The Disaster Artist e gli altri: quando hollywood chiama, lo scult risponde!

scritto da: Ludovica Ottaviani

È arrivato nei cinema The Disaster Artist, il nuovo film diretto e interpretato da James Franco: una “commedia-tragica” incentrata sull’amicizia, sulla fine delle illusioni, sulla caducità dei sogni; ma anche una commedia amara sulla forza ostinata delle proprie ambizioni e una satira – malinconica – sul lato nascosto di Hollywood.

The Disaster Artist (qui la nostra recensione) è anche la cronaca più o meno fedele – essendo tratta da una storia vera e dal romanzo autobiografico che la racconta – della nascita del “migliore peggior film mai realizzato”, quello che è ancora oggi considerato “il quarto potere dei film brutti”, The Room: talmente brutto, talmente scult da essere diventato in breve tempo un capolavoro prima nei circuiti più underground delle proiezioni di mezzanotte americane e, adesso, grazie al film di Franco anche presso il pubblico più mainstream.

Ma non è questo il primo caso di “elogio della bruttezza” cinematografico: Hollywood ha già riflettuto, in altre occasioni, su se stessa e sui propri meccanismi, svelando i trucchi nascosti dietro la creazione di ogni sogno di celluloide. Ecco, dunque, in rassegna cinque film che hanno portato in scena il bello (del brutto) nell’industria del cinema.

The Disaster Artist e gli altri: quando hollywood chiama, lo scult risponde!

5) HOLLYWOOD BRUCIA (Alan Smithee, 1997)

Il montatore inglese Alan Smithee vive e lavora a Los Angeles, con la speranza di diventare prima o poi regista. Quando una casa di produzione è alla disperata ricerca di un regista per un film d’azione ad altissimo budget che vede protagoniste tre star hollywoodiane, per Smithee – che ottiene il lavoro – si spalancheranno le porte dell’incubo, tra produttori violenti, attori snob e loschi affari, finendo per montare da solo un film “peggio di Showgirls” che ha letteralmente intenzione di trafugare e bruciare.

Le premesse per porre questo film sotto l’egida dello scult ci sono tutte: dal nome del vero regista e del protagonista – Alan Smithee – celebre pseudonimo attraverso il quale, a Hollywood, firmavano i propri film i registi che volevano dissociarsi dai propri lavori in un arco di tempo compreso dal 1968 al 2000; passando poi per il trio di star scelto come protagonista del film d’azione, ovvero Sylvester Stallone, Whoopi Goldberg e Jackie Chan – tre superstar famosissime a cavallo degli anni ’80-’90 – fino ad approdare alla battuta, scult e citazionista, su Showgirls, film erotico-drammatico diretto da Paul Verhoeven nel 1995.

Hollywood Brucia è un concentrato di cultura anni ’90, topoi hollywoodiani trattati con cinismo e gusto “scult-addicted” che ben si adatta all’idea malsana concepita dallo sceneggiatore Joe Eszterhas, che ha scritto a sua volta due intramontabili cult come Flashdance (1983) di Adrian Lyne e Basic Instinct (1992) di Paul Verhoeven, oltre all’ineguagliabile  – e già citato – Showgirls.

Che Hollywood Brucia sia una piccola vendetta nei confronti di uno star system figlio dei material years per eccellenza? O forse un’invitante profezia apocalittica, visto che compare come attore accreditato anche un certo Harvey Weinstein, tristemente balzato agli onori della cronaca per le accuse di molestie sessuali: il lato oscuro e nascosto della luna nera del pianeta Hollywood.

the disaster artist

4) BOWFINGER (Frank Oz, 1999)

In questa commedia “di fine millennio” diretta da Frank Oz (ricordate il musical tratto da La Piccola Bottega degli Orrori? Beh, è lui il papà cinematografico) un produttore di nome Bobby Bowfinger – interpretato da Steve Martin, qui anche in veste di sceneggiatore – decide di realizzare il proprio film da regista, investendo i risparmi di una vita.

Ma cosa succede quando un vero produttore esecutivo non accetta di distribuire il film – uno sci-fi di serie B – senza la star Kit Ramsey (Eddie Murphy) nel cast? Succede che l’improbabile regista con codino posticcio insieme alla propria, scalcinata, troupe decida prima di filmare di nascosto Ramsey, spingendolo fino all’orlo di una crisi di nervi, per poi ripiegare sulla sua controfigura naturale: il fratello occhialuto e ingenuotto Jiff (sempre Murphy).

Prima volta per la coppia Martin-Murphy sul grande schermo; il ritorno dietro la macchina da presa di un regista rutilante e avvezzo al genere demenziale (compariva, in un piccolo cameo, pure ne I Blues Brothers di John Landis); anche qui una galleria di topoi cinematografici mostruosi, tra starlette a caccia del ruolo di una vita (a qualunque costo), attori inascoltati e inadatti, sceneggiatori contabili e operatori di macchina “importati” clandestinamente dal Messico.

Bowfinger è un concentrato centrifugato di scult, a partire dalle premesse fino alle conseguenze, passando per la realizzazione di un film di fantascienza omaggio ai B-Movies basso budget degli anni ’50. Alcune scene sono talmente demenziali da essere indimenticabili, come pure il cinismo corrosivo che pervade la pellicola e che si esterna, soprattutto, nel personaggio di Bowfinger il regista, parrucchino malandato e camicie degne di una tappezzeria anni ’70.

3) A MORTE HOLLYWOOD (John Waters, 2000)

Nuovo millennio, altro giro e altra corsa: questa volta A Morte Hollywood, una commedia nera con venature grottesche che vede protagonista il regista Cecil B. DeMented (Stephen Dorff), schizzato e squilibrato, che compie azioni di “terrorismo cinematografico” insieme alla sua troupe fuori di testa. Il fine? Distruggere l’industria cinematografica hollywoodiana. Nuova pedina del suo folle piano sarà l’attricetta Honey Whitlock (Melanie Griffith), oggetto di un rapimento, che verrà costretta con la forza a recitare nel nuovo film underground girato da DeMented; inaspettatamente, la donna finisce per abbracciare la loro causa, diventando a sua volta una terrorista del cinema.

Questa commedia profuma di scult, a partire dal suo “mitologico” regista: John Waters, re del trash, blasfemo, dissacrante, eccessivo, oltraggioso, critico pungente dei valori della società americana; Waters, nel corso della sua lunga carriera, ha sempre cercato di sconvolgere il pubblico ricorrendo a immagini forti e disgustose, prediligendo il cinema di genere rispetto a quello mainstream e finendo così per diventare il re degli spettacoli di mezzanotte, un po’ com’è accaduto al Tommy Wiseau di The Room.

A Morte Hollywood lascia una traccia nel nuovo millennio perché Waters riesce, finalmente, a coniugare il suo gusto per l’eccesso con un vero argomento sul quale fare critica e satira, ovvero il mondo del cinema; il risultato, anche se altalenante e a tratti divertente, gli permette di riflettere sulla demenzialità e vacuità dell’industria hollywoodiana.

Nei panni dell’attricetta troviamo Melanie Griffith – che, per la sua interpretazione, fu candidata a un Razzie Award – pronta a tornare nella cronaca di uno scult annunciato come The Disaster Artist, nel quale compare brevemente nei panni di un’insegnante di recitazione: quando si dice… questione di karma!

2) HOLLYWOOD, VERMONT (David Mamet, 2000)

Questa volta lo scult “is a state of mind” più che un dato di fatto, perché dietro la macchina da presa c’è David Mamet, rockstar di Broadway, autore prima ancora che regista e attore, qui in una doppia veste cinematografica (appunto, sceneggiatore e regista). Hollywood, Vermont è un gioiello, un piccolo capolavoro di cinismo e cattiveria, disillusione e capitalismo, che svela i trucchi dietro la nascita di una qualunque produzione cinematografica.

A Waterford, Vermont, la tranquilla quotidianità della placida cittadina viene messa a soqquadro dall’arrivo di una troupe cinematografica al gran completo, pronta a girare un film ad alto budget: c’è il regista sull’orlo di una crisi di nervi, il primo attore affetto da “incontinenza sentimentale”, lo sceneggiatore complessato afflitto da mille dubbi e la diva nevrotica e insicura oltre a un’ampia galleria umana di personaggi problematici e sopra le righe. Tutti gli abitanti di Waterford finiscono per mettere da parte l’integrità delle proprie tradizioni in nome delle luci della ribalta, richiamati dalla sirene di Hollywood.

Anche qui un cast stellare (Alec Baldwin, Charles Durning, Philip Seymour Hoffman, William H. Macy, Sarah Jessica Parker, Julia Stiles) si mette al servizio di una leggerissima e pungente satira sul mondo del cinema che ironizza su vacuità e nevrosi; lo scult è, appunto, tra le righe, nelle situazioni, insito nei personaggi.

Come si fa, del resto, a non considerare un capolavoro di bruttezza il film che deve girare la troupe, un dramma storico chiamato Il Vecchio Mulino con protagonista un pompiere che si innamora di una suora?

1) ED WOOD (Tim Burton, 1994)

Il capolavoro assoluto del genere “scult è bello”; il corrispettivo degli anni ’90 di The Disaster Artist, il suo speculare doppio allo specchio. La biografia – romanzata – del peggior regista di sempre, Ed Wood, si trasforma in un capolavoro nelle mani di Tim Burton, grazie alla sua fervida immaginazione gotica e all’amore che lo lega ai film horror di serie B della Hammer e all’incrollabile fede con la quale Ed Wood si approcciava ai suoi film, destinati a fallire già su carta.

Scritto a quattro mani da Scott Alexander e Larry Karaszewski e liberamente ispirato alla biografia “Nightmare of Ecstasy” scritta da Rudolph Grey, Ed Wood racconta – attraverso lo sguardo incantato del giovane regista – le vicende altalenanti di Edward D. Wood Jr. (Johnny Depp), grande genio incompreso della propria generazione, regista visionario disposto a tutto pur di realizzare i propri folli film.

Dal teatro ai primi approcci con il cinema al suo debutto sul grande schermo con Glen Or Glenda, insieme ai propri sconclusionati amici e collaboratori – come il mentore e maestro Bela Lugosi (Martin Landau) – si lancerà nella cavalcata più folle della propria vita: quella alla conquista di Hollywood, forte della propria fede incrollabile e della convinzione di essere, in cuor suo, promettente come Orson Wells (Vincent D’Onofrio).

Ed Wood è un biopic atipico ed eccezionale: sceneggiatori e regista in testa hanno scelto di non ridicolizzare la storia cialtrona, eccessiva, barocca e folle di Wood, quanto piuttosto di trattarla con dolcezza e affetto, trasformandolo quest’uomo nell’incarnazione di ogni sognatore disposto a tutto pur di realizzare un proprio progetto, procedendo sempre in direzione “ostinata e contraria” nonostante gli ostacoli posti dal destino e l’opposizione della gente. Ed Wood è il “nonno” di Tommy Wiseau, entrambi capaci di trasformarsi in leggende viventi non per i propri meriti artistici.

Ed Wood è il baluardo del concetto di “scult è bello”: scult sono i film realizzati dal regista, tra mostri, alieni, redivivi e redimorti; scult è la bromance inossidabile tra Wood e il suo mentore Bela Lugosi, il primo uomo a prestare il proprio volto – ma, soprattutto, il proprio accento – a Dracula; scult è Plan 9 from Outer Space, tanto da trasformarsi immediatamente in un cult intramontabile per via della sua bruttezza.

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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