Drowning, recensione del film di Melora Walters con Mira Sorvino

scritto da: Ludovica Ottaviani

Drowning è il film scritto, diretto e interpretato dall’attrice Melora Walters: presentato in anteprima mondiale a RomaFF14, il lungometraggio vanta nel cast la presenza dell’attrice Mira Sorvino, amica della Walters da molti anni nonché collega tornata alla ribalta dopo un periodo di oscurantismo legato alle denunce del caso Weinstein, la quale adesso sta vivendo un nuovo periodo d’oro sul grande schermo: per questo rilancio della sua carriera ha ringraziato l’apporto del movimento #MeToo, che le ha permesso di raccontare la propria storia, come ha ricordato lei stessa durante la conferenza stampa.

Accanto a queste due figure femminili, nel film ci sono gli attori Gil Bellows, Jay Mohr e Christopher Backus, nella vita marito della Sorvino: diversi attori per due attrici protagoniste, due donne che – grazie al loro punto di vista – determinano il tono del film e il taglio specifico, incentrato sulla complessità insondabile dell’animo femminile quanto sul rapporto che vincola madre e figlio. Una madre (Walters) è costretta a scontrarsi con la sofferenza quando, nonostante il suo sgomento e gli ammonimenti, il figlio decide di arruolarsi nell’esercito per andare a combattere in Iraq. Quando il ragazzo viene inviato di stanza a Mosul, gli incubi della donna sembrano materializzarsi proiettandola in una spirale di dolore, depressione e sofferenza.

Drowning evoca letteralmente, già dal titolo, l’idea dell’annegamento, dello scivolare impotenti sempre più sul fondo di una paralizzante forma di auto-commiserazione, che impedisce a chi rimane di vivere una vita normale, ormai compromessa. Le premesse scomodate dalla Walters sono intense e drammatiche, è vero, ma quanto mai affascinanti: per una volta si cerca di analizzare non le emozioni, le paure e i sentimenti di chi parte bensì di chi rimane, di tutte quelle famiglie impreparate che restano dall’altra parte della trincea.

Purtroppo però, alle volte non basta una buona idea per fare un film: le premesse sembrano perdersi nella resa, annegate – a loro volta – in una sceneggiatura confusa e fin troppo personale, pronta a sovvertire tutte le regole aristoteliche della “buona scrittura” senza fornire però alcuna valida soluzione. La cappa di dramma e tragedia che aleggia fin dall’inizio del film non trova soluzione né serve ad identificarne il genere; i personaggi sembrano solo abbozzati, privi di una visione sfaccettata, caratteri di una sinistra seduta di psicanalisi collettiva più che complessi (quanto splendidi) esseri umani.

Con Drowning la Walters – nei panni di regista e sceneggiatrice – prova a giocare una mano molto alta puntando una somma ingente, ma il punto che ha in mano è un palese bluff: la metafora del poker calza a pennello per un film che fallisce l’appuntamento con l’atto mantenendo tutto il fascino e l’appeal della potenza, disperdendo tra le pieghe del tempo un potenziale drammatico talmente ricco e sfaccettato da essere imperdibile (almeno su carta). Il ritorno di Mira Sorvino – premio Oscar nel 1995 per La Dea dell’Amore di Woody Allen – incarna una presenza rassicurante, peccato solo che venga relegata a un ruolo minore che, in un’economia di scrittura drammatica così fragile, risulta fin troppo accessorio e privo di qualunque spessore.

Da notare è l’interessante uso dei suoni e della fotografia all’interno del film: i rumori che si sentono sono martellanti, continui e fuori sincrono rispetto alla parte video, come se provenissero direttamente dalla testa della protagonista; mentre invece la fotografia, con i suoi colori lividi e cupi, permette di calarsi ancora meglio nell’animo tormentato di questa madre, alla quale la partenza del figlio per il fronte ha finito per trasformare l’intera realtà in una triste rapsodia di grigi, bianchi e neri.

Guarda il trailer di Drowning

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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