Honey Boy, recensione del film interpretato e sceneggiato da Shia LaBeouf

scritto da: Stefano Terracina

Nel 2007, anno di uscita di pellicole quali Disturbia e il primo capitolo della saga di Transformers, Shia LaBeouf sembrava essere destinato a diventare il nuovo enfant prodige di Hollywood. Poi, qualcosa durante il suo percorso artistico si è incrinato; un’inversione di marcia che ha coinciso con una profonda crisi personale che lo ha portato ad assumere – tanto nel pubblico quanto nel privato – tutta una serie di strani comportamenti (in alcuni casi al limite dell’autodistruttivo) che ne hanno inevitabilmente bollato la carriera e l’immagine.

Oggi, Shia LaBeouf sembra aver fatto “tesoro” di tutte queste esperienze che, unite al suo difficile passato e in particolare ai traumi legati alla sua infanzia, sono collimate nella realizzazione di un progetto estremamente personale che, sfruttando il potere catartico della settima arte, restituisce allo spettatore un’immagine più profonda e decisamente più umana di LaBeouf, che forse potrebbe addirittura giustificare i comportamenti decisamente bizzarri e sopra le righe assunti negli ultimi anni.

Arresti, rapporti burrascosi dentro e fuori dal set, alcool, droghe e rehab: LaBeaouf fa convergere gli ultimi turbolmenti anni della sua vita – un continuo incessante di intemperanze che lo hanno danneggiato tanto sul piano professionale quanto su quello personale – in Honey Boy, film a metà strada tra il biopic e il dramma che ripercorre in maniera romanzata la travagliata vita dell’attore, concentrandosi in modo particolare sulla sua infanzia e sul complicato rapporto con il padre Jeffrey, ex veterano del Vietnam di professione rodeo clown, colpevole di aver abusato psicologicamente del piccolo Shia e di averne inevitabilmente condizionato l’esistenza, la visione di se stesso e il rapporto con gli altri.

Shia LaBeouf si getta a piene mani nel progetto, firmandone la sceneggiatura e ricoprendo proprio il ruolo del padre, affidando invece la sua parte in età adulta al talentuosissimo Lucas Hedges (Manchester by the Sea, Boy Erased) e alla giovane promessa Noah Jupe (A Quiet Place – Un posto tranquillo) il suo ruolo da bambino. Come una sorta di viaggio a ritroso nella memoria, cercando di estrapolare da essa i ricordi più dolorosi al fine di comprendere chi siamo oggi e dare un nome e una forma al dolore che ci consuma, il film si dipana come un lento ed inesorabile testa a testra tra il piccolo Otis/Shia e suo padre James/Jeffrey, una figura sregolata, fragile, a tratti minacciosa e violenta (soprattutto sul versante psicologico) e sempre pronta ad esplodere come un vulcano.

Sfruttando il potere terapeutico della scrittura, LaBeouf si mette a nudo e condivide con lo spettatore i suoi ricordi più intimi: gli scontri, le parole vomitate, l’indifferenza, le mancanze, i soprusi, gli schiaffi; il ritratto di una famiglia disfunzionale – tra assenze ingombranti e presenze malsane – che lo hanno confinato in un limbo fatto di solitudine ed insicurezza dal quale spesso sembra non esserci via d’uscita. Giocando con i piani temporali, la regia dell’israeliana Alma Har’el – qui al suo debutto alla regia di un lungometraggio – si muove tra passato e presente con elegante e delicata maestria, trasformando in immagini visivamente potenti una storia vera che LaBeouf ha deciso di raccontare con enorme coraggio nella maniera più sincera possibile, travalicando l’immaginaria quarta parete e mostrandosi allo spettatore in tutta la sua commovente fragilità.

Pur non riuscendo ad aggirare alcuni passaggi davvero troppo retorici, Honey Boy – presentato all’ultima edizione del Sundance Film Festival e in anteprima italiana alla 14esima edizione della Festa del Cinema di Roma – è un’opera prima dotata di un grandissimo cuore pulsante; soprattutto, il film è la rappresentazione di un processo di liberazione da esperienze traumatizzanti e situazioni conflittuali che abbatte qualsiasi barriera tra l’artista e lo spettatore, che sceglie volontariamente di spogliarsi di qualsasi vizio o virtù mostrandosi semplicemente per quello che è: un essere umano a cui la settima arte aveva dato e tolto tutto e a cui, dopo la realizzazione di questo film, ha sicuramente restituito tanto.

Guarda il trailer di Honey Boy

Stefano Terracina

Direttore responsabile e editoriale | Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)


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