre è quella giusta.

Tra plot twist mozzafiato e torbide storie di corruzione, l’indagine dell’avvocato Gere lo porta a scoprire l’esistenza di due personalità distinte che coabitano nel corpo del mite giovane: da una parte c’è, appunto, il timido e balbuziente Aaron, dall’altra il selvaggio e pericoloso Roy, sempre pronto ad intervenire nel momento del bisogno e che, soprattutto, non ha paura di sporcarsi le mani quand’è necessario.

Norton nel 1997 fu candidato all’Oscar come miglior attore non protagonista per questo ruolo, ma l’ambita statuetta fu vinta da Cuba Gooding Jr. per la sua interpretazione in Jerry Maguire.

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Psyco (1960, Alfred Hitchcock)

Il maestro indiscusso del thriller, del brivido e della suspense si concede nel 1960 questa digressione criminale nella mente malata di un assassino, firmando quel capolavoro indiscusso della storia del cinema che è Psyco.

Oltre alle iconografiche inquadrature e sequenze – chi non ricorda l’immortale scena della doccia o l’omicidio in soggettiva del detective? –, il film rientra a pieno titolo nella nostra carrellata di lungometraggi incentrati sul doppio. Perché il mite Norman Bates – al tempo Anthony Perkins – è forse uno dei parti più sinistri della fantasia di un cineasta: un uomo talmente plagiato dall’ingombrante figura materna – Norma – da decidere di tenere in vita la sua memoria perfino post-mortem.

Tra belletti, parrucche, salme imbalsamate e un gusto macabro che accompagna – e determina – le scelte del protagonista, fino a svelare nella celebre inquadratura finale la natura malata, malsana e psichiatricamente borderline del personaggio.

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Io, me & Irene (2000, Peter & Bobby Farrelly)

Il tema del doppio non è solo ad appannaggio del cinema di genere o del dramma più cupo: anche la commedia ha provato, in più di un’occasione, a riflettere sull’eterno tema del nostro riflesso. Una delle incarnazioni più riuscite è la black comedy diretta dai fratelli Farrelly che vede protagonista uno strepitoso Jim Carrey, pronto a mettere al servizio della causa la propria versatilità ma soprattutto quella “faccia di gomma” che tanto gli ha portato successo.

Nel film Carrey interpreta il mite agente di polizia Charlie, un classico uomo medio affabile e gentile del quale la gente tende ad approfittarsi. Almeno finché non sviluppa una seconda personalità per superare il dolore dei traumi subiti: è così che entra in scena Hank, una sorta di rude cowboy dalla pistola facile e dalle poche parole che s’ispira al Clint Eastwood più minaccioso di sempre.

Quando Charlie dovrà scortare e proteggere la bella Irene (Renée Zellweger), dovrà fare i conti con un bagaglio a mano del tutto inaspettato – e ingestibile –, ovvero la sua parte intollerante Hank, pronto a creargli quanto a risolvergli problemi rapidamente e in egual misura.

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The Prestige (2006, Cristopher Nolan)

Al regista britannico Cristopher Nolan evidentemente la complessità alla base di Memento o della trilogia de Il Cavaliere Oscuro non bastava. Così, in coppia con il fratello sceneggiatore Jonathan, inizia a lavorare nel 2000 all’adattamento cinematografico di un romanzo sci-fi di Christopher Priest; cinque anni dopo usciva nelle sale il film The Prestige, stravagante e fascinosa rappresentazione della rivalità tra due prestigiatori nella Londra di fine ‘800.

Il film ruota intorno al tema del doppio, perché come accade nel mondo della prestidigitazione niente è davvero come sembra: non esiste un unico punto di vista e la verità rimane un concetto inafferrabile, spesso oggetto di trucchi per ingannare lo sguardo e la percezione. Il protagonista, il mago Angier (Hugh Jackman), finisce per lasciarsi sopraffare dall’ossessione per il trucco del “Trasporto Umano”, scartando tutte le opzioni più semplici e scivolando lentamente in un torbido maelstrom, lanciato nella spasmodica ricerca del trucco perfetto del suo collega/ex socio/nemesi Alfred Borden (Christian Bale): c’è un sosia, una spolverata di vera magia o un sofisticato prodigio della scienza dietro un grande prestigio?

La donna che visse due volte (1958, Alfred Hitchcock)

Hitchcock ha dimostrato, nel corso della propria lunga filmografia, di essere sempre pericolosamente attratto dal tema del doppio: prima della duplicità alla base del sinistro mito di Norman Bates in Psyco, il maestro britannico della suspense aveva già affrontato l’argomento nell’immortale cult La donna che visse due volte (in originale Vertigo), mettendo James Stewart e Kim Novak al centro di una torbida storia d’amore, passione e ossessione.

È proprio la Novak a ricoprire il duplice ruolo di Madeleine Elster/Judy Barton: femme fatale da tipico noir, sofisticata e altera, pericolosa quanto splendida la prima; appariscente commessa bruna e bellezza tipicamente anni ’50 la seconda. La donna conquista il cuore di Scottie fino a fargli perdere completamente la testa, trasfigurando Judy in Madeleine nel disperato tentativo di placare i propri tormenti d’amore definitivamente.

Il tema del doppio, come accade spesso nell’universo di Hitchcock, si snoda tanto sul piano psicologico quanto su quello della suspense e del thriller, perché Madeleine/Judy è la terribile complice dell’uxoricidio sul quale indaga Scottie.

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Inseparabili (1988, David Cronenberg)

Quale film può sintetizzare nel migliore dei modi il tema del doppio, dei gemelli, se non il controverso e disturbante thriller diretto da David Cronenberg nel 1988? Il regista canadese, con un occhio di riguardo sempre rivolto verso temi scabrosi che demoliscono il mito “splendido splendente” degli anni ’80 a partire dalla venerazione nei confronti del corpo umano – percepito come una macchina perfetta e patinata –, aggiunge un tassello alla propria analisi con questo lungometraggio che riassume molte delle sue “ossessioni”.

Nel film i protagonisti sono due gemelli monozigoti praticamente identici e indistinguibili, legati da una dipendenza quasi “malata” l’uno nei confronti dell’altro. Sono due ginecologi attratti dal tema della mostruosità e della deformità, oltre che dalla figura controversa proprio dei gemelli.

Le loro identità così fluide e mutevoli li spingeranno a scambiarsi di continuo le rispettive esistenze, soprattutto quella sentimentale: stesse donne e relazioni fugaci basate solo sul sesso perché l’unico legame eterno e insostituibile è quello che vincola tra loro i due fratelli. Questo precario – quanto pericoloso – equilibrio verrà infranto ed alterato dall’irruzione, nello loro vite, dell’attrice Claire Niveau.

Mulholland Drive (2001, David Lynch)

David Lynch, maestro del perturbante freudiano declinato in ogni sua inquietante sfumatura, non poteva esimersi dal rielaborare l’eterno mito del doppio nella sua personalissima ottica. E lo fa nel 2001 attraverso il film Mulholland Drive: una controversa riflessione sul mondo del cinema? Un esercizio di stile sui codici di genere del noir? Un continuo gioco di specchi e di rimandi con il mito hitchcockiano di Vertigo? Di sicuro, il film è questo e molto altro.

Nel film due donne vivono due storie parallele: da una parte la coppia Betty e Rita, aspirante attrice che cerca di aiutare la seconda – sopravvissuta a un misterioso incidente d’auto – a ricostruire la propria identità; dall’altra invece ci sono Diane e Camilla, dove la prima è ossessivamente innamorata della seconda che invece le preferisce un regista rampante, portandola fino all’orlo del suicidio.

Nell’universo – appunto – perturbante di Lynch il sogno si tinge di incubo e la realtà conserva confini inafferrabili: dove si trova la verità? Le esistenze di Betty/Rita sono reali o solo frutto di una fantasia perversa e confusa di Diane, succube – proprio come in un brutto sogno – del fascino di Camilla?

Il doppio come continuo gioco di rimandi, il doppio come unica interpretazione plausibile della realtà fenomenica. Il doppio come unica ragion d’essere della vita, l’unico modo per provare a decifrarla.

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Fight Club (1999, David Fincher)

Non sempre il doppio alberga fuori da noi: spesso si annida invece dentro di noi, nel profondo oscuro e limaccioso del nostro inconscio, generato dagli orrori del quotidiano. Come già accadeva in Psyco dove Norman scindeva se stesso nella mamma, anche in Fight Club c’è uno dei plot twist più famosi della storia del cinema: il protagonista è vincolato in modo inscindibile al proprio alter ego… e mai aggettivo calzò più a pennello.

Il narratore (Norton, specializzato – come abbiamo già detto – nei “doppi ruoli”) incontra e si lascia travolgere dalla presenza carismatica di Tyler Durden (Brad Pitt) che stravolgerà la sua triste vita da consumato yuppie – a base di depressione, insonnia, ansia, frustrazione, stordito dal jet lag e schiavo del consumismo –, trascinandolo nel mondo oscuro di un circolo segreto i cui appartenenti prendono parte a violenti combattimenti tra loro: il Fight Club!

Film diventato nel corso degli anni un cult assoluto grazie soprattutto alla diffusione in home video, rappresenta una delle punte più complesse e contorte dell’analisi del doppio al cinema, anche quando (citando impropriamente Matrix) “il cucchiaio non esiste”… o il proprio doppio simbiotico.

Il ladro di 0rchidee (2002, Spike Jonze)

Nicolas Cage è Charlie Kaufman. Che è il nome del protagonista del film Il ladro di orchidee, ma è anche il vero nome del suo sceneggiatore. Nicolas Cage è anche Donald Kaufman, il fratello gemello di Charlie. Ma del Charlie del film, non del vero Charlie sceneggiatore, che fratelli non ne ha. Figuriamoci gemelli.

Il film di Spike Jonze è un curioso divertissement psicanalitico, un tripudio del doppio sotto ogni forma: doppia è la storia che gioca con continui rimandi tra realtà e finzione (letterarie e cinematografica) come pure doppi sono i personaggi, i due gemelli Kaufman. Con il vero Kaufman – lo sceneggiatore – che, una volta premiato con l’Oscar per la miglior sceneggiatura, ha ringraziato il proprio gemello. Inesistente.

Il ladro di orchidee è, soprattutto, una dramedy che flirta liberamente con il meta-cinema e la meta-narrativa: uno sceneggiatore frustrato non riesce a ricavare una sceneggiatura dal romanzo “Il ladro di orchidee”. L’arrivo di suo fratello gemello, sceneggiatore di successo, lo manda in crisi ma allo stesso tempo gli permette di avvicinarsi all’autrice del romanzo Susan Orlean (Meryl Streep), scoprendo come quest’ultima, in realtà, abbia una relazione clandestina proprio con l’uomo che ha ispirato la sua opera letteraria.

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Enemy (2013, Denis Villeneuve)

La quintessenza della riflessione cinematografica sul tema del doppio, del doppelgänger che si trasforma in perturbante a partire da un’illustre – e a sua volta complessa – materia letteraria come il romanzo di José Saramago “(L’uomo duplicato”) dal quale è tratta. Denis Villeneuve, quando realizzò questo film nel 2013, non era ancora un regista di culto a tutti gli effetti, lontano dai grandi successi commerciali incontrati in seguito.

Con quest’opera sperimentale e perturbante, il regista sceglie Jake Gyllenhaal come protagonista nei panni di Adam, timido docente, e del suo perfetto doppio Anthony, attore. Due sconosciuti dalle vite completamente diverse uniti da un’unica costante: un’impressionante somiglianza fisica. Almeno, così sembra all’inizio: ma scavando fin nel cuore onirico del film, continuando a scrutare nell’oscurità del subconscio, si scopre come il doppio sia semplicemente una metafora per definire l’ambiguità dei nostri sentimenti.

Anthony è un Adam in fieri, in potenza; oppure è il docente a essere in atto, proiettando nell’esistenza dell’attore quel prototipo di perfezione da sempre tanto agognato? Villeneuve, facendosi ispirare da Saramago, mescola cinema e filosofia, regalando forse una delle versioni più raffinate e complesse dell’eterno mito del doppio al servizio della settima arte.

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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