Oscar 2019: ci scusiamo per il disagio! Cronache da una lunga notte dorata

scritto da: Ludovica Ottaviani

Oscar 2019: cronaca di un disagio annunciato! Dirige l’orchestra il maestro “Nessuno”. Canta il popolo del cinefili assopiti ma, nonostante tutto, ancora innamorati della settima arte.

“Penso che un sogno così, non mi torni mai più…” (speriamo!). Ho sognato una cerimonia patinata – “stilosa” eh, ma fiacca – senza un conduttore: ma cos’è una cerimonia senza un conduttore? È come vedere un Sanremo senza Claudio Baglioni o un David di Donatello senza Carlo Conti.

In attesa almeno della comparsa di Pippo Baudo – che compare ovunque perché “dove lo metti sta”, come il parmigiano – vedo apparire sul palco quelli che, a tutti gli effetti, mi sembrano i Queen (aggiornati al 2019) ma senza Freddie Mercury o Rami Malek che fa Freddie con tanto di vistosa protesi ortodontica. Al posto dell’immortale frontman c’è Adam Lambert con un orecchio bionico tempestato di diamanti che mi fa subito pensare al serial L’Uomo da Sei Milioni di Dollari.

Tutti aspettano i Queen: chi è a casa sul divano avvolto nel suo plaid, chi è seduto sulle poltroncine del Dolby Theatre avvolto nel proprio abito elegante, tutti non vedono l’ora d’iniziare la lunga notte degli Oscar 2019 scatenandosi. Ma la band di Brian May e soci esegue un breve medley, potente sì, ma sembra una di quelle cover band da balera estiva, gli Argonauti in concerto a Nettuno, insomma.

Dopo i Queen, la serata assume l’aspetto di un lento, inesorabile, tracollo psico-fisico dalla doppia velocità: l’assenza di un conduttore – dopo 30 anni, l’ultima volta è successo nel 1989 – elimina quei tristi siparietti stucchevoli che allungano la notte dei premi fino alle 6.00 del mattino; non c’è traccia di cibo elargito in quantità industriali o di battutine retoriche sugli “argomenti caldi” che finiscono però per riconfermare il detto “Non sparare sulla croce rossa”. Dall’altro lato la “presenza-assenza” di un capitano fa impazzire il ritmo che non c’è, pronto a sfuggire immediatamente dalle mani dei vari presentatori dei premi come un capitone alla viglia del nuovo anno.

I presentatori sono belli, affascinanti, scintillanti, riesumati solo per l’occasione: si lanciano in tristi siparietti prima di consegnare i premi, s’insinua lento il sospetto che oltre a un conduttore quest’anno abbiano disertato anche gli autori e – per gli amanti delle teorie del GOMBLOTTTO – sembra aleggiare un’aura karmica su questi Oscar 2019: corsi e ricorsi, come in un eterno ritorno dell’uguale dove il passato torna a bussare alla porta del presente. E così si teme l’apparizione di vecchie glorie come Demi Moore e Bruce Willis (coppia d’oro degli anni ’80/’90) o una vittoria ex-aequo come quella del 1969 per la Miglior Attrice Protagonista, avvenuta precisamente 50 anni fa.

Mentre si cerca disperatamente di contattare Paolo Fox per una consulenza astrologica immediata, fioccano i primi premi importanti (qui l’elenco completo dei vincitori): a metà serata sono già stati premiati Regina King e Mahershala Ali come Miglior Attrice e Miglior Attore non Protagonista; Spider-Man: Into the Spider Verse come Miglior Film d’Animazione, Roma come Miglior Film Straniero e Alfonso Cuaron come Miglior Regista. Nel torbido sogno (che assumeva sempre di più le fattezze di un perturbante freudiano), Bohemian Rhapsody sbancava vincendo ben 4 Oscar e risultando così il film più premiato della serata, seguito a ruota da Black Panther, mentre lo splendido affresco de La Favorita restava a bocca asciutta dopo 10 – sior siori, dico DIESCI – nomination.

Il biopic sui Queen e il primo cinecomic su un supereroe afroamericano scriveranno pure la storia degli Oscar, ma a noi spettatori fanno insinuare dubbi atroci su chi potrebbe portarsi a casa l’ambita statuetta per il Miglior Film, e nessuna delle due opzioni ci conforta particolarmente: ognuno inizia così a sperare, a pregare, a puntare sul proprio cavallo vincente (anche perché tanto, le scommesse, le abbiamo perse inevitabilmente tutte grazie proprio ai due film citati). Si creano i fronti Roma e Green Book e ci si fa la guerra a colpi di popcorn, patatine e biscotti, mentre sullo schermo scorrono i premi tecnici – ricordiamo la Miglior Fotografia andata sempre a Cuaron – e siparietti musicali di gran classe che però istigano al grande sonno.

Questo almeno finché, dopo le 4.00 del mattino passate abbondantemente, non arriva il momento dell’esibizione canora della coppia Bradley Cooper/Lady Gaga sulle note di Shallow, dalla colonna sonora del film candidato A Star Is Born. E per il tempo della canzone tutto sembra fermarsi: la guerra del cibo nelle nostre case, le perplessità costanti di Spike Lee in attesa di incassare qualche Oscar, Jordan Peele che si prende le pulsazioni per vedere se è ancora vivo e forse perfino sul volto di Christian Bale è scomparsa quell’espressione smarrita da “Che ci faccio qui?”.

Oscar 2019: ci scusiamo per il disagio! Cronache da una lunga notte dorata

Bradley Cooper e Lady Gaga incantano. Avvolti da una luce dorata frutto dell’ingegno della regia degli Oscar 2019, si alzano direttamente dalla platea, abbattendo così il confine tra quarta parete, finzione e realtà: quelli sul palco non si sa chi sono, se Cooper e Lady Germanotta o se Jackson e Ally, tutto si confonde ma sembra gridare “amore”. L’esibizione di Shallow rimarrà scolpita nell’immaginario pop delle persone davvero a lungo, tanto da far scatenare il popolo del web tra teorie del GOMBLOTTTO (ancora) che vedono protagonista il triangolo Cooper-Gaga-Signora Cooper (al tempo, Irina Shayk) e detrattori che si sono sentiti “imbarazzati” di fronte al trasporto e all’alchimia mostrata dai due.

Imbarazzi, commenti, sogni e critiche a parte, basta la rapidissima inquadratura di un soddisfattissimo Mark Ronson (co-autore di Shallow insieme ad Andrew Wyatt e Anthony Rossomando) per trainare fin nel cuore della vittoria per la Miglior Canzone Originale che ha visto salire di nuovo Lady Gaga sul palco insieme ai “tre moschettieri” Wyatt-Rossomando-Ronson, incitando il pubblico a lottare per i propri sogni.

Anche il pubblico da casa sta lottando: contro il sonno incalzante preannunciato dall’arrivo dell’alba e la curiosità di capire come va a finire questo strano sogno. I premi continuano a fioccare: la Miglior Sceneggiatura Originale andata a Green Book e la Miglior Sceneggiatura non Originale che ha premiato finalmente Spike Lee con il suo BlacKkKlansman, candidato quest’anno per la prima volta per la miglior regia e che sul palco – dopo essere saltato addosso al presentatore Samuel L. Jackson per la gioia – ha sciorinato un lungo, quanto impegnato, discorso che ha acceso gli animi della platea e del Presidente Trump, che ha prontamente twittato contro il regista (altro elemento che non può mancare in un tipico perturbante freudiano).

Questi Oscar 2019 senza un conduttore intorno alle 5.00 del mattino hanno fatto rimpiangere i duetti sanremesi di Baglioni, spingendo la fantasia ben oltre ogni limite. Per chi già immaginava Piccolo Grande Amore cantato in coppia con Lady Gaga sulla chitarra di Brian May, è arrivato finalmente il momento dei veri colpi di scena che, come nei migliori film, arrivano solo alla fine dei giochi: al momento della proclamazione della Miglior Attrice Protagonista, le orecchie di tutti sono vittima di una strana allucinazione auditiva e capiscono “Olivia Colman” invece di “Glenn Close”.

Ma non si tratta di un’allucinazione, perché davvero alla fine si è scelto di premiare la (splendida) performance della protagonista de La Favorita lasciando a bocca asciutta lei, Glenn, una signora del cinema giunta alla settima nomination agli Oscar senza mai vincerne uno. Lei che, per scaramanzia, si era già vestita tutta d’oro come un Oscar, un po’ come Spike Lee che ha sfidato la sorte abbigliandosi di viola (altro che omaggio a Prince, sempre secondo le logiche del sogno). L’elegante reazione della Close che abbozza e incassa i complimenti di una incontenibile Colman – incredula davanti alla vittoria e bisognosa dei sali per riprendersi – apre la strada all’ultimo colpo di scena: la proclamazione del Miglior Film.

Una raggiante Julia Roberts incorona Green Book, il film di Peter Farrelly con Viggo Mortensen e Mahershala Ali, re per una notte: tutti sul palco sono pronti a godersi la vittoria, detronizzando Roma di Cuaron (che sembrava destinato). Un risultato che ha infiammato gli animi, ancora una volta, nel bene e nel male visto che Spike Lee è stato visto aggirarsi furibondo per il backstage e per i party, con bicchiere di champagne in mano e rabbia da sfogare.

Il sorriso della Roberts e le luci dell’alba conducono lo spettatore verso la fine: la notte delle stelle è terminata, signori buonanotte (o buongiorno, visto il fuso orario). Ma c’è ancora spazio, nelle prime ore del mattino, per uno strascico da sogno lucido, sospeso tra realtà e immaginazione.

Dicono le cronache che Rami Malek, vincitore dell’Oscar 2019 come Miglior Attore Protagonista per la sua camaleontica performance in Bohemian Rhapsody, sia caduto giù dal palco una volta terminata la cerimonia, caracollando a terra come Iggy Pop dopo un mancato stage diving, sotto lo sguardo allibito di Cuaron e quello preoccupato dei paramedici. Tutto bene, niente di rotto, grandi pacche sulle spalle da parte di Malek che si è poi concesso ai fotografi per le solite foto di rito (che potete vedere qui).

Nelle fantasie cinefile degli spettatori, tra fantasia e incubo, sembra quasi di vedere l’Accademy – sotto forma di grande comitato – che, dopo questa infinita 91esima edizione degli Oscar 2019, prova a congedarsi dal proprio pubblico in attesa dei deliri del prossimo anno, pronti a battezzare una nuova annata cinematografica. Sembra quasi conciliare il sonno dicendo: “Buonanotte e godetevi ancora i postumi di questa serata di cinema, divi e stelle. Noi intanto ci scusiamo per il disagio; voi continuate pure a sognare indisturbati”.

Foto: Getty Images via IMDb

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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