Ron Howard a #RomaFF14 per Pavarotti, gigante italiano dal sorriso carismatico

scritto da: Ludovica Ottaviani

Ron Howard, prima di essere un versatile regista, è a sua volta figlio di quella pop culture che ha plasmato il nostro immaginario collettivo dagli anni ’70 ad oggi: il Richie Cunningham di Happy Days è cresciuto immortalando progressivamente, attraverso la sensibilità del proprio “sguardo meccanico”, alcune tra le storie più affascinanti della moderna epopea dell’impero americano (e non solo): Splash, Cuori Ribelli, A Beautiful Mind, Cinderella Man, Il Codice Da Vinci, Rush solo per citarne alcuni.

Dopo aver dedicato il suo nuovo progetto a una figura leggendaria larger than life come quella di Luciano Pavarotti, attraverso il documentario eponimo Pavarotti, Ron Howard è stato protagonista della seconda giornata di RomaFF14, la 14esima edizione della Festa del Cinema di Roma.

Alla presenza del produttore Nigel Sinclair, Ron Howard ha illustrato le premesse che lo hanno spinto a dedicare un documentario alla figura del famoso tenore italiano, raccontando inoltre l’iter che ha seguito per approfondirne la figura, scavare nel profondo del suo passato, affidandosi anche alla collaborazione e alla fiducia della grande famiglia “allargata” del cantante, venuto a mancare nel 2007 dopo una repentina – quanto brutale – malattia che ha spento i riflettori sulla sua fulgida stella.

Ron Howard: «Innanzitutto ho avuto una straordinaria esperienza creativa lavorando insieme al produttore Nigel Sinclair e ad altre persone straordinarie; il nostro percorso insieme – a livello lavorativo – è iniziato con il documentario sui Beatles, a cui poi ne è seguito uno su Jay-Z. Ad esempio, con The Beatles: Eight Days a Week non ero in partenza un profondo conoscitore dei Fab Four, per quanto sia sempre stato un loro fan; subito dopo abbiamo iniziato a pensare al soggetto ideale per un altro documentario per chiudere la serie e la scelta è ricaduta su Luciano Pavarotti.

Pavarotti lo conoscono in tutto il mondo, è vero, ma di sicuro molti non conoscono a fondo la sua vita e, di conseguenza, anche la sua musica; più leggevo, più scoprivo molti aspetti della sua vita privata che avevano spunti interessanti e io, da non esperto di musica lirica, però ho notato al volo come la sua esistenza potesse essere compresa meglio attraverso la presenza di alcune arie d’opera specifiche, presenti soprattutto in alcuni momenti della sua vita e recuperate da alcune esibizioni registrate dal vivo. Vedevo alcuni momenti quando cantava nei quali c’era un forte legame emotivo, diciamo un rapporto emotivo più profondo non solo con l’esecuzione stessa; tutta l’operazione, costruita in questo modo e seguendo quest’ottica, aveva quindi una logica ben più profonda.

La famiglia poi si è dimostrata subito disponibile ad essere intervistata e a collaborare: questa volta si sono fidati al punto tale da condividere la verità in modo straordinario, dando tanto di loro stessi e una maggiore possibilità di utilizzare del materiale inedito e privato per poter così mostrare un Pavarotti inedito; il documentario parla d’impegno, non promuove semplicemente un concetto ma tutto ciò che rispecchia la vita di questo genio, una vita che doveva essere celebrata.

Ron Howard: «Io e Nigel non ci siamo mai ritrovati da soli mentre visionavamo il materiale: ci abbiamo messo un anno per raccogliere tutto e ho incominciato a capire queste arie d’opera pian piano; ero comunque affascinato dall’uomo prima ancora che dall’artista e mi sentivo connesso in qualche modo con Pavarotti perché per quanto invidiassi il suo modo di vivere e di affrontare la vita, riuscivo ad andare oltre considerandolo letteralmente un artista straordinario e, ancor prima, un uomo dallo straordinario approccio all’esistenza. Mi sono avvicinato alle arie d’opera selezionando soprattutto in base ai momenti più rappresentativi per il tenore: stavamo percorrendo un viaggio fin dalla sua infanzia attraverso tutto ciò che lo aveva influenzato sia in positivo che nei momenti più difficili o drammatici.  

E proprio questi momenti permettevano di svelare la persona unica e indimenticabile che era quanto il genio che tutti potevano ammirare: siamo partiti da qui per poi costruire il film Pavarotti, ma ciò che ha colpito me e Nigel è stata la storia della sua famiglia – basti pensare alle coraggiose interviste rilasciate dai suoi famigliari – che ha permesso di lanciare uno sguardo unico sull’uomo e sul suo modo di stare al mondo. Pensiamo, ad esempio, ad una frase pronunciata durante il documentario: da bambino rischiò la morte a causa del tetano ed è a partire da quel momento che ha iniziato a vedere tutto come un’occasione in più per restare su questa terra, ancorato a questa vita. Adoro la sua gioia di vivere e, appunto, il modo di vivere la vita affiancato a quei lampi di abbandono e follia che talvolta attraversavano i suoi occhi e che, di conseguenza, poteva anche ferire: si vede che ne era consapevole, ma proprio per tale motivo ha vissuto in modo completo potendo esportare nel mondo la sua arte.

Mi sono fatto un’idea su Pavarotti, ovvero che Luciano non fosse un uomo non orgoglioso oppure poco consapevole delle proprie capacità; al contrario, era solo molto garbato e riconoscente per ciò che gli era stato donato e che considerava un dono di Dio, che doveva però incrementare e mantenere solo con il duro lavoro e la fatica di raggiungerlo e mantenerlo.

Mentre lavoravamo sul documentario iniziavamo a vederlo come un melodramma della sua vita: abbiamo collaborato – insieme a Nigel – con 53 persone e ognuno voleva contribuire a ricordare Luciano con malinconica dolcezza; attraverso le cronache di persone (più o meno) famose che conoscono la lirica siamo forse riusciti a cogliere l’uomo attraverso l’artista, senza però rinunciare a un certo alone di mistero o di dolore, come quello che avvolge alcuni componenti della sua famiglia pronti a perdonare, allontanando l’oblio e il dolore del peso dei ricordi (come è accaduto con la prima moglie, Adua).»

Ad aggiungere qualcosa al discorso contribuisce Sinclair, produttore del documentario:

Nigel Sinclair: «Ciò che ci ha colpito subito di Pavarotti è stato il suo sorriso, un sorriso che non solo trasudava italianità, ma suggeriva la sua natura di persona carismatica; era infatti a tutti gli effetti un genio in quanto artista pronto a diffondere l’Opera nel mondo, esportandola, abbassandola e contaminandola con il pop e il rock. Anche chi non ama l’Opera Lirica può comunque godersi la visione del documentario, questo perché Luciano è un’icona mondiale. Quando parlai per la prima volta con la Decca – etichetta discografica che detiene ancora i diritti musicali, NdA – per le ricerche subliminali ho notato subito che un numero imbarazzante di persone aveva visto i suoi video su YouTube: ormai è un sinonimo di lirica ma, a parte quello zoccolo duro di melomani innamorati, non tutti conoscevano la vita dietro la maschera del genio affetto da un carisma eccezionale, più grande del suo stesso lavoro.

Pavarotti era un uomo molto determinato, dotato di profonde radici contadine che lo spingevano, spontaneamente, a stringere dei legami sociali stabili e duraturi nonostante fosse sempre in giro per il mondo, legami che rinsaldava attraverso il mito della buona tavola, che lo “seguiva” durante i suoi spostamenti.»

L’ultima domanda con la quale si è chiusa la conferenza riguarda Ron Howard e le prospettive sulla sua attività futura: «In che fase creativa mi trovo adesso? Beh, mi sono sempre definito eclettico: ho iniziato a lavorare come attore da bambino, intorno ai 14-15 anni. Sapevo già che volevo diventare un regista e sceneggiatore ma ero consapevole che non volevo assolutamente diventare un marchio consolidato bensì un soggetto colto in una fase di continua esplorazione. Non ho intrapreso degli studi specifici, è stata la vita stessa a farmi crescere e tutto questo mi ha ridimensionato notevolmente, perché ero sempre a contatto con un gruppo di persone ammirevoli ma diverse tra loro, e proprio grazie a questi aspetti stiamo vedendo ed esplorando nuovi orizzonti. Non potrei essere più grato: per me l’ideale sarebbe vivere sempre con la mia famiglia e continuare a lavorare.»

Pavarotti arriverà nelle sale come evento speciale il 28, 29 e 30 ottobre distribuito da Nexo Digital.

Foto: Getty Images Europe

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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