Olivier Assayas a #RomaFF14, tra Nouvelle Vague, serialità e Marvel

scritto da: Ludovica Ottaviani

Olivier Assayas è uno dei registi più interessanti del panorama europeo, portatore sano di una tradizione culturale francese che affonda le proprie radici nei Cahiers du Cinema e nella figura intellettuale del regista-critico, avvicinandolo a personaggi chiave della Nouvelle Vague come Truffaut o Godard. Protagonista di un incontro ravvicinato durante RomaFF14, il regista ha parlato della settima arte, del proprio personalissimo approccio ma anche del rapporto controverso con le nuove frontiere del cinema, tra Marvel e Netflix.

Assayas, la Francia ha una lunga tradizione di registi-critici: lei viene dal mondo dei Cahiers du Cinema, come vede quindi il rapporto tra il regista e il critico?

Olivier Assayas: «In realtà questa non è una domanda sola, bensì tante domande condensate in una: io sono stato influenzato da una storia del cinema francese fatta da scrittori di cinema prima di tutto, da critici diventati poi registi, e mi riferisco alla Nouvelle Vague ma non solo, anche a scrittori più classici che hanno iniziato attraverso la loro scrittura una riflessione sul cinema stesso. Si tratta di un processo che viene da lontano ma che adesso sta perdendo spazio: oggi ci piace solo fare i critici. Io scrivevo perché era un modo per accedere, per avere la possibilità di girare il mio primo film: e quale modo migliore per apprendere il cinema se non scriverlo? Quando scrivevo c’era una generazione di scrittori meravigliosi in giro e io ero sempre il più giovane, il ragazzo in mezzo agli adulti; ma io li ascoltavo e capivo sempre cose importanti sulla storia del cinema e di come si fa il cinema stesso. Io poi volevo solo fare film, ma fino a quel momento avevo lavorato solo come assistente e avevo quindi una conoscenza pratica ma non teorica.

Quando comincio a guardare un film come un regista, capisco che il film è fallito; quando lo guardo con gli occhi del critico è ancora peggio, devo avere il piacere da spettatore per guardarlo e capire com’è stato realizzato, altrimenti non è il modo giusto. Non leggo molto la critica perché mi influenza e ritengo che si debba imparare sia con la critica che con la teoria prima di sentirsi liberi di fare un film. Pensare ai critici, a cosa scriveranno o diranno allora mi fa capire che si è persa l’intuizione del regista che è poi ciò che ti porta avanti e se si fanno cose dal lato opposto è dove quindi ti porta la corrente, l’istinto e non la critica.»

Secondo lei cos’è rimasto della Nouvelle Vague?

Olivier Assayas: «La Nouvelle Vague ha teorizzato e propagato la questione della libertà definendo che un regista poteva avere la stessa libertà di uno scrittore, ovvero: si può evitare l’industria e fare un film low budget con maggior libertà e meno soldi reinventando l’arte cinematografica. Ecco, un progetto simile è un’eredità della Nouvelle Vague dal respiro internazionale ed è importante non tanto cosa ha cambiato nel cinema francese ma soprattutto il modo in cui i registi, in tutto il mondo, hanno cambiato la percezione facendo del cinema diverso. Senza di loro farei film molto diversi e di sicuro in quantità minore ed è tutto vero soprattutto per quei registi che hanno una visione meno industriale del successo internazionale: semplicemente si tratta di una proiezione del cinema libero nel mondo.»

Quale ruolo gioca la critica presso il grande pubblico?

Olivier Assayas: «Ci sono tanti aspetti diversi in gioco nella definizione della parola critico; per me è qualcosa di completamente diverso rispetto alla critica che è magari un punto di riferimento per il grande pubblico perché se la gente si fida, allora va a vedere. La scrittura cinematografica è diversa: io sono stato influenzato dai saggi sul cinema e so che c’è bisogno di uno sguardo sul proprio tempo; io metto un confine tra una critica con le stelle e invece una forma di riflessione sulla funzione del cinema oggi, come si spiega e come funziona. Oggi la riflessione sul ruolo del cinema è, fin troppo spesso, affidata a internet.

Quando scrivevo sui film tempo fa, all’incirca negli anni ’80, c’erano tanti esempi di carta stampata e poi c’era la critica seria e molto influente: erano tutti i giornali culturali nei quali aveva spazio anche il cinema. Oggi i giornali critici hanno posto delle distanze perché tutto è accessibile facilmente tramite internet, cosa impensabile anni fa dove vigeva una cultura cinematografica diversa; con l’avvento delle tecnologie tutti possono costruire il proprio, specifico, rapporto con la storia del cinema in modo del tutto personale.»

Assayas, secondo lei qual è oggi il rapporto che intercorre tra le sale cinematografiche e la serialità?

Olivier Assayas: «A proposito della sala, posso dire che in Francia stanno realizzando molte sale e lì il pubblico o è giovane oppure ha voglia di andarsi a divertire con gli amici vedendo un film, perché il cinema è la forma meno costosa. Il cinema d’autore è il più ambizioso, è vero, ma bisogna considerare che oggi il pubblico sta cambiando perché l’audience si sta riducendo e diventa sempre più anziano.

Sinceramente non sono uno spettatore appassionato di serie tv, ammetto la mia ignoranza in materia ma ci sono diversi aspetti da valutare: ad esempio, io ho sempre visto tutto come un film lunghissimo in stile Fanny e Alexander ma la serie richiede un’altra dimensione. E, da fruitore, l’aspetto legato alla dipendenza è quello che mi interessa meno o che mi coinvolge nel minor modo possibile.»

E invece, per quanto riguarda la questione legata ai cinecomics, le dichiarazioni di Scorsese e Coppola e le varie polemiche che si stanno rincorrendo in questi giorni?

Olivier Assayas: «La questione artistica è strettamente connessa ad una questione di gusto, e parlo da grande amante del cinema popolare americano che non è mai stato da sottovalutare; oggi c’è un monopolio dei film Marvel, e io sono un lettore di fumetti; ma tutto quello che mi piaceva in quest’ultimi si è perso nel passaggio al cinema dove c’è meno vitalità e originalità: non c’è sesso, non c’è sangue etc.  Devo ammettere che non mi piacciono anche a livello artistico, li trovo molto poveri e non riesco ad identificarmi nei personaggi; non riescono ad interessarmi. Quando riguardo i film di fantascienza di 20, 30 anni penso che erano realistici, credibili mentre oggi non ci sono registi in grado di farsi notare. C’è un rapporto troppo stretto a livello industriale con il marketing del cinema, elemento che costringe sempre a realizzare prequel, sequel, reboot etc. Credo che si sia diffusa solo una visione industriale del cinema, legato alla diffusione di massa. E ne parlo da appassionato Marvel e del cinema popolare americano: è come se avessero perso qualcosa importante.»

A proposito di film di genere: ha nominato la fantascienza, ma cosa pensa invece del cinema asiatico, sul quale sembra si siano spenti un po’ i riflettori?

Olivier Assayas: «Quando è stato riscoperto negli anni ‘80-‘90 non si trattava di una moda, bensì dell’occidente che scopriva la storia del cinema cinese e l’estetica molto interessante di questi film: quelli di Kung Fu, il genere di Hong Kong che ha fatto la fortuna di John Woo erano diversi dai nostri film europei, avevano una sintassi affascinante e una forma che ha finito per influenzare il nostro modo di fare e percepire il cinema. Poi è successo che anche lì, mettiamo per colpa delle maglie troppo strette della censura, la sperimentazione è venuta meno privilegiando invece l’aspetto più commerciale legato ai blockbuster: l’unica realtà veramente indipendente rimasta è quella coreana, che ha costruito un vero e proprio “sistema” in Asia.»

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


Siti Web Roma