Captive State, recensione dello sci-fi di Rupert Wyatt con John Goodman

scritto da: Ludovica Ottaviani

Captive State è il titolo del film che riporta il regista Rupert Wyatt dietro la macchina da presa dopo il successo de L’Alba del Pianeta delle Scimmie. Nel cast spiccano attori “veterani” come John Goodman e Vera Farmiga accanto a nuovi volti televisivi e giovani promesse cinematografiche come Ashton Sanders, Jonathan Majors, Kevin Dunn, Ben Daniels, James Ransone, Alan Ruck, Madeline Brewer, Kevin J. O’Connor, D. B. Sweeney e Machine Gun Kelly.

Dieci anni dopo un’invasione aliena, ovvero nel 2025, la Terra è ormai un pianeta allo sbando. La città occupata di Chicago è divisa in due fazioni: coloro che hanno giurato fedeltà agli alieni e coloro che si sono uniti ai ribelli nella loro lotta contro gli invasori. Due fratelli orfani cercheranno di ritrovarsi, unendosi alla resistenza, per dare al pianeta una nuova speranza e la forza di liberarsi dall’invasore. Ma sulla loro strada incontreranno l’integerrimo poliziotto William Mulligan (Goodman), intenzionato a sgominare i facinorosi senza però restare impigliato nelle maglie corrotte e malate del potere.

Captive State (qui il trailer italiano ufficiale) è un film ambizioso: definirlo sci-fi è limitante. Collocarlo nell’ambito della fantascienza solo perché mette in piedi un’invasione aliena è castrante per questo prodotto che, strizzando un occhio al cinema del padre del polar Jean-Pierre Melville e del nostro Gillo Pontecorvo, cerca di costruire – letteralmente – con meticolosa dovizia di particolari una ricetta per la rivoluzione, passo dopo passo.

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Captive State, il nuovo sci-fi di Rupert Wyatt, dal 28 marzo al cinema

Il ritmo del film segue questa costruzione, che tanto ricorda un razzo o uno space shuttle in fase di decollo: c’è la lunga preparazione, l’accensione dei motori e infine quella scintilla che permette di proiettarsi nello spazio. L’opera militante di Wyatt sfrutta la durata – forse troppo ridondante – di 1 ora e 49 minuti per ottenere quest’effetto, letteralmente per preparare lo spettatore agli scenari inediti che mostrerà nel finale.

Militante, sì, perché Captive State parla di rivoluzioni e occupazioni; d’invasori ostili pronti a raggiungere con la violenza e la coercizione i propri scopi, mantenendo un ordine globale basato sulla paura. Traslando la dinamica, fin troppo moderna, in un mondo alternativo dalle venature sci-fi dove alieni invasori provenienti da un altro pianeta atterrano sul nostro con echi provenienti direttamente dalle apocalissi estetiche di Independence Day, il film finisce per trasformarsi in un affresco action di genere incentrato tanto sulle occupazioni quanto sulle rivoluzioni, analizzando nel dettaglio il conflittuale rapporto tra oppressi ed oppressori.

Lo stile visivo adottato da Wyatt, così cupo e plumbeo, oppressivo e sofisticato, ricorda le atmosfere da fantascienza retrò dove il futuro non è troppo dissimile dal nostro presente, solo si rende protagonista di una rigorosa involuzione che azzera le moderne tecnologie, riportando la civiltà indietro, proiettandola in un’epoca lontana dal potere delle moderne tecnologie.

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Un altro dei temi caldi implicitamente sfiorati da Captive State riguarda proprio il ruolo della comunicazione, o comunque delle tecnologie che ci permettono di essere sempre connessi, come pure d’immagazzinare immediatamente dati e immagini che si trasformano subito in ricordi; Wyatt immagina un futuro plausibile in cui l’uomo, privato di questo “potere”, si ritrova a scambiare clandestinamente dati proibiti, inseguendo l’utopia del ricordo quanto la ricerca, ad ogni costo, di una propria voce.

I conflitti mostrati nel film, proiettati nel 2025, sono assai più vicini alla nostra contemporaneità quanto alle dinamiche travagliate che spesso hanno accompagnate lotte più o meno armate: resistenza passiva o attiva, armarsi per difendersi e cacciare l’invasore oppure resistere e aspettare il momento buono, sono dubbi che la storia solleva da sempre e che il regista sceglie di cavalcare per arricchire il mosaico d’idee alla base del film.

E proprio il mosaico che compone Captive State è a tratti fin troppo complesso e inespresso, inficiato da un’eccessiva lunghezza che ne fiacca i passaggi salienti rallentando la propria corsa verso le stelle, senza però nulla togliere al fascino di un’idea seducente quanto sobillatrice.

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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