Dililì a Parigi, il regista Michel Ocelot: “Il mio film d’animazione che fa rivivere la Belle Époque”

scritto da: Ludovica Ottaviani

Dililì a Parigi è il film d’animazione che segna il ritorno, sul grande schermo, di un maestro come il regista francese Michel Ocelot, già artefice del gioiellino Kirikù e la Strega Karabà. Il film uscirà nelle sale il prossimo 24 aprile grazie a Bim Distribuzione e a Movies Inspired, prodotto da Nord-Ouest Films, Studio O, Arte France Cinema, Mars Films, Wild Bunch, Artemis Productions, Senator Film Produktion, Mac Guff.

Nella Parigi della Belle Èpoque, con l’aiuto del giovane fattorino Orel, la piccola canaca Dililì indaga su una serie di rapimenti misteriosi in cui sono coinvolte alcune bambine. Nel corso delle indagini incontreranno personaggi straordinari che li aiuteranno fornendo loro gli indizi necessari per scoprire il covo segreto dei Maschi Maestri, una setta che si muove nella parigina sotterranea, responsabile dei rapimenti.

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il regista Michel Ocelot, parlando del film, del ruolo dell’animazione e dei messaggi veicolati attraverso di essa.

dililì a parigi

Com’è nato il film, da dove viene l’idea alla base del progetto?

«Ogni volta che inizio un film è abominevole, perché di solito ci metto sei anni prima di realizzarlo e poi dev’essere un film davvero valido, che mi prende veramente fin dall’inizio, altrimenti diventa tutto molto più complesso. Nella mia vita sono stato sempre molto sensibile sull’irrazionale squilibrio tra uomo e donna, un aspetto non positivo per nessuna delle due parti. Poi io scoperto che era anche peggio di quello che pensavo, perché in tutti i paesi del mondo alcuni uomini calpestano le donne e soprattutto le bambine, le giovanissime; ci sono più morti solo perché hanno la “colpa” di essere donne di quelli dovuti alle guerre; penso che alle volte, per alcune, sarebbe meglio essere morte che continuare a sopravvivere così.

Il male esiste così come il bene e il bene è la nostra civiltà: questo era l’argomento serio, importante; diciamo che invece l’argomento positivo è entrato in gioco quasi per caso, perché nei film cerco sempre di spaziare attraverso civiltà, periodi storici e costumi diversi esplorando ogni volta qualcosa di nuovo. Qualcuno mi aveva chiesto di ambientare una storia a Parigi e abitandoci ho pensato che fosse la scenografia ideale; in seguito ho scelto di collocarla nella Belle Époque per via dei vestiti che, letteralmente, per far sognare “devono arrivare fino a terra”, altrimenti non sarebbe lo stesso.

Una volta dopo aver deciso tutto questo – epoca inclusa – ho capito che era già tutto ciò di cui avevamo bisogno: la Belle Époque a Parigi, un periodo incentivante, pieno di creatività e cosmopolitismo; c’erano grandi rappresentati dello scibile umano in svariati ambiti, e sarebbe stato proprio interessante mostrare una società di successo che non aveva più bisogno di calpestare gli altri per affermarsi e nella quale le donne riuscivano ad avere successo e ad affermarsi. Pensiamo alla prima studentessa universitaria; alla prima docente universitaria, al primo medico; al primo avvocato donna, alla prima tassista come pure nella scienza c’erano vere campionesse come Madame Curie e tante altre. La Belle Époque è proprio un’epoca ideale per parlare del bene e del male.»

dililì a parigi

Michel Ocelot presenta alla stampa italiana Dililì a Parigi, il suo nuovo film d’animazione

La tecnica d’animazione dei personaggi di Dililì a Parigi, fluidi e stilizzati, con ambienti definiti che sembrano sbucare dalla realtà è decisamente particolare: ce ne può parlare? E se potesse davvero tornare indietro nella Belle Époque, quale personaggio vorrebbe incontrare?

«Di solito la gente, ammirando la mia tecnica d’animazione, pensa che io abbia inventato qualcosa di particolare ma non è così: si ha l’impressione che io abbia inserito dei disegni animati su sfondi reali mentre, in verità, sono solo semplici foto scattate da me alle quali sovrappongo dei personaggi disegnati. Per quanto riguarda invece i personaggi storici, senza problemi vorrei incontrarli tutti, anche se oggettivamente resterai affascinato dalla personalità esuberante del pittore Toulouse-Lautrec e dalle tre grandi donne citate nel film Marie Curie, Louise Michel e la divina Sarah Bernhardt».

Proprio in questi ultimi giorni, alla città di Parigi è stata inferta una nuova ferita tragica con il crollo della Cattedrale di Notre Dame: cosa ne pensa, appunto, delle più recenti tragedie che hanno colpito la città?

«Fatico ancora a parlare di Notre Dame: ho un groppo in gola. Le prime informazioni spaventose riportate sui giornali e sui telegiornali riportavano in grande la notizia: “Notre Dame non c’è più”. Per fortuna invece stamattina ho scoperto che è ancora lì, e che la maggior parte della Cattedrale è salva. Ciò che più mi ha colpito è stata l’onda emotiva che l’episodio ha scatenato nel mondo, questo perché Notre Dame è uno dei simboli della nostra civiltà in tutto il mondo.

Quando si fa un film d’animazione l’attualità entra pochissimo in gioco, se pensiamo che, per esempio, per realizzare Dililì a Parigi ho impiegato ben sei anni; per esempio, quando è emersa la spaventosa vicenda di Boko Haram che rapiva le studentesse in Nigeria, io avevo già scritto la sceneggiatura del film inserendo alcuni dettagli specifici, ma non ho mai preso niente alla leggera comunque: tutto quello che ho rielaborato all’interno dello script l’avevo già preso da qualche altra parte, informandomi.»

dililì a parigi

Un tempo i film d’animazione erano solo per bambini, oggi si può dire che invece alcuni siano pensati solo per gli adulti e spesso trattano temi didattici anche, appunto, per i più piccoli. Alla luce dell’uscita di Dililì a Parigi, come pensi si possa collocare il suo impegno didattico – tipico di un certo filone dell’animazione – e il suo valore civile nella nostra società? A chi è diretto?

«L’animazione è sempre e comunque narrativa: e, proprio come nella narrativa, si fa qualcosa che si vuole liberamente. Personalmente non ho mai fatto film per bambini, non mi ritengo così intelligente da poter fare film pensati per un gruppo particolare, specifico, di persone. Fin dal mio primo film non ho mai pensato ai bambini nello specifico, quanto piuttosto alla forma del racconto filosofico per adulti.

Nel caso specifico di Dililì a Parigi, l’argomento trattato, il soggetto, era l’intolleranza e la violenza quindi non è indirizzato solo ai bambini: questo marchio sarà difficile da mandar via, e all’inizio mi spaventava quest’idea. Ma oggi – dopo svariati film – sono contento perché ho finalmente capito come l’etichetta “per bambini”, attaccata ad un film d’animazione possa rappresentare un cavallo di Troia per gli adulti, perché così non diffidano del film perché credono sia destinato solo ai più piccoli; in tal modo, parlo di qualunque cosa e li faccio piangere involontariamente.»

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Dililì a Parigi è molto attuale, soprattutto per quanto riguarda il tema della condizione della donna.

«Per questo motivo può essere mostrato in molti paesi diversi, perché facendo del bene ognuno può scegliere il proprio ruolo e le bambine in particolare, vedendo il film, possono imparare a diffidare e a sposare la frase, ripetuta da Dililì, “mai più a quattro zampe” come una sorta di slogan, di mantra. Quando le vittime scelgono di non esserlo più, solo allora la vita dei carnefici diventa molto più difficile.»

Quando ha deciso utilizzare il cinema d’animazione come mezzo d’espressione privilegiato?

«A un anno e mezzo credo, quando con una matita ho iniziato a scarabocchiare e non ho più smesso; da lì ho iniziato a giocare e sperimentare facendo giocare i miei fratelli e sorelle ad esempio, decorando la casa in occasione delle feste e impacchettando i regali. È stata una cosa che è venuta da sé, naturalmente. Forse se fossi nato all’epoca dell’informatica non mi sarei mai appassionato all’animazione tradizionale, dove tutto si svolge con il disegno, la carta, le forbici e oggetti che comunque si possono toccare, come se fosse una piccola magia.

Quando vedo sullo schermo i film 3D tipicamente americani devo ammettere che non mi fanno impazzire: li considero un’imitazione realista della realtà stessa appunto; una corsa alla ricerca della verità anche quando – nonostante la verosimiglianza dei personaggi – si inventano storie artificiali. Il bello dell’animazione tradizionale è che il cervello dello spettatore, mentre assiste alla proiezione, ha bisogno di lavorare: nel 3D, un’immagine già elaborata uccide il cervello umano, lo spegne. Invece con dei film d’animazione con protagonisti immortalati attraverso una tecnica semplice e lineare come quella utilizzata, ad esempio, da Luzzati il cervello gioca con il regista e scatena un unico risultato: la gioia.»

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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