John Travolta porta a #RomaFF14 i propri miti e il suo amore per il pubblico

scritto da: Ludovica Ottaviani

John Travolta è, in assoluto, una delle icone pop del XX secolo: un attore versatile che ha attraversato i generi, le mode, gli anni ritagliandosi però un posto speciale nella storia del cinema ma, soprattutto, nel cuore dei fan. E proprio con una riflessione su quest’ultimi si apre la conversazione intrattenuta con la stampa durante RomaFF14, dove gli verrà consegnato un premio speciale alla luce della sua recente interpretazione nel thriller The Fanatic, da noi ancora inedito.

Nel film John Travolta è un uomo ossessionato da una celebrità: il confine tra passione e ossessione sembra sfumato e labile, ma l’attore nella vita di tutti i giorni confessa di capire le dinamiche che muovono gli appassionati di qualcosa – o qualcuno – e di essere a sua volta un fan di alcuni volti celebri. Dalle sue passioni passando per la carriera, il rapporto con il suo pubblico e gli aneddoti dai vari set, Travolta è un fiume in piena che si racconta, pronto a ripercorrere le tappe salienti del suo percorso in quanto attore a partire proprio dalla sua ultima fatica, The Fanatic:

«Non ho mai avuto paura di essere vittima di stalking, anzi, finora il mio personaggio in questo nuovo film è il mio preferito perché, in quanto attore, riflette alcune delle mie passioni da fan. Credo che a spaventare non sia tanto la paura di essere perseguitato dal proprio pubblico, quanto altro, magari un sentimento di disagio provato nei confronti del fanatismo in sé: personalmente, apprezzo il fatto di essere “posseduto” da una figura che si ammira e che scatena le emozioni nel profondo del nostro cuore. Cosa mi ha attratto del personaggio nel film? Allora, ho sempre riposto grande fiducia nella capacità di creare: è una questione di atteggiamenti, sono convinto che si possa sempre creare liberamente, così come ho sempre fatto nell’arco della mia carriera. Sono consapevole che questa volta si tratta di un film d’essai e che non tutti i film realizzati si possono misurare nello stesso modo; di sicuro, abbiamo giocato su un punto di vista diverso dal solito.

Personalmente, sono sempre stato un grande fan di Jim Cagney – ballava, cantava ed era divertente! – oltre alla vostra Sophia Loren; poi ammiravo Fellini e Bertolucci come registi, i Beatles e ancora i musical come Cabaret Funny Girl e capolavori come Il Padrino una panoramica: tutti elementi che hanno segnato la mia infanzia, ai quali posso aggiungere, che so, Marlon Brando e Liz Taylor. Non mi sono mai sentito in imbarazzo a dire che amo alcune persone ed ero pazzo di tante altre; questo è solo un piccolo campione, se qualcuno fa qualcosa che ti ispira non mi vergogno ad ammetterlo, puoi accettarla, cavalcarla e lasciarti ispirare.»

Da La Febbre del Sabato Sera passando per Grease, Pulp Fiction e altre collaborazioni illustri (come non ricordare quella con Brian De Palma?) John Travolta è un’icona generazionale che sembra aver trovato il modo per ritagliarsi un proprio “spazio vitale” all’interno della storia della settima arte: ma come vive l’attore tutto questo, che sentimenti prova verso questi film che ha realizzato, a quali tiene di più e quali aneddoti dal set porterà sempre con sé?

«Sicuramente sono molto orgoglioso di realizzare film che lascino un segno capace di rimanere nel corso dei decenni, permettendo così al pubblico di goderne a oltranza; e questo accade soprattutto nei film senza tempo ed è un privilegio farne parte, tra questi posso annoverare – che so – Il Padrino ma anche Pulp Fiction e tanti altri; e questo discorso vale per tutto quanto, perché qualunque oggetto senza tempo e una nota positiva. Per me La Febbre del Sabato Sera, Pulp Fiction e Grease sono i tre film più memorabili che ho realizzato, quelli di cui sono più orgoglioso. Credo che la vita di una persona sia un mosaico di esperienze che riguardano la vita stessa, ma sono solo i vari pezzi che restituiscono il quadro completo dell’esistenza stessa.

Sono convinto che le persone, in certi casi, siano fatte per certi mestieri, che nascono con una particolare vocazione: ad esempio, io e la mia famiglia abbiamo accolto con umiltà tutto quello che è successo nella mia vita, la possibilità di lavorare nel cinema e quindi di far entrare – anche grazie a una semplice performance – il mondo intero nella mia vita; ho sempre cercato di motivarmi, di fare di più alzando l’asticella della creatività, spingendomi a fare sempre di più e nel migliore dei modi.

L’arte rientra in alcune categorie specifiche: le forme d’arte non sono tutte uguali, ci sono nicchie di mercato diverse e specifiche; ad esempio, nella musica il Jazz non ha la stessa fruizione del Pop, dimostrando come in tutti gli ambiti c’è sempre bisogno di un punto di vista più ampio e variegato che coinvolga il gusto di tutti. Non finirò mai di ringraziare abbastanza La Febbre del Sabato Sera che mi ha consentito di fare altre cose e di affrontare, di conseguenza, questo mercato di cui parlavamo poco fa sperimentando in ambiti diversi.

Tra tutti i film a cui ho preso parte, di sicuro quello che ricordo come il viaggio più bello è di sicuro Pulp Fiction: Quentin sul set era un regista giovane ma dotato di una visione complessiva ispirata dai grandi maestri. Ricordo che mi dava sempre dei consigli corretti e sofisticati ma che, nonostante tutto, io ero libero sul set e da attore lo ammiravo. Solo successivamente ho notato come ci fosse una continuità nella recitazione e che solo mettendo insieme i pezzi tutto acquistava un senso completo. Sul set ognuno ricopriva il proprio ruolo e la propria mansione specifica: ad esempio, nel nostro caso, se il regista sa lavorare e riesce ad instaurare una simpatia con gli attori allora tutte le costrizioni volano via e ci viene concesso il regalo più grande, ovvero la libertà.

Però devo ringraziare anche il pubblico che mi ha consentito essere diverso in ogni ruolo: per me la libertà è tutto, mai avrei immaginato nella mia vita d’interpretare un avvocato, una donna, il presidente degli Stati Uniti: tutti ruoli creati da sceneggiatori per i quali sono diventato una sorta di musa per ispirare la loro immaginazione. Forse da solo non avrei mai immaginato quei ruoli, sono solo un interprete più che un “creatore” di contenuti originali; forse sono sempre stato più bravo a prendere ed elaborare un’idea preesistente e il pubblico mi ha consentito di farlo; mi considero un uomo fortunato per aver potuto realizzare tutte queste cose in assoluta libertà.»

Ma per quanto sia un uomo soddisfatto e realizzato – soprattutto in ambito professionale, John Travolta non ha dei rimpianti o dei dubbi riguardo a dei film a cui ha rinunciato, e che magari hanno avuto un grande successo trasformando qualcun altro in una star?

«No, non mi sono mai dispiaciuto del passato e non lo rimpiango mai. Ho rinunciato ai ruoli da protagonista in American Gigolò Splash, Il Miglio Verde, Ufficiale e Gentiluomo e altri; non ho accettato e ho interpretato altri ruoli e forse alcuni sono anche migliori; cerco sempre di vivere senza rimpianti o rimorsi.»

In chiusura, anche John Travolta si abbandona a una riflessione sul ruolo del cinema nella modernità: «Sono felice d’interpretate ancora delle storie da attore della “vecchia” Hollywood: non sono mai stato uno spettatore da fumetti Marvel, non cresciuto a pane e Fellini e poi ho virato verso altre cose, quindi non sono la persona giusta per il cinema moderno. Ma la mia non è una critica, piuttosto è una questione di gusto: a me piacciono le storie e i personaggi che mi fanno commuovere. Mi rendo conto che il cinema sta cambiando ama, Netflix permette a tante storie diverse di essere messe e disposizione di tutti; credo che l’intrattenimento sia sempre valido quando continua comunque a suscitare un effetto sulle persone.»

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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