Il Primo Re: Matteo Rovere e il cast presentano l’attesissimo film

scritto da: Ludovica Ottaviani

Il Primo Re è il titolo dell’epico sforzo titanico – produttivo e registico – compiuto da Matteo Rovere (Veloce Come il Vento, la trilogia di Smetto Quando Voglio come produttore) insieme ad Andrea Paris con la loro casa di produzione Groenlandia. Il film racconta la fondazione di Roma ad opera dei gemelli Romolo e Remo svestendo però la storia del suo aspetto mitico-leggendario, riconducendola a un’incalzante narrazione che oscilla tra la lotta alla sopravvivenza e la ricerca del potere, il tutto avvolto da un alone d’inquietante misticismo.

Nel cast del film (qui il trailer ufficiale) figurano i due giovani attori protagonisti Alessandro Borghi – ormai una vera garanzia – e Alessio Lapice, affiancati da una teoria di strepitosi caratteristi e comprimari tra i quali spicca Tania Garribba, una delle poche “quote rosa” di un cast declinato quasi esclusivamente al maschile per raccontare una storia archetipica antica quanto la notte dei tempi, e che vede l’eterno conflitto tra due fratelli sempre sul punto di deflagrare.

Due fratelli, Romolo e Remo, soli e con la speranza di riporre nell’uno la forza dell’altro. In un mondo antico e ostile sfideranno il volere implacabile degli Dei e dal loro sangue nascerà una città, Roma, che diventerà il più grande impero conosciuto dalla Storia. Il loro, un legame fortissimo, destinato invece a diventare leggenda.

il primo re

Matteo Rovere, Alessandro Borghi e Alessio Lapice presentano Il Primo Re alla stampa

Il regista e produttore Rovere insieme al cast – Borghi, Lapice e Garribba – affiancati dagli sceneggiatori Filippo Gravino e Francesca Manieri, hanno presentato il film alla stampa, discutendo sul ruolo del mito e sul senso di un film pronto a riportare in auge il concetto di genere, un tempo elemento imprescindibile dell’industria audiovisiva italiana.

Matteo, com’è nata l’idea per Il Primo Re che è, a tutti gli effetti, un film di genere?

Matteo Rovere: «In effetti non ricordo il momento esatto in cui a me e agli sceneggiatori Filippo e Francesca è venuta in mente l’idea di base; ma ricordo che sia con loro che con Andrea Paris (produttore, NdA) tutto è nato dalla volontà di cercare una storia che avesse un sedimento nel passato capace però di adattarsi al gusto dei tempi moderni, per creare in tal modo un racconto action spettacolare che spesso in Italia non vengono realizzati, ma che un tempo la nostra cinematografia conosceva fin troppo bene.

Negli anni d’oro del nostro cinema questo tipo di film venivano girati perché il genere è sempre esistito, e anche oggi un racconto audiovisivo come quello alla base de Il Primo Re parla del presente senza perdere la sua essenza italiana, grazie soprattutto a una costruzione produttiva e alle maestranze coinvolte, che sono state esclusivamente italiane. Forse un’operazione simile può rappresentare un percorso di rinnovamento per la nostra cinematografia».

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Nel film, oltre a un maestoso – quanto massacrante – lavoro fisico condotto dagli attori sul loro corpo ce n’è un altro, più sottile, che riguarda lo studio del linguaggio, e non mi riferisco solo alla scelta del latino arcaico come lingua privilegiata, ma anche a quello non verbale che sostiene numerose scene. Quale tipo di approccio avete adottato sul set?

Alessandro Borghi: «Devo ammettere che tutto questo lavoro è stato più complesso… pensarlo che farlo, soprattutto quando, all’inizio, Matteo mi ha annunciato che il copione sarebbe stato scritto in proto latino, ho pensato subito alla figuraccia che avrei fatto. Ma il potere di questa lingua è stato quello di “agire” dentro di me, lentamente, anche semplicemente ascoltandola: e così facevo, ascoltavo la mia voce registrata di continuo, perfino di notte, e alla fine ha funzionato.

Vi racconto un aneddoto: un giorno facevamo le prove in un grande capannone, era Agosto, e Matteo mi annuncia che il giorno dopo dovevo provare uno dei lunghi monologhi che ho nel film. Lo confesso, avevo paura di non ricordarlo ma contro ogni pronostico invece lo sapevo, e lì ho capito qual era la strategia giusta per procedere con il lavoro. Ogni aspetto de Il Primo Re è stato oggetto di lunghe, lunghissime chiacchierate con Matteo e Alessio per trovare le giuste chiavi di lettura e di interpretazione».

Alessio Lapice: «Anch’io devo ammettere d’aver avuto dei problemi con uno dei monologhi, perché Matteo mi ha cambiato tutto in corsa e sei giorni dopo dovevo provarlo per la prima volta; ma confesso che questa preparazione che lui ha e che lo porta ad avere già tutto in mente ha permesso, a me e ad Alessandro, di dedicarci solo a questo aspetto e basta. Per quanto riguarda Romolo, è un personaggio che fa molta fatica a parlare e il suo silenzio urla, grida.

E a proposito della lingua, devo ammettere che all’inizio il latino arcaico mi ha spaventato molto, poi però sul set tutto ciò che ci circondava ci ha aiutato, permettendoci di entrare in un mondo immaginario quasi nostro, chiamiamola una “versione prototipa” di quella che ho visto dopo un anno sul grande schermo, una novità assoluta e quindi un prototipo, appunto, di qualcosa d’immaginario anche per chi guarda, perché il mito è proprio come l’immaginario: è personale ed è difficile da ricreare. La lingua era complessa perché bisognava conoscere le battute di tutti nella speranza di imparare il senso del copione nel complesso, senza far diventare tutto un elenco telefonico; è stato un percorso di ricerca – quello linguistico – che in qualche modo contrastava (finendosi però per integrare) con l’aspetto fisico che caratterizza il prodotto finale».

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E dal punto di vista degli sceneggiatori?

Francesca Manieri: «Per equilibrare il discorso linguistico – verbale, siamo partiti da questi ragionamenti: Il Primo Re è ambientato nell’ottavo secolo a. C.; i personaggi sono afflitti dalla fame, perseguitati dagli stenti e costretti ad adattarsi all’ambiente ostile di un bosco; ovviamente finiranno per non parlare molto. Per quanto la nostra sia una sceneggiatura originale, finisce involontariamente per trasformarsi in una sorta di adattamento del mito (recuperato dalla fonte originali di storici come Livio, Plutarco, Ovidio etc.) e quando sei immerso in quest’ultimo e metti le mani nell’archetipo, il tessuto testuale che è alla base del film al quale stai lavorando prende corpo; quindi per noi si doveva lavorare sul silenzio, sulla densità dei contenuti intesi come il rapporto uomo – natura, il concetto di libero arbitrio e quello di destino; natura che ha in sé Dio che finisce per annidarsi nella forza stessa della natura.

Questo film lavora sul concetto di rimozione alla base della cultura moderna e su archetipi come il ruolo di Dio e della divinità nella sfera umana. Quando ci si confronta con la natura inarrivabile di Dio allora vince il concetto stesso del silenzio, e perfino quando abbiamo scelto il proto-latino arcaico ci sembrava la lingua giusta per il suo suono, risultando così aguzza e spigolosa, adatta a un film sinestetico».

Filippo Gravino: «È interessante il discorso sulla fratellanza e il rapporto tra i due gemelli che poi si logora per via di un demone interno; in virtù di un processo degenerativo così abbiamo pensato che il demone fosse fuori da loro e fosse annidato in un dio, una forza superiore; ci siamo ispirati come modello cinematografico, per costruire questo rapporto umano, a un classico come Rocco e i Suoi Fratelli!»

Il Primo Re è girato quasi tutto in esterni: avete avuto difficoltà?

Matteo Rovere: «Questa è stata la vera sfida produttiva organizzata soprattutto da Andrea Paris, dove la paura degli esterni era altissima: solo una scena è girata all’interno di una capanna, che comunque non era perfettamente al chiuso, lontana dagli agenti atmosferici esterni. Per la nostra industria cinematografica è troppo complesso pensare a un film in questo modo e gestire quindi le minacce esterne come, che so, lo sporco, il fango, l’acqua piovana etc.

Abbiamo deciso di mettere al servizio dello spettatore il mezzo cinematografico e la fatica che vedete sui loro corpi, quelli degli attori: è tutta vera e i vari comparti tecnici hanno usato la natura come un pennello per i loro scopi; siamo stati fortunati, ad esempio, perché la luce dell’esterno domina la scena e tutte le parti sono state così in grado di costruire un tessuto irripetibile che restituisce, sul grande schermo, l’impatto visivo che abbiamo avuto anche noi».

Questa volontà di cogliere il lato storico del mito adattandolo per il grande schermo, in un film di genere, è un’operazione che avete iniziato ad architettare tempo fa. Oggi, vi siete posti i problemi legati a eventuali polemiche legate alla triade tematica che sembra accompagnare il film, ovvero quei tre concetti di Dio – Patria – Famiglia?

Matteo Rovere: «Il discorso primigenio legato alla relazione sentimentale che c’è, insito nella fratellanza stessa, ci ha permesso di portare avanti un racconto e, quindi, un discorso in ambito mitico. Nel mito c’è un costante dualismo belligerante, tutto si basa sui conflitti e si tende a restare in superficie, senza approfondire le emozioni in modo profondo e viscerale, al contrario del percorso che abbiamo cercato di tracciare con il film. Quei tre concetti che hai elencato non costruiscono, ne Il Primo Re, un impianto salvifico in nessun modo: il dio di cui si parla è un villain e il film in sé è pervaso da una visione non proprio ateistica, ma tende a proiettarlo come un nemico raccontato all’interno della cornice di un dualismo vissuto tra Romolo e Remo; si prende quindi l’elemento alla base del terrore nei confronti del dio – caratteristica, nel film, tipica di Remo – e viene rielaborato all’esterno di queste condizioni emotive.

Questi tre elementi sono alla base della costruzione della patria; i personaggi cercano di difendersi dalla natura che diventa il dio stesso, ma prima di tutto dall’inconoscibile. C’è una lettura emotiva di Romolo, nel film, che mette in discussione questa triade citata. Il discorso che fa è che, essendo stato messo dal Destino di fronte a una scelta che lo ha costretto a cambiare, automaticamente nasce da qui un concetto primitivo di politica, intesa come aggregazione e visione vicina a qualcosa che lega, ad esempio, il fuoco – in quanto elemento cardine – al simbolismo aggregante alla base della comunità».

Francesca Manieri: «Quando Romolo fondò Roma, secondo gli storici aggregò intorno a sé poveri e derelitti; quindi, credo proprio che nel concetto di apertura si nasconda la vera interpretazione. Ne Il Primo Re succedono degli eventi nitidi e la famiglia, simbolica e tradizionale, viene distrutta nel sangue. Non abbiamo quindi scritto un’apologia di questi concetti bensì una dichiarazione di fondo. A proposito, ad esempio, del secondo concetto legato alla patria, abbiamo ragionato non sulla patria in sé ma sul concetto di comunità inteso come “ciò che lega”: un vuoto e non un pieno quindi, un elemento che sradica il concetto stesso come noi lo conosciamo, ovvero quello aggregativo. Infine, per quanto riguarda la divinità, ne Il Primo Re il polo questionante è proprio Romolo che rivolge domande.

Non c’è quindi nessun aspetto sacro legato ai tre cardini, ma una costante messa in discussione che permetter di ritrovarsi in mano degli interrogativi che evadiamo, soprattutto attraverso dei monologhi dallo stampo shakespeariano – sembrano ispirarsi al Macbeth – che sanno sempre come mettere tutto in discussione».

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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