Dililì a Parigi, recensione del film d’animazione di Michel Ocelot

scritto da: Ludovica Ottaviani

Dililì a Parigi è il nuovo film d’animazione che segna il ritorno, sul grande schermo, di un grande regista e maestro francese come Michel Ocelot (Kirikù e la Strega Karabà, Azur e Asmar) che torna a raccontare le contraddizioni della nostra società attraverso il linguaggio – visivo ed emotivo – del disegno e della fiaba moderna.

Nella Parigi della Belle Èpoque, con l’aiuto del giovane fattorino Orel, la piccola canaca Dililì indaga su una serie di rapimenti misteriosi in cui sono coinvolte alcune bambine. Nel corso delle indagini incontreranno personaggi straordinari che li aiuteranno fornendo loro gli indizi necessari per scoprire il covo segreto dei Maschi Maestri, una setta che si muove nella parigina sotterranea, responsabile dei rapimenti.

Il film di Ocelot è una vera gioia per la testa, gli occhi e il cuore: un’opera animata che flirta con il piacere retinico ricreando, sul grande schermo, le suggestioni libere e sfrontate della Parigi della Belle Èpoque, un’age d’or della cultura francese alla quale si guarda spesso con struggente malinconia, soprattutto nei confronti di quell’humus culturale che vide concentrarsi – in un arco di tempo limitato e nello spazio limitato della Ville Lumiere – le menti più illuminate e brillanti dell’intellighenzia culturale e artistica mondiale.

Parigi, tra la metà dell’800 e i primi del ‘900, è stata il polo propulsivo di un periodo luminoso e di una grande rivoluzione culturale quanto sociale: il canto del cigno di un’epoca che, di lì a breve, fu travolta (e in alcuni casi spazzata via) dalle ombre del Secolo Breve, funestato da due Guerre Mondiali. Il richiamo delle novità francesi spinse poeti, letterati, pittori, musicisti, cantanti e artisti in genere a cedere al richiamo seducente delle sirene d’Ulisse di questa città-musa sfrontata e cosmopolita, dominata appunto dalle pirotecniche luci che le fecero guadagnare l’appellativo di Ville Lumiere.

Ocelot, attraverso Dililì a Parigi, è riuscito proprio nel prodigio di far rivivere sul grande schermo – come ha raccontato anche durante la conferenza stampa – le bellezze di un’epoca perduta e capace ancora di sedurre lo spettatore, col suo fascino enigmatico ed ipnotico; ma la rivisitazione malinconica si colloca in una struttura più ampia, nel cuore di una fiaba nera su bambine rapite, donne sfruttate e un’orribile minaccia che risponde al nome di Maschi Maestri: una sorta di loggia massonica il cui fine è quello di fermare la rivoluzione dei costumi che sta portando all’emancipazione femminile.

Ocelot non solo riflette sull’eterno contrasto e le costanti differenze tra uomo e donna distorcendoli – ed enfatizzandoli – attraverso la lente sfaccettata del film d’animazione per tutti e la fiaba; ma ponendo come protagonista del racconto filmico un’irresistibile quanto splendida bimba canaca di nome Dililì, crea un involontario (quanto necessario) elegante inno al Girl Power, all’emancipazione intelligente e libera, che respira lo stesso spirito indomito dell’epoca in cui è ambientato il film.

Dililì diventa il transfert di ogni donna: una bambina candida ma coriacea, intelligente, brillante e capace di dialogare con i propri tempi quanto con le menti illuminate della propria epoca. Una figura chiave capace di fare da ponte tra le differenze, abbattendole e veicolandole piuttosto verso un obiettivo comune.

La forza del messaggio narrato in Dililì a Parigi è incrementato dall’estetica scelta da Ocelot per il film, con la predilezione per un disegno piatto, colorato, bidimensionale e naif che tanto ricorda, da vicino, le opere del “doganiere” Rousseau: vitalistici inni all’energia della vita; esplosioni incontrollate di colori, bengala pirotecnici capaci di rubare la scena e il cuore di chi guarda.

Guarda il trailer ufficiale di Dililì a Parigi

Ludovica Ottaviani

Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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