Downton Abbey: ritorno nella tenuta più amata d’Inghilterra sotto l’egida di #RomaFF14

scritto da: Ludovica Ottaviani

Downton Abbey sbarca finalmente dal piccolo al grande schermo: la serie di culto britannica creata da Julian Fellowes diventa un film, una sorta di gustoso – quanto lungo – speciale di ben due ore che permette di concludere, nel migliore dei modi, le sei stagioni nelle quali si sono seguite le avventure della famiglia Crawley-Grantham, permettendo agli spettatori di affezionarsi alle relazioni, ai personaggi, alle dinamiche che s’instaurano tra di loro ma soprattutto agli intrighi e alle situazioni da feuilleton che si sono dipanate nel corso delle varie stagioni.

In occasione di RomaFF14 e prima dell’uscita nelle sale italiane prevista per il 24 ottobre, il regista Michael Engler, i produttori ma soprattutto tre membri del cast – Michelle Dockery/Lady Mary; Jim Carter/Mr. Carson e la new entry Imelda Staunton – hanno presentato alla stampa il film, analizzando gli elementi che hanno portato la serie a raggiungere un successo mondiale; tra questi, non poteva ovviamente mancare la presenza del pubblico e la clamorosa accoglienza riservata a questo adattamento cinematografico, che potrebbe spingere produttori, cast artistico e tecnico a valutare anche una nuova incursione sul grande schermo.

Michael Engler: «Per quanto riguarda la mia esperienza riguardo a Downton Abbey, devo dire che sono entrato in una fase tardiva del processo, ma in fondo avevo già lavorato alla fine della serie; nonostante tutto, per quanto fossi già coinvolto in partenza, quando sono arrivato sul set era tutto quasi pronto: se ne parlava di continuo già durante le stagioni 3 e 4 perché in cuor nostro sapevamo che la serie non sarebbe potuta durare all’infinito ed eravamo anche consapevoli dell’enorme successo che la serie stessa ha avuto nel mondo. Abbiamo quindi ritenuto che questo fosse il momento giusto per passare sul grande schermo ma soprattutto per mantenere l’affetto dei fan senza perdersi, magari andando avanti all’infinito appunto. Sinceramente volevamo fare qualcosa che i fan avrebbero trovato famigliare, un po’ davvero come tornare a casa ma, allo stesso tempo, volevamo realizzare un prodotto che fosse anche per tutti coloro che sono stati trascinati in sala per la prima volta.»

Dal regista Engler, le domande spostano la loro attenzione sui tre attori protagonisti, che procedono subito evocando la loro esperienza sul set e, in due casi su tre, le emozioni provate tornando nei loro “storici” panni:

Jim Carter: «Tornare dopo 3 anni dalla fine sul set di Downton Abbey è stato eccitante e familiare, davvero come tornare a casa perché lo siamo diventati; se si impiegano 6 mesi l’anno per girare una serie del genere, è normale che poi dopo 3 anni siamo ritornati tutti insieme come una grande rimpatriata, condividendo sia nel passato che nel presente un momento molto felice per ognuno di noi. Il pubblico poi è tato generoso nel concederci il successo e l’accoglienza che abbiamo visto e che continuiamo ad ammirare: è sempre un’esperienza meravigliosa. Molti attori inglesi – come me, del resto – vengono dal teatro e lavorano con la stessa compagnia da sempre, nella quale si creano dei legami; anche noi, essendo un grande cast con scene di gruppo affrontare spesso tutti insieme, abbiamo sviluppato delle amicizie tra di noi proprio come una vera compagnia “televisiva”: si è creato un forte vincolo e tutto ciò non è poi così frequente in tv, è semplicemente fantastico.»

Michelle Dockery: «Quella sul set è sembrata una vera rimpatriata, con la sensazione di non essersi mai lasciati, e poi la possibilità di tornare su quel set e di poter ripetere un’esperienza del genere tutti insieme ci fa sentire dei privilegiati, soprattutto grazie alla grande accoglienza che ci ha riservato il pubblico.»

Imelda Staunton: «Partiamo dal presupposto che, ovviamente, sapevo benissimo di Downton Abbey (è, infatti, la moglie di Carter, NdA) quindi per me non è stato difficilissimo entrare nella storia ma soprattutto si è trattato di un vero e proprio onore: l’onore di tornare a lavorare con delle signore del teatro – e del cinema – britannico che conoscevo molto bene e con le quali avevo già lavorato in passato; con molti attori poi c’era già un grande rapporto d’amicizia, ed è stato un onore ulteriore anche lavorare con mio marito per ben tre giorni (ride, NdA).»

Alla domanda legata a quali differenze sono state riscontrate nel passaggio dal piccolo al grande schermo cercano di rispondere tutti: dal regista, passando per i produttori prima di lasciare infine la parola agli attori.

Michael Engler: «È iniziato tutto da Julian, il primo che ha capito che il successo di Downton era proprio quello di raccontare tante storie su vari personaggi, e ogni settimana si può approfondire uno di loro (o qualcuno in più) sparpagliando la narrazione; senza l’opportunità di dividere tutto in parte uguali sul grande schermo, la vera sfida era trovare un modo per creare una storia unica che però coinvolgesse tutti e desse maggiori opportunità cinematografiche perché, nonostante il contenuto cinematografico in sé e per sé, dovevamo comunque offrire di più rispetto alla serie, approfondendo soprattutto la sfera emotiva dei personaggi. Nonostante tutte le nostre attenzioni, però, ci sono dei piccoli errori che solo pochi tra di noi riescono a vedere: questo perché quando si cerca di mettere insieme un film, tutti partono dallo stesso punto di solito e tutti quindi imparano insieme a conoscere i loro personaggi, mentre qui tutti sapevamo tutto sui personaggi e sulla casa; avevamo già molti vantaggi, e il grande entusiasmo era mitigato dall’ansia e dalla preoccupazione pur sapendo che potevamo benissimo lavorare insieme e avevamo anche la necessaria familiarità per risolvere i problemi.»

Jim Carter: «Ah, per noi attori non cambia poi molto; siamo sempre davanti alla MdP mentre per produttori dev’essere stato tutto molto più difficile, di sicuro oggetto di una scelta logistica ben diversa.»

E proprio quest’ultimi hanno replicato aggiungendo che la grossa differenza passava per esempio per i costumi, perché pur avendo mantenuto la loro costumista sapevano benissimo che tutto doveva essere ancor più meticoloso e perfetto perché sul grande schermo si vede tutto in modo enfatizzato; perfino il direttore della fotografia proveniva dal mondo del cinema e si è ritrovato a lavorare su scene di gruppo talmente grandi che nemmeno loro stessi, nell’arco dell’intera serie, ne hanno mai viste di simili: addirittura per la prima volta in un lungometraggio è comparso un cerimoniale del re, una vera novità pioneristica: ad aiutarli e a sostenerli nell’allestimento avevano addirittura un pensionato che aveva lavorato a Buckingham Palace, dedicando la propria vita al re e alla regina.

Gli attori hanno invece aggiunto, riguardo ai loro personaggi e all’esperienza sul set:

Imelda Staunton: «Downton Abbey rende tutto plausibile e realistico, anche ciò che non lo è; in passato ha già trovato una calorosa accoglienza dai suoi fan che di sicuro saranno contenti di ritrovare questo senso di evasione che permetterà di scappare dagli orrori di tutti i giorni: un vero sollievo per tutti.»

Jim Carter: «Riflettendoci sopra, c’erano in quei tempi uomini d’onore. Tutti in quel contesto hanno un alto valore, la dignità d’appartenenza a famiglia speciale. Oggi invece purtroppo ci sono enormi – e spiacevoli – episodi di mancanza di dignità, mentre invece bisognerebbe tornare al passato.»

E domandando loro se hanno paura di restare ingabbiati in personaggi che, in più di un caso, hanno garantito loro un biglietto di solo andata per il successo, i tre membri del cast rispondono:

Michelle Dockery: «So già che sta serpeggiando una strana febbre per il sequel: chissà se il pubblico è entusiasta quanto noi, forse faremo un altro film dopo aver tracciato un bilancio, ma di sicuro non un’altra serie… un film possiamo pensarci, perché no? In fondo sono stata per 10 anni nei panni di Mary e c’è qualcosa di davvero meraviglioso nel tornare poi nei panni che uno conosce così bene e nei quali, di solito, uno si sente a casa insieme agli altri. No, direi che non sono assolutamente preoccupata di restare ingabbiata nel personaggio!»

Jim Carter: «Il film è guidato dai fan: non molte serie finiscono sul grande schermo; c’è stato grande entusiasmo da parte della gente e dei produttori che hanno capito subito che avrebbe funzionato e se questo entusiasmo esiste… perché non raccontare ancora queste storie? Io ormai sono identificato col mio ruolo, ma ciò non mi spaventa.»

Imelda Staunton: «Vorrei aggiungere, riguardo alla recitazione, che bisogna essere sempre veri sul palco, sul piccolo come sul grande schermo; e se uno ha delle grandi emozioni da provare, oppure delle cose da dire, ecco svelata l’assenza stessa del mestiere d’attore. Ovvio che è più facile – divertente – lavorare come nel mio caso con attrici che già conoscevo; è stato stupendo e non volevo fare niente di più, nella vita, che sentire ciò che è impresso sulla pagina, e che diventa quindi automaticamente onesto per un attore.»

Downton Abbey uscirà nelle sale il 24 ottobre, distribuito da Universal Pictures.

Foto: Getty Images Europe

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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