Il Primo Re, recensione del film di Matteo Rovere con Alessandro Borghi

scritto da: Ludovica Ottaviani

Il Primo Re è il titolo del nuovo, attesissimo, film diretto da Matteo Rovere: dopo il successo di Veloce Come il Vento e della trilogia di Smetto Quando Voglio (che lo ha visto in prima linea come produttore con la casa di produzione Groenlandia), il regista torna a riscrivere i codici del genere nel cinema italiano, aggiornandoli però ai nostri tempi moderni.

Protagonisti di questa versione, sospesa tra mito e brutale realtà, della fondazione di Roma ad opera dei gemelli Romolo e Remo sono gli attori Alessandro Borghi e Alessio Lapice: il primo è già una garanzia nonché uno dei volti più rappresentativi del nuovo cinema italiano, mentre l’altro ha avuto, grazie a questo film, l’occasione di farsi conoscere al grande pubblico.

Due fratelli, Romolo e Remo, soli e con la speranza di riporre nell’uno la forza dell’altro. In un mondo antico e ostile sfideranno il volere implacabile degli Dei e dal loro sangue nascerà una città, Roma, che diventerà il più grande impero conosciuto dalla Storia. Il loro, un legame fortissimo, è destinato invece a diventare leggenda.

Una produzione ambiziosa, opulenta, curata nei minimi dettagli e competitiva sul piano del mercato audiovisivo internazionale: ma Il Primo Re non è soltanto una perfetta macchina per l’intrattenimento del pubblico, è un prodotto complesso con un cuore che affonda nell’oscurità delle contraddizioni che animano i sentimenti umani (come hanno raccontato regista, attori e sceneggiatori durante la conferenza stampa).

Il film è una versione “avanti-Cristo” del più classico Cuore di Tenebra conradiano: una discesa lenta nel maelstrom agitato dell’oscurità, con una premessa drammatica radicata nell’archetipo, dal quale si dipana costruendo conflitti e contrasti, mettendo in scena lotte sanguinarie e rivalità ancestrali dal sapore biblico, veicolando l’attenzione degli spettatori su quell’eterno legame fratricida che rievoca Caino e Abele.

Dal lato tecnico, il film è un’impeccabile ricostruzione di un periodo “mitico” spesso volutamente dimenticato dalla storia ufficiale e dalla pop culture: prima che Roma diventasse Roma Caput Mundi, c’erano solo valli e selvagge foreste sinistre intorno al Tevere, luoghi popolati da tribù autoctone pronte a tutto per rivendicare il proprio primato su quei territori.

Il Primo Re di Matteo Rovere dal 31 gennaio al cinema

La ricostruzione perfetta, curata fin nei minimi dettagli, è uno splendido esempio d’artigianato italiano capace di mostrare le potenzialità del nostro cinema, spesso relegato semplicemente agli angoli più fiacchi di un mercato saturo di commedie e certezze.

L’allestimento scenico ha permesso a Rovere e a tutte le maestranze coinvolte di riscrivere il genere, di superare i confini tradizionali del peplum creando dal nulla un mondo, dotato delle proprie regole tribali, dei propri usi e costumi e perfino di una lingua – definita proto-latino – che permette di condurre per mano lo spettatore in un mondo arcaico e, appunto, archetipico lontano dai cliché.

Ma Il Primo Re (qui il trailer ufficiale) stupisce anche per la forza della sua scrittura: la natura scarna e quintessenziale dei dialoghi dà risalto al potere evocativo delle immagini, alla loro forza mistico-ipnotica, lasciando spazio a un linguaggio non verbale popolato di simbologie, allegorie, metafore e continui rimandi al passato e al mito.

il primo re

Gli attori, perfette evocazioni degli spettri di un tempo lontano, prestano corpi, gesti, sguardi e intensità ai loro ruoli, mostrando una teoria di personaggi che culminano nelle forze contrapposte che animano Romolo e Remo, i leggendari gemelli.

Romolo (Lapice), animato da un sacro fuoco mistico che lo rende vittima e carnefice allo stesso tempo; Remo (Borghi) che ruggisce rivendicando il proprio primato da paladino del libero arbitrio. Due riflessi distorti della stessa immagine, ovvero quella dell’essere umano che cerca, con shakespeariana streben, di compiere lo sforzo titanico d’interpretare i segni e la volontà della divinità, che continua a rimanere inconoscibile e incomprensibile agli occhi della ragione.

Con echi che oscillano tra il dramma eterno del Macbeth del Bardo e l’onirismo celato dietro la potenza visiva di Valhalla Rising, Il Primo Re fa immergere lo spettatore in un non-luogo sospeso nel tempo, dove umano e divino si rincorrono per vincere la partita dell’esistenza.

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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