L’Uomo del Labirinto, Donato Carrisi: “Il mio thriller vintage dal sapore anni ’90”

scritto da: Ludovica Ottaviani

L’Uomo del Labirinto è l’atteso ritorno di Donato Carrisi dietro la macchina da presa dopo il grande successo del precedente La Ragazza nella Nebbia. Lo scrittore, forte di un David di Donatello guadagnato nel 2019, adatta per il grande schermo il suo ultimo romanzo, che è ancora una volta un thriller dalle venature inquietanti e destabilizzanti. Davanti il suo occhio meccanico ritroviamo il sodale Toni Servillo che duetta con un’icona come Dustin Hoffman; al loro fianco figurano Valentina Bellè, Vinicio Marchioni e Caterina Shulha.

Il film, prodotto da Colorado Film e distribuito da Medusa Film, arriverà nelle sale il prossimo 30 Ottobre in 200 copie. Carrisi, insieme al resto del film, ha dialogato con la stampa presente in occasione della presentazione dell’opera ripercorrendo l’iter che lo ha spinto ad adattare proprio questo romanzo, raccontandone inoltre la genesi e alcuni curiosi aneddoti dietro le quinte che hanno riguardato soprattutto la presenza, sul set, di un mostro sacro come Hoffman.

Ma ad iniziare, parlando proprio del suo personaggio (Bruno Genko) interpretato ne L’Uomo del Labirinto, è stato il protagonista Toni Servillo: «Trovo affascinanti i vari livelli di labirinto presenti nel film: prima di tutto c’è una città fuori dal tempo e dallo spazio, minacciata da un sinistro caldo biblico – presagio d’apocalisse – quanto minaccioso; c’è poi ovviamente un labirinto della mente dal quale fuggire ma non si sa nemmeno come ci si è finiti dentro e poi infine, per quanto riguarda il mio personaggio – Genko – io sinceramente non ero convinto di tornare ad interpretare un detective come nel precedente La Ragazza nella Nebbia; qui però mi ha convinto Donato, dicendomi che non si trattava di una detection tradizionale quanto di un personaggio chandleriano, che deve morire e allora si occupa del recupero crediti.

È un uomo che cerca il proprio riscatto con un lungo caso, così entra in contatto con ambienti e luoghi che hanno a che fare con il vizio, un po’ nello stile dei gironi danteschi, ovviamente elementi che aggiungono un’inquietudine morale nello spettatore, perché si scende nel vizio, quindi nel mondo di persone strane che lo popolano. Devo ammettere che mi sono molto affezionato all’umanità di Genko. E poi recitare in un film con Hoffman, condividendo con lui la scena e la responsabilità, per me è stato un mito della mia generazione: è uno di quegli attori che hanno portato la figura del divo per la strada, in mezzo alla strada venendo anche dalla strada: appartiene a quella generazione degli anni ‘70 e per me è stato un vero onore condividere con lui il set e fare con lui un film, un vero regalo del destino.»

A riprendere successivamente la parola, cavalcando l’onda del discorso di Servillo e raccontando il percorso che lo ha spinto a realizzare il romanzo L’Uomo del Labirinto e il successivo film, è proprio Donato Carrisi:

«Quando devo scrivere una storia parto da una mia paura, e in questo caso specifico dalla paura del labirinto e per la claustrofobia: ma tutto ciò non bastava. Allora ho recuperato la mia paura del buio e infatti ho scritto il personaggio della protagonista femminile in modo tale che si ritrovasse a camminare sempre e solo sotto una luce, per rendere l’idea di perdersi continuamente, da sola, nel buio più profondo; a questo elemento ho poi aggiunto le innumerevoli porte che avete visto anche nel film. Noi seppelliamo le paura dietro delle porte di ferro, ma ogni tanto una si apre e allora esce la paura in questione che torna a farci visita. Da adulti abbiamo l’illusione d’aver superato le paure dell’infanzia ma sono umanissime invece, fatte di carne ed ossa, e per questo in un secondo momento sono molto più minacciose.

A Toni ho detto che la parabola di Genko era quella della discesa agli inferi di un uomo che sta morendo: Genko è già a un passo dalla morte, quindi può immaginare cose strane tipo un uomo con la testa a forma di coniglio e immaginare addirittura la sua stessa morte: il personaggio per la prima volta non ha preso vita bensì… morte, un processo che nel film è stato faticoso per Toni, questo continuo entrare e uscire da un personaggio moribondo; una difficoltà sia a livello fisico che psichico.

L’Uomo del Labirinto è il mio ultimo romanzo che ho scritto: era quindi ancora vivo in me e volevo immortalare le immagini subito sul grande schermo. A Dustin Hoffman ho raccontato la storia e si è convinto subito quando ha saputo che c’era Servillo nel cast: poi dopo ha iniziato a farmi delle domande ma è stato semplice farlo entrare nel mio immaginario e poi ha un ruolo da protagonista, non un cameo che sì sono una garanzia perché comunque vada il film da attore non devi portare il peso della responsabilità del film sulle spalle; invece in questo caso erano in due i protagonisti e sono entrambi i produttori esecutivi del film, tra l’altro

Noi siamo da sempre, ormai, una grande squadra collaudata e tutti hanno lavorato con gioia sul set: Hoffman si è divertito tanto e infatti non voleva più andare via! Il film è stato girato a Cinecittà, in studio, ed era commosso perché ci ha raccontato che all’epoca rifiutò un ruolo in un film di Fellini; finito il suo orario si accomodava a fianco a me e avevamo nonostante avessimo allestito, sia pe lui che per Servillo, dei camerini pieni di memorabilia: devo dire che non ci hanno passato molto tempo! Sia Hoffman che Servillo hanno un’energia particolare sul set che hanno trasmesso a tutti, e l’intera troupe ne era contagiata.»

A chi gli fa notare dei riferimenti alla grande lettura, tirando in balla tanto Kafka quanto Borges, Donato Carrisi replica in questo modo: «Il riferimento a Kafka è vivo e presente ne L’Uomo del Labirinto: pensiamo, che so, al ruolo che hanno gli specchi all’interno del film, un ruolo che affonda la sua funzione nella realtà, in un terribile fatto di cronaca nera: un rapitore che tolse gli specchi alla vittima. Da questo episodio è partita la mia riflessione: Al giorno d’oggi possiamo sopravvivere senza specchi, noi che siamo vittime di una società dove tutto è riflesso ed è il riflesso di qualcosa? A livello estetico c’è tanto di David Lynch in questo thriller, è vero, io mi metto sempre nei panni del lettore/spettatore quando scrivo, perché cerco di realizzare quello che voglio vedere a mia volta, e in questo caso volevo rievocare i grandi thriller degli anni ‘90 tipo The Game, Seven, I Soliti Sospetti o il capolavoro Il Silenzio degli Innocenti: questo genere ha avuto una stagione di gloria, poi nessuno li ha più fatti e quindi voglio provare a farli io, inserendo degli elementi vintage all’interno perché mi piacciono e rendono tutto così anacronistico.»

L’Uomo del Labirinto arriverà nelle sale dal 30 ottobre, distribuito da Medusa Film.

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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