Grazie a Dio, recensione del film di François Ozon

scritto da: Stefano Terracina

A due anni di distanza da Doppio amore, l’acclamato François Ozon torna al cinema per raccontare una storia spaventosamente attuale e profondamente umana. Con Grazie a Dio, nelle sale dal 17 ottobre, il regista francese indaga come forse non aveva mai fatto prima il complesso universo delle fragilità maschili: da sempre esperto conoscitore dell’universo femminile, trasposto con attenzione e minuzia sul grande schermo attraverso delicati ma anche sfrontati ritratti di donne complesse e molto forti, questa volta Ozon decide di concentrare la propria attenzione su un trio di uomini visibilmente sofferenti ed estremamente emotivi, due stati d’animo che erroneamente vengono spesso associati al genere e alla sfera femminile.

Lo spunto di Grazie a Dio parte dalla vicenda realmente accaduta a Lione di Padre Preynat, sacerdote incriminato nel gennaio 2016 e posto sotto controllo giudiziario con l’accusa di aggressione sessuale ai danni di numerosi minori. Il film di Ozon si concentra sulla storia di Alexandre, François ed Emmanuel: tutto inizia quando il primo scopre per caso che il prete dal quale era stato molestato da piccolo – Padre Preynat, appunto – lavora ancora a contatto con i bambini. Supportato dagli altri due, anche loro vittime del parroco, i tre uomini uniranno le forze per abbattere il muro di silenzio che circonda il loro dramma, un dramma a lungo taciuto (anche dai superiori ecclesiastici di Padre Preynat) che ha avuto ripercussioni e conseguenze irreversibili sulle loro vite.

Con Grazie a Dio, François Ozon mette a segno un altro titolo di indiscutibile rigore tanto stilistico quanto narrativo. Il registra trasporta sullo schermo tutto il suo interesse e il suo sentito coinvolgimento nei confronti della triste vicenda al centro della storia e realizza un’opera che ripercorre con estrema precisione e dovizia di particolari – quasi come fosse un documentario – i fatti reali così come sono accaduti davvero, donando nuova e vibrante linfa al cinema d’inchiesta. Mettendo da parte qualsiasi tipo di procedimento edulcorante, Ozon restituisce allo spettatore, attraverso il potere di dialoghi pregnanti e la potenza visiva di immagini delicate ed eleganti, tutta la drammaticità di una triste storia di sconcertante attualità.

Ozon realizza il suo Spotlight alla francese. A differenza però del capolavoro di Thomas McCarthy, dove i protagonisti erano i giornalisti che indagavano sugli abusi sessuale all’interno della Chiesa, questa volta l’occhio della macchina da presa si focalizza sulle vittime: tutto in Grazie a Dio viene raccontato e filtrato attraverso le parole e i ricordi dei protagonisti, uomini che hanno vissuto all’ombra di un trauma indelebile e che per anni non sono stati in grado di rivelare a nessuno quanto accaduto, ma che alla fine, proprio nella condivisione, hanno trovato un’occasione per riuscire a superare i traumi del passato e per riconciliarsi – seppure a fatica – con le loro vita.

Più che sugli abusi commessi e ricevuti, la tensione drammaturgica viene abilmente costruita da Ozon attraverso una staffetta di rivelazioni, un vero e proprio effetto domino di eventi interconnessi: il film inizia come una battaglia personale, quella di Alexandre contro la Diocesi di Lione, che lentamente diventa una vera e propria protesta che, tramite il coinvolgimento di François, dà vita ad un’associazione, “La parole libérée“; tramite la nascita di questo gruppo, il testimone passerà ad una nuova vittima, Emmanuel. Un interessante e complesso meccanismo narrativo di scatole cinesi, in grado di coinvolgere in modo sorprendente lo spettatore, facendolo appassionare totalmente alla storia senza l’utilizzo di tecnicismi superflui.

Ozon, autore anche della sceneggiatura, scandisce il ritmo senza cambi repentini, attraverso il piglio autoriale della sua penna, focalizzando tutta la sua attenzione sugli avvenimenti, su ciò che è realmente successo ai personaggi: il regista non indora nessuna pillola; il film parte in quarta e arriva dritto al cuore della questione, e ciò conferescie alla struttura narrativa una solidità incredibile. A mano a mano che i minuti scorrono, i generi si mescolano – dal dramma al thriller, fino ad arrivare al procedurale – e si mescolano anche gli espedienti narrativi (come nella prima parte della pellicola, quando si ha la splendida sensazione – grazie allo scambio di mail che avviene tra Alexandre e la Chiesa – di assistere ad un vero e proprio esempio di cinema epistolare).

I tre protagonisti che François Ozon ritrae sullo schermo – interpretati da un trio di attori (Melvil Poupaud, Denis Ménochet e Swann Arlaud) misurati e intensi – sono molto diversi tra loro e ognuno ha elaborato il trauma che ha vissuto in maniera molto personale. È proprio attraverso i caratteri dei suoi personaggi e le dinamiche che intercorrono tra loro che Ozon sviscera le conseguenze di un’azione – l’abuso sessuale – terribile e ingiustificabile, gettando una nuova accecante luce su una macchia così antica come la pedofilia all’interno della Chiesa cattolica che meriterebbe una maggiore assunzione di responsabilità votata a combattere questa piaga una volta per tutte.

Guarda il trailer di Grazie a Dio

Stefano Terracina

Direttore responsabile e editoriale | Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)


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