Rutger Hauer: ritratto di un attore che non si perderà “come lacrime di pioggia”

scritto da: Ludovica Ottaviani

Luglio porta via un’altra fulgida stella dal firmamento hollywoodiano: Rutger Hauer, l’indimenticabile replicante di Blade Runner, si è spento all’età di 75 anni nella propria casa nei Paesi Bassi dopo una breve malattia, che lo ha sottratto in modo troppo repentino a una fabbrica dei sogni che ha ancora bisogno di attori speciali, caratteristici e incisivi come ha sempre dimostrato di essere – nella vita quanto sullo schermo – Hauer.

Nato il 23 gennaio 1944 nel cuore antico dell’Olanda, cresciuto ad Amsterdam ed iniziato fin da subito a una carriera teatrale – dopo una breve parentesi in marina – grazie ai genitori attori a loro volta, Hauer debutta molto presto in tv nei panni di un cavaliere ispirato al grande classico inglese Ivanhoe: è il 1969, la serie olandese s’intitola Floris e l’attore fiammingo inaugura una serie di ruoli che lo vedranno protagonista negli anni ’80. Con i suoi lineamenti nordici, fieri, tipicamente fiamminghi (appunto), gli occhi di ghiaccio e il broncio indimenticabile, Hauer sembra avere il volto ma soprattutto la presenza scenica giusti per interpretare tanto l’eroe d’altri tempi, orgoglioso e indomito, quanto il villain di turno, ambiguo e crudele quanto dandy e sadicamente sofisticato.

Si cala nei panni del cavaliere senza macchia né paura nel 1985 quando, accanto a un giovanissimo Matthew Broderick, fa di tutto per ricongiungersi con la propria innamorata Michelle Pfeiffer nel classico romantico Ladyhawke: condannati da una terribile maledizione, i due amanti non possono vivere il loro amore, perché durante il giorno lei si trasforma in un falco e viceversa, durante la notte, l’uomo diventa un grande lupo nero. Una storia d’amore immortale e fiabesca che ha segnato l’immaginario di intere generazioni, alla quale fa da controcanto un film minore diretto dal connazionale Paul Verhoeven nello stesso anno. 

Ne L’Amore e il Sangue, in un Medioevo oscuro segnato da pestilenze e morte, Rutger Hauer è uno splendido villain crudele e affascinante, classico esempio del fascino seducente del male. Un aspetto che ritorna in altri due ruoli ricoperti dall’attore: ne I Falchi della Notte (1981) e in The Hitcher – La Lunga Strada della Paura (1986). Due ruoli antitetici in due film completamente diversi tra loro, accomunati solo dal fascino indiscreto e carismatico dell’attore. Nonostante si tratti di pellicole di genere, entrambe si sono trasformate col passare del tempo in cult, vuoi per la presenza di Sylvester Stallone nel primo o per il ruolo da antagonista ricoperto da Hauer nel secondo, nei panni di uno psicopatico autostoppista che abborda giovani coppie lungo la strada finendo per perseguitarle.

Con il volto spigoloso dipinto dalla punta indomita di un pennello olandese, Hauer sembrava destinato a ruoli da antagonista; ma è l’Italia a permettergli di scavare a fondo nel proprio lato mistico, regalando alla storia della Settima Arte un’altra memorabile interpretazione ne La Leggenda del Santo Bevitore di Ermanno Olmi. Quando il regista italiano scelse l’attore per interpretare il protagonista dell’adattamento di una novella di Joseph Roth – un vagabondo alcolizzato parigino che finisce per morire in una chiesa, espiando le proprie colpe con Dio – non molti si sarebbero forse aspettati il successo di critica riscosso dal film, vincitore di una Coppa Volpi a Venezia. 

Olmi – col quale Hauer è sempre rimasto in ottimi rapporti – riuscì a tirare fuori il suo lato più spirituale, come in seguito tentò di fare anche il regista Philip Noyce coinvolgendo l’attore in Furia Cieca (1989): ma il film non aveva lo stesso spessore e diede avvio a una seconda parte della carriera dell’attore olandese, divisa tra film di genere e b-movie (con incursioni in blockbuster di lusso come la trilogia di Batman firmata da Cristopher Nolan o Sin City), che attraversò tanto gli anni ’90 quanto i 2000. La collaborazione con Olmi si rinnovò nel 2011 sul set de Il Villaggio di Cartone, riconfermando quel legame particolare che intercorreva tra Hauer e l’Italia, dove aveva collaborato con nomi come Dario Argento, Renzo Martinelli e Lina Wertmüller.

Questa costante dicotomia tra spiritualità trascendentale e forza fisica, fisicità granitica e anima poetica, lucida follia e candore immortale ha incontrato l’incarnazione perfetta nei panni dell’androide Roy Batty nel cult sci-fi diretto da Ridley Scott e con protagonista Harrison Ford, Blade Runner. Tratto dal romanzo scritto da Philip K. Dick “Il Cacciatore di Androidi”, è il film al quale rimane legato in modo indissolubile il nome di Rutger Hauer, prima (e unica) scelta per il ruolo di Batty grazie alle performance nei precedenti tre film realizzati in collaborazione con Verhoeven.

Nella versione originale, il romanzo di Dick dal quale è stata ricavata la sceneggiatura del film s’intitola “Do Androids Dream of Electric Sheep?”, dove il riferimento alle “pecore elettriche” rimanda sostanzialmente ai frattali, strutture geometriche capaci di riprodurre l’ente di partenza ad ogni scala; nel passaggio sul grande schermo si scelse di virare verso i toni neo-noir (con tanto di voice over narrante) e di sostituire la parola “androide” con “replicante”: erano gli anni ’80 e il genere sci-fi stava vivendo una nuova giovinezza, con il rischio però di saturare il mercato con rappresentazioni distopiche del futuro, metropoli al collasso, scenari apocalittici, androidi e viaggi su Marte. 

A calamitare l’attenzione dello spettatore è sicuramente Batty, uno dei cinque replicanti pronti a tutto pur di rimandare la propria “data di scadenza”, il termine ultimo che sancisce la loro fine; androidi “umani più che umani” che si riconoscono negli occhi degli altri, hanno dei ricordi (anche se sintetici) e provano dei sentimenti: paura, rabbia, vendetta, amore. L’immagine di Hauer/Batty così biondo, ariano, perfetto e inquietante, richiama però incredibilmente nella memoria collettiva il candore della colomba bianca che stringe tra le mani prima di spegnere i propri pensieri elettrici sul mondo.

Una scena entrata prepotentemente nella storia del cinema della post-modernità, con un monologo talmente famoso – e profondo – da essere frutto di… improvvisazione, talento e sensibilità. Di Hauer stesso, che modificò la versione originale contenuta nello script – provocando l’ira dello sceneggiatore, che abbandonò il progetto – tenendo soltanto due punti di riferimento: le navi da combattimento e i raggi B. Tutto il resto fu asciugato dall’attore, modificato ad arte e infine integrato seguendo la propria sensibilità poetica, inserendo quella famosa battuta sui momenti incredibili che andranno perduti, proprio come lacrime nella pioggia.

Nel film, Roy Batty chiudeva i propri splendidi occhi sotto la pioggia, regalando un ultimo sorriso ad un incredulo Ford. Era il 2019. Nella realtà, anche Rutger Hauer ha distolto il proprio sguardo sul mondo nello stesso anno, scivolando lentamente e in modo silenzioso, senza clamore, proprio come l’iconico replicante che gli ha regalato fama e popolarità. E siamo tutti convinti che le sue gesta incredibili sul grande (e piccolo) schermo non si perderanno mai come malinconiche lacrime nella pioggia, se a compierle è stato un uomo che ha visto cose che noi, umani, non potremmo nemmeno lontanamente immaginare. 

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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