Il Nome della Rosa, John Turturro: “Il sapere è uno strumento di difesa contro il potere”

scritto da: Ludovica Ottaviani

Il Nome della Rosa è pronto a tornare sul piccolo schermo: questa volta il romanzo omonimo scritto da Umberto Eco, celebre in tutto il mondo, non sarà oggetto di un nuovo adattamento cinematografico bensì di una trasposizione televisiva diretta da Giacomo Battiato e che vedrà protagonista un ricchissimo cast internazionale composto da John Turturro, Rupert Everett, Damian Hardung, Fabrizio Bentivoglio, Greta Scarano, Richard Sammel, Stefano Fresi, Roberto Herlitzka, Sebastian Koch, James Cosmo, Michael Emerson e la partecipazione straordinaria di Alessio Boni.

La mini-serie evento co-prodotta da 11 Marzo, Palomar, Tele München Group con Rai Fiction e realizzata grazie a Matteo Levi, Carlo Degli Esposti e Nicola Serra, debutterà in esclusiva mondiale il prossimo 4 marzo su Rai Uno per un ciclo di quattro puntate, che cercheranno di dipanare i misteri e i dubbi irrisolti già sollevati nel complesso romanzo di Eco. Senza nemmeno visionare il prodotto finale ma solo sulla base delle – altissime – aspettative, la serie è stata già venduta in tutto il mondo, inclusi paesi come la Gran Bretagna, dove la BBC non acquistava un prodotto italiano da tanto, troppo, tempo.

Presentata alla stampa Il Nome della Rosa, la nuova miniserie tratta dall’omonimo romanzo di Umberto Eco

Il Presidente della Rai Marcello Foa definisce Il Nome della Rosa come «un grande evento, una coproduzione internazionale che onora la Rai in un momento grande per la cultura italiana e per la sua capacità di andare verso il mondo; per tali ragioni il prodotto ha già avuto un ottimo riscontro. La nostra – quanto mia – ambizione al momento è quella di raccogliere tutto il pubblico Rai davanti alla tv, soprattutto quello più giovane; quindi siamo orgogliosi di partire da qui per poi esportare la serie verso il mondo».

Nord Italia, anno 1327. Il frate Guglielmo da Baskerville (Turturro) raggiunge un’isolata abbazia benedettina sulle Alpi. Lo attende una Disputa importante: dovrà rappresentare l’Ordine francescano – appoggiato da Ludovico di Baviera – contro le minacce di Papa Giovanni XXII, pronto a distruggerlo ad ogni costo. A seguirlo nel suo viaggio nell’abbazia è un giovane novizio benedettino, Adso (Hardung), che lo ha scelto come maestro e guida: cioè che nessuno dei due immagina è di ritrovarsi al centro di un sinistro mistero che li spingerà ad indagare sull’identità e sul movente di un assassino seriale lottando contro il tempo, per risolvere il caso prima dell’arrivo di Bernardo Gui (Everett) il grande inquisitore.

È direttamente il Direttore di Rai Fiction ad aggiungere ulteriori dettagli sulla genesi e sullo sviluppo del progetto legato a Il Nome della Rosa: «La nostra volontà era quella di puntare sull’internazionalizzazione dei prodotti Rai che nascono direttamente dal nostro patrimonio culturale italiano; questa serie, ad esempio, nasce dal libro più famoso e importante all’estero, incluso nella lista dei libri più importanti del XX secolo. La dimensione seriale è decisamente più adatta alla ricchezza del romanzo di Eco, che bollava la sua opera come difficile perché in 500 pagine non si esaurisce solo un giallo: il libro parla di tante tematiche importanti anche per oggi, come l’importanza della razionalità sulla paura e l’importanza del sapere e della cultura. Il primo strato è il thriller gotico; poi arriva la complessità della trama e dei personaggi. Eco ha ceduto i diritti del libro perché c’era di mezzo la Rai che sentiva un po’ come casa sua, la considerava una garanzia per mantenere intatto lo spirito del romanzo.

Girato a Cinecittà, simbolo eccellente dell’artigianato italiano, ma con sul set un respiro più grande ed internazionale, è stata proprio l’importanza del progetto a permetterci di coinvolgere delle star internazionali come Turturro, che è un attore intelligente e non convenzionale che ha perfino portato il suo personalissimo contributo anche alla scrittura.  Giacomo Battiato, poi, è riuscito a creare attraverso la regia una vera e propria festa per gli occhi, ri-collegandosi tra le innumerevoli ispirazioni all’iconografia pittorica dell’epoca e ai giochi di luce tipici della pittura, cercando d’infondere del colore ovunque, perfino dove non c’era. Perfino la luce, nella regia de Il Nome della Rosa, era astratta proprio per imitare quella dei pittori, poco interessati a definire l’effettiva fonte della luce ma badando soprattutto all’effetto che da esso scaturiva. Battiato, scavando così nei pregi, nelle debolezze e nei difetti dei personaggi, è riuscito comunque a costruire una macchina seriale adulta e matura che è cresciuta con il pubblico Rai che pretende, sempre, qualità».

Ed è proprio il regista Giacomo Battiato ad aggiungere che «la serie è stata un vero miracolo perché, dopo varie vicissitudini, sono ancora vivo! Perché non è stata un’impresa semplice Il Nome della Rosa in quanto non si parte da un semplice romanzo ma da un grande libro: dietro il poliziesco c’è tutta la storia, la filosofia, la paura, la conoscenza, l’amore e un’approfondita riflessione sul ruolo delle donne. Trasformare tutto questo non in una lezione teorica ma in azione per immagini è stata una vera impresa. Spesso i registi dicono, dopo la fine di un progetto, che hanno lavorato con il cast ideale: quel velo d’ipocrisia che accompagna spesso queste dichiarazioni qui è stato strappato via, perché personalmente se ho un attore davanti alla MdP e non si dimostra tanto bravo divento subito pessimo e ingestibile; nel nostro caso, invece, la qualità della recitazione era altissima e in particolare gli attori italiani sono stati proprio un valore aggiunto».

Ma a calamitare l’attenzione è di sicuro il protagonista John Turturro, che ne Il Nome della Rosa vesti i panni del brillante e ironico frate francescano Guglielmo da Baskerville: «Sono davvero contento che Giacomo abbia pensato a me per la parte e non finirò mai di ringraziarlo abbastanza per aver fatto emergere il mio lato inglese! All’inizio, davanti alla proposta, ero sorpreso anche perché di Umberto Eco avevo letto solo Il Cimitero di Praga; poi ho letto anche Il Nome della Rosa e ho trovato il libro fantastico, come del resto lo è stato lavorare con questo cast. La serie è stata una splendida esperienza, e il libro nello specifico racconta di un mondo attuale ancora oggi che è pertinente e realistico in relazione con i nostri tempi moderni.

Per fortuna Il Nome della Rosa è nata sotto l’egida di una grandissima esperienza di collaborazione tra tutti, coadiuvata soprattutto dal cast italiano popolato da attori bravissimi che recitavano dialoghi complessi in un’altra lingua – l’inglese – non senza difficoltà che però superavano brillantemente: già è difficile recitare in un’altra lingua, figuratevi dovendo risultare pure ironici! Sono rimasto così colpito e commosso dalla grandiosità del progetto ed è stato importante per imparare qualcosa di nuovo, ogni volta, da ciò che si fa. Per prepararmi al ruolo non ho mai visto il film originale di Jean-Jacques Annaud con Sean Connery, un attore che comunque adoro: nel nostro caso si è trattato proprio di un lavoro corale che ha generato un’opera corale di cui mi ritengo molto soddisfatto».

In ultima analisi, è sempre il noto attore John Turturro a riflettere ancora una volta sull’importanza della sceneggiatura dietro questo adattamento, alla quale ha lavorato insieme al regista Battiato, a Nigel Williams e ad Andrea Porporati, che aveva già ricevuto la benedizione di Umberto Eco stesso per questa nuova trasposizione del progetto:

«In realtà ciò che è emerso mentre lavoravamo alla sceneggiatura era il fatto che ciò che più mi attirava, a livello di contenuti, era la possibile d’inserire quante più tracce possibili di Umberto Eco e quante più parti possibili tratte dal romanzo, anche se non era facile ma sapevo che era importante, come ad esempio mantenere tutti quegli aspetti legati al ruolo della scienza e della conoscenza.

Guglielmo da Baskerville, il mio personaggio, è un ex inquisitore diventato frate francescano; è allo stesso tempo un uomo dall’ingegno acuto, un attento osservatore della realtà dotato di un raffinato senso dell’umorismo. Guglielmo ha tante sfaccettature e sono tutte fondamentali, ma ciò che più mi interessava anche in questo caso – da attore e da essere umano – era il processo mentale che era celato dietro ogni sua scelta, l’idea che il sapere e la conoscenza fossero usati come strumenti di difesa contro il potere all’interno de Il Nome della Rosa: due aspetti interessanti e sempre validi che abbiamo scelto di analizzare insieme a Giacomo fin dall’inizio del nostro percorso».

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


Siti Web Roma