Il Ladro di Giorni: Riccardo Scamarcio racconta il suo road movie dell’anima a #RomaFF14

scritto da: Ludovica Ottaviani

Il Ladro di Giorni è il titolo del film di Guido Lombardi tratto dal romanzo omonimo scritto dallo stesso regista: una storia di formazione, un revenge movie, un road movie (dell’anima), un film sospeso quindi tra vocazione autoriale e gusto di genere che ha visto il regista coinvolto in prima persona nello sforzo artistico, visto che ne ha scritto anche la sceneggiatura insieme a Luca De Benedittis e Marco Gianfreda. Protagonisti del film sono l’attore Riccardo Scamarcio e il giovanissimo Augusto Zazzaro, intenso co-protagonista alla prima prova davanti la macchina da presa; a completare il cast ci sono anche Massimo Popolizio e Vanessa Scalera.

Scamarcio, Zazzaro, il regista Lombardi e il comparto produttivo hanno presentato alla stampa il film, primo italiano presentato durante RomaFF14: il risultato è stata una chiacchierata sul ruolo di un film come Il Ladro di Giorni nell’economia del mercato audiovisivo italiano, nonché una conversazione sulla recitazione e sull’approccio che gli attori hanno avuto ai loro personaggi, partendo ovviamente dal contributo creativo di Lombardi fin da quando, per la prima volta, ha avuto l’idea per il film.

Guido Lombardi: «In realtà il film non è tratto da libro omonimo, bensì nasce come soggetto ben 12 anni fa, con la voice off del bambino protagonista (Salvo); mi dissero di trarne un romanzo, quindi in parallelo ho iniziato a lavorare alla sceneggiatura con De Benedittis e Gianfreda, e poi dal romanzo alcune idee confluirono nella sceneggiatura e altre, scrivendo il romanzo, son finite direttamente nella sceneggiatura: è come se fossero complementari. L’attenzione del romanzo è su Salvo, quindi tutti possiamo ascoltare i suoi pensieri quanto lo sforzo recitativo ed interpretativo; il peso del film comunque – rispetto al romanzo – pende dalla parte di Vincenzo, il padre, però viene esplorato l’aspetto legato alla vendetta: ecco perché Il Ladro di Giorni è anche un film di genere, un revenge movie, perché l’intenzione era dimostrare che tutte le cose che accadono a queste persone mettono alla prova il loro rapporto, il legame inscindibile che lega padre e figlio.

Come nel mio primo film – Là-Bas – Educazione Criminale – m’interessava raccontare l’ingresso nel mondo dei grandi: sono interessato infatti al fragile confine tra buoni e cattivi, perché sfuggire alle regole mi ha sempre incuriosito; poi se vogliamo analizzare il rapporto tra padre e figlio (Vincenzo e Salvo), le suggestioni provate da un bambino che si ritrova, nell’arco di 4 giorni, a conoscere in fretta il padre che non ha mai conosciuto mi fa pensare sempre a quando, da bambino, sono andata per la prima e unica volta in ufficio da mio padre, e vederlo sul posto di lavoro ha cambiato la percezione che avevo di lui fuori casa.»

Riccardo Scamarcio, protagonista de Il Ladro di Giorni, invece analizza il personaggio di Vincenzo, padre alla scoperta di un figlio che non ha cresciuto ma in contraddizione con la propria natura borderline, sempre schiacciata dalla lunga ombra della criminalità:

«Devo dire che c’è poco di me nel personaggio: ovviamente qualcosa sì del resto, anche se abbiamo cercato di rispettare sempre la sceneggiatura leggendo il copione. La dinamica padre-figlio mi ha sempre fatto pensare a un film di Zeffirelli, The Champ, incentrato sul figlio di un campione di boxe; partendo da qui, ho immaginato il personaggio come se fosse un uomo degli anni ’50, un mezzo criminale che viene dal Sud Italia ma non è uno stratega: è un uomo semplice, capace anche di amare. Una cosa che non sa all’inizio del film, ma che andando avanti con la narrazione – e completando la sua parabola da personaggio – riesce a scoprire, capendo quindi di poter amare suo figlio. Con il produttore abbiamo pensato subito ai rischi che c’erano ma che potevano suscitare grandi emozioni negli spettatori: dopotutto, l’amore dei genitori è la cosa più importante nella vita.

Nell’approccio al personaggio volevo evitare la ripetitività, passando in modo disinvolto dalla realtà alla finzione e quindi dal set al “fuori-set”: ridere secondo me è un modo per stemperare la tensione, forse il migliore, e i bambini sui set sono pazzeschi. Solo loro possono smascherare gli attori non autentici; con il loro modo d’essere e la loro spontanea naturalezza tutto assume un aspetto diverso, e Augusto ha un orecchio incredibile nel seguire gli altri, dimostrando ancora una volta il talento dei giovanissimi. Abbiamo cercato quindi di lavorare sul rapporto che s’instaura tra Salvo e suo padre: una comunicazione basata sui non detti, quindi parlano poco e le parole sono marginali.»

Augusto Zazzaro: «Per me è stata la prima volta su un set, e tutti hanno alleggerito l’ansia e tutto ciò che una MdP può suscitare in un ragazzino; il sentimento principale che ho provato è stato il divertimento, unito alla gioia che faceva finire l’ansia in secondo piano.»

Una delle domande solleva poi un’antica polemica legata al cinema di genere italiano: certe storie che hanno dei risvolti narrativi nel mondo della criminalità, secondo una parte dell’opinione pubblica, sarebbe un’istigazione al crimine stesso. Sia Lombardi che i produttori hanno cercato di rispondere all’annosa questione, sottolineando come troppo spesso la critica non riesca a decifrare bene i prodotti audiovisivi, finendo per sottovalutare il pubblico stesso:

Guido Lombardi: «Abbiamo lasciato ambigua la soluzione perché per noi l’importanza risiede nel messaggio finale del film, che dimostra come il viaggio sia servito al bambino per recuperare la figura paterna, che incarna quel coraggio che gli è sempre mancato, proprio come la figura paterna. Il cortocircuito a parer mio più interessante non riguarda l’educazione criminale alla Gomorra, bensì la curiosità del bambino che cerca di imitare il padre nei suoi atteggiamenti: il bambino è un po’ monello, ma Vincenzo non sa insegnare fino in fondo l’educazione al figlio. Abbiamo cercato infatti di non spiegare niente di più – o di troppo – tenendo in piedi diversi omissis, dimostrando come tutto sia reso alla perfezione dai dettagli, dalle recitazione degli attori, dai raccordi di sguardi tra loro.»

L’ultima parola è spettata però ai produttori:

«Liberiamoci del politicamente corretto: parliamo di storie di finzione, ma non è sempre detto che ci sia l’emulazione da parte del pubblico, che sa comunque riconoscere la finzione dalla realtà. Il Ladro di Giorni è un film con una struttura classica vittima di una caratteristica tutta del cinema italiano: là dove c’è una scrittura e quindi una struttura dietro a un film, una struttura pronta a richiamare atti e picchi narrativi, che mette in atto dei sentimenti, allora è sbagliato. Portiamo con noi l’eredità clamorosa dei maestri del nostro grande cinema, sempre così “sporco” a livello stilistico, sospeso, ma il cinema è comunque sempre bello in ogni sua forma, solo che in tutti gli altri paesi è legittimo mettere in scena delle storie classiche appunto, mentre noi ci vergogniamo di farlo.

Dobbiamo imparare che si possono fare delle storie diverse, non vincolate alla cinematografia italiana e si possono avvicinare al pubblico raccontandole a quante più persone possibili. Io sono soddisfatto del lavoro, il vero problema adesso sarà farlo arrivare a un pubblico sempre più ampio anche grazie al contributo della Festa del Cinema di Roma, che ci dà una vetrina importante oltre alla collaborazione con Vision, la prima tra due importanti aziende broadcast.»

Il Ladro di Giorni uscirà nelle sale prossimamente, distribuito da Vision Distribution.

Foto: Getty Images Europe

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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