Dolor y Gloria, recensione del film di Pedro Almodóvar con Antonio Banderas

scritto da: Ludovica Ottaviani

Dolor y Gloria è il nuovo, atteso, film di Pedro Almodóvar che segna il ritorno del regista dietro la macchina da presa, cimentandosi con una sorta di summa compendiaria della sua opera omnia, nonché con un bilancio agrodolce della propria vita, sospesa tra privato e pubblico, creatività e realtà. Davanti l’occhio meccanico, il regista ritrova i sodali Antonio Banderas e Penélope Cruz (quest’ultima in un’apparizione speciale), affiancati da Asier Etxeandia, Leonardo Sbaraglia e Nora Navas.

Il film racconta una serie di ricongiungimenti di Salvador Mallo (Banderas), un regista cinematografico ormai sul viale del tramonto. Alcuni sono fisici, altri solo evocati dal ricordo: la sua infanzia negli anni ’60 quando emigrò con i genitori a Valencia, in cerca di fortuna; il primo desiderio; il suo primo amore da adulto nella Madrid degli anni ’80; il dolore della rottura di questo amore quando era ancora vivo e palpitante; la scrittura come unica terapia per dimenticare l’indimenticabile; la precoce scoperta del cinema ed il senso di vuoto causato dall’impossibilità di poter girare nuovi film. Ma proprio nel recupero del proprio passato Salvador avverte l’urgenza di narrarlo, trovando così la propria via di salvezza.

Dolor y Gloria (qui il trailer italiano ufficiale) rappresenta una sorta di trilogia ideale per il regista, insieme a La Legge del Desiderio e La Mala Educación. Al contrario degli altri due, però, il film supera i confini stessi – e i limiti – della poetica cinematografica almodovariana, riflettendo proprio su quest’ultimi e sancendo la sua entrata nella dimensione degli autori, un gruppo capace di (auto)riflettere su se stesso e sul proprio cinema quanto di riprodurre, sotto forma di schemi fissi come frattali, determinate tematiche declinate sotto nuove luci e sfumature.

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Dolor y Gloria, il nuovo film di Pedro Almodóvar, dal 17 maggio nelle sale

E se ogni cosa è illuminata dalla luce del passato, il regista spagnolo sposa questa filosofia accogliendola nel proprio mondo prima di spalancarne le porte: perché Dolor y Gloria è molto più di un film, è un viaggio romanzato nel profondo – pubblico e privato – di un artista che ha scelto l’arte che ama di più e che più sente congeniale (la settima) per mettersi a nudo, spogliandosi dell’allure d’icona per meditare attraverso un bilancio che è, allo stesso tempo, tanto un viaggio dal sapore amarcord nei luoghi della memoria quanto un’appassionante ricerca di un nuovo equilibrio per il futuro.

Lontano dall’umorismo sfrontato e dagli eccessi degli esordi – e di buona parte del suo cinema –, Almodóvar richiama gli amici di sempre Banderas e Cruz e li trasforma negli specchi che riflettono il suo passato; tanto l’attrice spagnola è la Madre, quella figura di donna forte e sempre presente nella vita del regista, che qui si trasforma per la prima volta in una figura conflittuale, quasi edipica, per la futura carriera del cineasta; quanto l’attore di Malaga si trasforma nel suo transfert, un personaggio che respira come Almodóvar, porta i capelli come lui, vive in quella che è casa sua e indossa perfino i suoi vestiti; eppure Salvador non è Pedro.

Salvador somiglia a Pedro, è un plausibile alter ego di Almodóvar nelle vicende narrate sullo schermo, anch’esse verosimili e vicine alla realtà; ma tutto ciò che lo spettatore vede sullo schermo è filtrato dalla creatività, dall’immaginario iperattivo che falsa e modifica, distorce, colora e inventa. Nell’impeccabile trama del presente tessuta da Almodóvar s’insinuano i ricordi, creando delle crepe, delle brecce dalle quali filtra la famosa luce del passato.

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Lo stile della regia mostra una forte eredità nei confronti dell’arte pittorica, dell’eleganza delle forme e del rispetto della natura fluida del colore; Almodóvar compone la propria tavolozza, satura l’immagine sul grande schermo e finisce per rendere entrambi (colore/forma) protagonisti attivi della narrazione, scandita dal ritmo perfetto di una sceneggiatura personale che mette a nudo l’anima dell’artista rendendolo vulnerabile, ostaggio dello sguardo dello spettatore.

Lo spettatore, però, non si ritrova coinvolto semplicemente nel ruolo del voyeur “di lusso”: pur essendo personale la storia di Salvador è talmente universale da abbracciare, da “tirare” letteralmente dentro la vicenda chi guarda e che finisce per lasciarsi ammaliare, per sentirsi emotivamente coinvolto in prima persona, per sentire perfino il “peso” della carnalità e per condividere la vicenda umana di Salvador, regista alla deriva esistenziale, che ha avuto tutto ma non è riuscito a tenere niente se non ciò che ha di più caro: il talento, la creatività, i ricordi.

Con un Antonio Banderas intenso e maturo, Dolor y Gloria incarna il viaggio più complesso mai affrontato da Almodóvar, che per la prima volta toglie definitivamente la patina dell’umorismo sfrontato – e sfrenato – abbracciando la malinconia della rievocazione, costruendo un’ideale via crucis laica sulle tappe della memoria e del ricordo, finendo per utilizzare alla perfezione il meccanismo del cinema e del meta-cinema, dei rimandi tra Settima Arte e teatro, per comporre la sua opera più bella: un atto d’amore verso la creatività, un atto d’amore verso il cinema, una lettera appassionata verso l’opera di una vita.

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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